"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

5 mar 2023

A EVENING WITH...KATATONIA & SOLSTAFIR (LONDON, 10/02/2023)




"Evidence", 4 minuti e 36 secondi. Chi l'avrebbe mai detto che tutto sarebbe ruotato intorno a questi 4 minuti e 36 secondi. Chi l'avrebbe detto, soprattutto, nel lontano 2003, quando questo brano un po' scompariva fra i vari gioielli che erano contenuti nell'allora ultimo parto discografico dei Katatonia: quel "Viva Emptiness" che avrebbe rappresentato un importante punto di snodo nel cammino della band svedese, aggiornandone la cifra stilistica secondo i canoni di un modern sound che osava tingersi del prog à la Tool
 
Insomma, "Evidence" non costituiva certo il mio brano preferito dei Katatonia, ma gli anni passano, le aspettative si abbassano, e soprattutto c'è stata la pandemia. Andai a vedere i Katatonia nel 2019, ma quello era il tour che vedeva la riproposizione completa dell'album "Night is the New Day". Non mi ero evidentemente tolto la voglia di Katatonia, desiderando un concerto più classico, un greatest hits per assaporare dal vivo le tante perle disseminate nella discografia, anche recente, della band. 
 
Questa voglia purtroppo è rimasta inappagata per molto, troppo tempo, considerato anche che la data del 2021 è poi slittata di un anno, e questa ulteriore attesa ha fatto accrescere in modo smisurato (e forse anche ingiustificato) la voglia di vedere i Katatonia dal vivo. Però vi era una condizione chiara: che i Nostri avessero il buon cuore di suonare almeno "Teargas" ed "Evidence". Perchè proprio questi due brani? Perché analizzando le scalette riproposte in anni recenti, quelle due tracce, più o meno, erano gli ultimi scampoli di un passato (neppure poi "così passato") che sopravvivevano in esibizioni sempre più incentrate sul presente e sul passato recentissimo della band. Mi sta bene tutto, ma quello - mi dissi - sarebbe stata la conditio sine qua non per poter assistere ad un altro concerto dei  Katatonia, che già la scorsa volta non mi avevano entusiasmato. 

Per non rischiare ho deciso di non comprare subito il biglietto, ma ho aspettato il 20 gennaio, data di inizio del tour con l'intenzione di accertarmi della presenza di quei due brani in scaletta e, sorpresa!, nessuno dei due era stato riproposto nelle prime date. La cosa mi ha lasciato - devo ammettere - nello sconforto più assoluto: in fondo non pensavo di aver chiesto molto. Non mi son tuttavia dato per vinto e ho continuato a monitorare le scalette delle date successive fin quando la mia tenacia è stata premiata con un vero e proprio coupe de teatre: da una certa data in poi (dal 24/01 a Varsavia) è comparsa magicamente "Evidence", posizionata al termine del set come gran finale. A quel punto tutta la scaletta ha assunto un altro aspetto ai miei occhi, come se il bicchiere mezzo vuoto si fosse di colpo trasformato nel classico bicchiere mezzo pieno, tanto più che a me l'ultimo album "Sky Void of Stars" mi stava piacendo assai ed una presenza massiccia di suoi estratti (ben cinque in questo tour!) non avrebbe guastato affatto. 

Dopo questa lunga ed inutile premessa, mi permetto solo di precisare che mi sono approssimato alla fatidica data con entusiasmo crescente, non solo per i Katatonia, ma per l'inclusione nel pacchetto dei Sólstafir (presenti in veste di co-headliner) e tali SOM, la cui visione di un paio di videoclip mi ha confermato l'impressione che si stesse profilando un evento dalla alta caratura emotiva, coerente ma al tempo stesso ricco di sfaccettature: apertura con lo shoegaze/post-rock sognante dei SOM, proseguimento con il post(-molto post) black degli islandesi ed infine gran finale con le atmosfere umbratili e il rigore dei "nuovi" Katatonia
 
L'O2 Kentish Town è un bel locale, è l'ideale per questo tipo di concerti, ma ha un problema a livello organizzativo: quello di far iniziare le esibizioni troppo a ridosso dell'apertura dei "cancelli" e così, se c'è da fare una lunga fila, si rischia di perdere l'inizio del primo gruppo. Mi è capitato più volte e mi capitato anche stasera con i SOM, ma se del gruppo in questione non ti frega molto, può risultare un buon effetto quello di fare il proprio ingresso nel locale ed essere accolti dalle vibrazioni della musica suonata e non da quella riprodotta in filo-diffusione. Ed è ottimo l'effetto procurato dal cullante post-metal dei SOM, rarefatto ed avvolto in soffuse luci verdi. 
 
I SOM sono un super-gruppo che nasce nel 2018 dall'unione di membri di ConstantsJunius e Caspian; la loro produzione discografica conta oggi due album ed un EP. I Nostri suonano uno shoegaze/post-rock di buona fattura e di chiara ispirazione melodica, non inventano nulla di nuovo né propongono alcunché di originale in materia, ma il post-rock fatto bene è sempre un'emozione. Unica pecca: forse i brani son troppo brevi, presentano dei crescendo coinvolgenti per poi terminare sul più bello. Anzi, di pecche ce ne sarebbe anche un'altra, ma questa non dipende dai SOM: fra le prime file c'è uno scemo particolarmente invasato (e sicuramente sotto gli effetti di qualche droga tagliata male) che si è fatto il vuoto intorno con gesti plateali e del tutto fuori luogo che rovinano non poco la poesia del momento. Ma a parte questo elemento sgradito, il set scorre gradevolmente nella sua brevità, costituendo l'antipasto perfetto per fermare la fame e condurre alle portate principali. 

Un veloce cambio di palco precede l'ingresso dei Sólstafir, che io avevo lasciato ad "Ótta" nel lontano 2014. Non so esattamente cosa sia successo nel frattempo, ma l'intro Náttfari" ha un che di morriconiano e sul palco si palesano figuri che indossano cappelli da cowboy e lunghe palandrane, nemmeno ci trovassimo innanzi ad un concerto dei Field of the Nephilim: cioè, siamo pur sempre in Islanda, per dio!, fra ghiaccio e fuoco. E quando il nord flirta con le ambientazioni spaghetti-western sono solo dolori a mio avviso. Si salva il frontman Aðalbjörn "Addi" Tryggvason, (che ci limiteremo a chiamare Addi per praticità), dalla lunga barba e dai cappelli acciuffati: perlomeno egli conserva un che di vichinghesco, sebbene l'impressione da "Banda Bardo prestati al post-metal" rimarrà tangibile per quasi tutta l'esibizione (attenzio' ... concentrazio'...). 

Il look è il problema numero uno dei Sólstafir. Il problema numero due è invece la voce dello stesso Addi, canto stridulo e sgraziato che poco si sposa con il carattere sognante che la musica intenderebbe avere. Questi due fattori influiranno non poco sulla resa complessiva della performance e non nascondo di essere rimasto perplesso per tutta la prima parte del set. La lunga "Náttmál" apre le danze, alternando discutibili parti cantante e ben più convincenti porzioni strumentali. Nello schema libero delle suite dei Sólstafir il metal estremo sopravvive con il contagocce, nell'ispirazione "zanzarosa" del riffing e in qualche passaggio in blast-beat. A tratti non si capisce bene dove i quattro vogliano andare a parare, spaziando fra generi molto distanti fra loro, dall'hard-rock alla psichedelia pinkfloydiana, dal post-rock a cavalcate di ispirazione viking. Quello che invece è chiaro fin dall'inizio è che i Nostri son dei grandi musicisti: precisi nell'esecuzione, sanno ammaestrare momenti assai complessi e vertiginosi cambi di scenario con grande disinvoltura ed affiatamento, il tutto baciato da splendidi suoni. 

L'esibizione sarà un portentoso crescendo e le perplessità iniziali, date dall'effetto disorientante della proposta, lasceranno progressivamente lo spazio alle emozioni. "Rökkur" è lo spartiacque, in cui Addi si libera della chitarra ed offre una stralunata performance vocale, molto teatrale, fra distorsioni e trame ambientali. "Fjara", forse il brano più popolare della band, riaccende l'attenzione del pubblico e con il suo incedere orecchiabile e plateale dà quasi l'impressione di essere una hit da cantare tutti insieme. "Ótta", anch'essa lunga e coinvolgente, si rivelerà un altro momento di grandissima intensità, con la sua lunga maratona strumentale a scuotere gli animi, fra epiche chitarre e tempi sostenuti, fino alle grida liberatorie nel finale che odorano molto di "A Saucerful of Secrets". 

Ma è con la bellissima "Goddess of the Ages", degna conclusione del tutto, che si tocca l'apice della serata. L'inizio vede ancora Addi orfano della sua chitarra camminare letteralmente sulle spalle delle persone in prima fila: si appoggia caracollante alle teste, stringe mani, la sua figura esile ed incerta tradisce i segni dell'età e commuove la disponibilità ad instaurare un contatto così intimo con il suo pubblico. Scende giù ma è sempre fra la folla, accenna un balletto (sembra quasi Thom Yorke dei Radiohead), prende in mano cellulari e si scatta selfie con i fan, ma sempre con fare umile, quasi trasognato, ansimante, esausto per l'ora trascorsa sul palco. Infine riprende a cantare, sempre con quella voce acidula che tutto ad un tratto colpisce dritta al cuore, come se fosse un Peter Hammill dell'era glaciale. Rimonta sul palco, sale in piedi sulla batteria dove, epicamente, continua a cantare illuminato da suggestive luci rosse. Ma ecco che tutto torna blu, il Nostro imbraccia nuovamente la sua chitarra e i dieci minuti che seguiranno saranno una immaginifica trottata fatta di up-tempo insistiti e duelli di chitarre isteriche: uno spietato tour de force che sa mettere insieme l'epica bathoriana, l'ossessività di Burzum e quella dei Velvet Underground (e non a caso a venire in mente è la mitica "Sister Ray", antesignana di tutte le cavalcate cacofoniche del rock). 

Che dire: siamo arrivati lontano, molto lontano, e per i Katatonia sarà veramente difficile poter ripetere momenti di tale intensità. Gli svedesi, di fatto, giocheranno tutt'altra partita: tanto i Sólstafir si sono dati - anima e corpo - al pubblico, quanto i Katatonia risulteranno schivi, si nasconderanno dietro alle zaffate di fumo ed al riflesso delle luci (dei cinque musicisti solo le silhouette potranno essere intraviste). E tanto i primi hanno giocato tutto sul valore aggiunto che la musica live può incarnare una volta sul palco condendo l'esibizione di improvvisazioni, fuori-programma e una significativa interazione con il pubblico, tanto i secondi si chiuderanno in se stessi concentrandosi sulla riproduzione dei brani così come sono stati registrati in studio. 

Rispetto al 2019, molto sembra essere cambiato. I Katatonia sono esattamente gli stessi, ma nel 2019 avevamo una band che sembrava passare un momento di sostanziale crisi (c'è chi persino ventilava le voci di un possibile scioglimento) e la stasi creativa veniva rattoppata con un tour dedicato ad un album uscito dieci anni prima ("Night is the New Day"). Oggi invece sembra di avere a che fare con la band da solista di Jonas Renkse, autore degli ultimi due album ("City Burials" e "Sky Void of Stars") e leader maximo di una compagine assemblata per assecondare i suoi vezzi. Impressione, questa, rafforzata dal fatto che l'altro membro storico, Anders Nystrom, non è sul palco stasera, non potendo presenziare a questo tour per imprecisati problemi famigliari. A sostituirlo troviamo comunque un solido Nico Elgstrand (Entombed A.D.), concentrato sulla sua chitarra e comprensibilmente defilato rispetto agli altri. Molti spazi, di contro, verranno occupati dalle prodezze solistiche del titolare Roger Öjersson (anche al microfono a supportare Renkse in più di un frangente). Renkse, da parte sua, pur tenendo fede al suo personaggio tenebroso e per nulla carismatico, si mostrerà abbastanza loquace per lo più con interventi un po' telefonati e con un fare che ricorderà certi speaker del luna park che invitano i passanti a montare sulle giostre. 

Si parte maluccio con suoni mal equalizzati che sfavoriscono le chitarre (e certo l'assenza di Nystrom non aiuta). In più si ha l'impressione che i brani dell'ultimo album, così finemente lavorati e bellamente arrangiati, non rendano benissimo sul palco. E così scivolano senza troppi scossoni sia "Austerity" che "Colossal Shade", un brano insolito per i Katatonia, con un passo cadenzato e maestoso che ricorda certe pomposità prog-metal, di cui mi ero innamorato al primo ascolto. Decido dunque di allontanarmi un poco dal palco alla ricerca di una posizione che possa restituire suoni migliori. Nel frattempo attacca una bellissima "Leathen", ma i problemi a livello di mixer permarranno, inficiando la resa dell'intera esibizione. 

Verranno maggiormente penalizzati i brani più dinamici e rockettoni, mi riferisco ad episodi come "Birds" e "Behind the Blood", su cui avevo riversato grandi speranze: soffrono esse i troppi cambi di tempo ed il susseguirsi incessante dei riff. Stessa sorte, ahimè, toccherà anche a pezzi ben più rodati come  'My Twin" (sempre un bel sentire, nonostante tutto) e "Forsaken". Totalmente ingiustificata, a mio parere, l'inclusione in scaletta di un brano come "Buildings", episodio minore che, senza particolari intuizioni melodiche, procede per riff monolitici ed atmosfere claustrofobiche da tardo neo-prog (ma mentre la ascolto perplesso, realizzo che essa è l'apoteosi della folle regia di Renkse, evidentemente a suo agio in queste ambientazioni urbane). 

Rendono invece molto bene le ballad, in particolare la nuova "Opaline", l'ormai classica "Old Heart Falls" ed una inattesa "Untrodden". Il paradosso dei nuovi Katatonia è quella di calzare vesti sempre più metal, con suoni compressi e molto moderni, ma nella sostanza incarnare uno spirito più vicino al pop malinconico dei Depeche Mode. Renkse, divenuto oramai una sorta di Justin Bieber delle tenebre, canta inni di disagio giovanile con il giusto trasporto, aderendo anche troppo accuratamente al copione. Ed è forse questo il problema dei Katatonia: una grandissima band in studio, ma che non sembra trovare nel contesto live la sua dimensione ideale. 

Tempo di bis, è dunque il momento di "July" (la migliore fino a quel momento) e della tanto attesa "Evidence". Eccoci finalmente a quei fatidici 4 minuti e 36 secondi da cui tutto era scaturito. Ma mentre la ascolto ho la consapevolezza che il meglio della serata sia già passato e che non abbia trovato spazio nel set dei Katatonia, ma in quello Sólstafir. C'è forse un pizzico di amarezza, ma anche la serenità per godersi quest'ultimo brano senza accollargli troppe responsabilità. Si tratta indubbiamente del miglior momento per gli svedesi, ben sintonizzati sui pieni e sui vuoti di questo brano che sa elettrizzare l'ascoltatore con tempi incalzanti ed un ritornello affilato come una lama. L'impressione continua tuttavia ad essere quella di una band un po' ingessata e non favorita dall'acustica del locale (chitarre ancora un po' debolucce, batteria anche troppo in evidenza). La qualità del brano, comunque, emerge e sa superare le avversità del momento, soprattutto nella sua porzione finale: break acustico ed assalto chitarristico con l'epico chorus, dove i controcanti di Öjersson addirittura sovrastano Renkse in un finale rivisitato che sembrerebbe voler ricordare certa epica depechemodiana

Cosa ci ha dunque insegnato la serata? Che niente è come sembra e che le aspettative son fatte per essere disattese, anche per gente scafata come noi: abbiamo scoperto dei fantastici Sólstafir, che dovevano essere l'antipasto ed invece si sono rivelati i veri mattatori della serata ed indubbiamente i dispensatori delle emozioni più forti. Quanto ai Katatonia, essi si sono confermati nei loro limiti. Niente di grave, per carità, il bilancio dell'esperienza rimane nel complesso positivo, ma a questo punto possiamo rivolverci serenamente altrove, tanto "Evidence" l'abbiamo vista e il pensiero ce lo siamo tolti una volte per tutte. Amen.