"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

26 giu 2015

WOLVES IN THE THRONE ROOM: BLACK METAL VEGANO!




 I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL “NUOVO METAL”
7° CLASSIFICATO: “TWO HUNTERS”

Dall'abisso catatonico dei Sunn O))) alle incredibili emozioni suscitate dalla musica di Wolves in the Throne Room. Continua così la nostra classifica sui migliori album del “Nuovo Metal”.

Il terzo millennio vedrà le lande americane come un ventre fecondo entro il quale prolifereranno artisti e band che decideranno di raccogliere l’eredità lasciata dal black metal scandinavo. Gli iniziatori di quello che in seguito verrà definito U.S. Black Metal furono indubbiamente gli Weakling di “Dead As Dreams” (registrato nel 1998 e pubblicato tre anni dopo). Ma prima ancora che l’etichetta U.S. Black Metal divenisse di uso comune, si parlava del depressive black metal di one-man band quali Xasthur e Leviathan, che riprendevano il discorso iniziato da Burzum, Bethlehem, Shining e Silencer per estremizzarlo ulteriormente: si parla ovviamente di realtà di ultra-nicchia, appannaggio esclusivo degli ascoltatori più temerari.

Due, invece, furono le band americane che riportarono in auge il black metal innanzi a platee più ampie e trasversali.

La prima delle due risponde al nome di Agalloch. Gli Ulver di “Bergtatt” sono sicuramente un buon punto di partenza per comprendere il sound della band dell’Oregon, sound che in realtà abbraccia le più disparate influenze: dalle tendenze progressive degli Opeth, alle atmosfere decadenti dei Katatonia, passando dal post-metal degli Isis e dal folk apocalittico dei Sol Invictus (indicati dalla band come un’influenza fondamentale).  Album come “Pale Folklore” (1999), “The Mantle” (2002), “Ashes Against the Grain” (2006) e “Marrow of the Spirit” (2010) sono capolavori che tutti dovrebbero possedere ed opere che dicono molto sul presunto “Nuovo Metal” che intendiamo trattare: lunghe porzioni strumentali, impetuosi crescendo post-rock, l'intimità di un folk cantautoriale. Ma non è solo per stima che gli dedichiamo questo trafiletto. Essi ci possono infatti aiutare a far luce su un fitto mistero, ossia: quale diavolo è l’invisibile anello di congiunzione che unisce Norvegia e Stati Uniti d’America? La soluzione, se vogliamo, sta già nel monicker della band, che prende spunto dall’Aquilaria Agallocha, un tipo di legno resinoso. L’anello di congiunzione è dunque la Natura, o meglio, il richiamo nostalgico alla Tradizione e ad un’arcadia perduta in cui l’uomo viveva in assoluta in simbiosi con la Natura stessa.

La seconda band risponde invece al nome di Wolves in the Throne Room ed è grazie ad essi che si compie quella rivalutazione dei maestri norvegesi che porterà molte altre band (americane e non) a cimentarsi in quelle sonorità che parevano oramai appartenere ad un ciclo vitale esaurito. I fratelli Nathan (voce e chitarra) e Aaron Weaver (batteria, basso, chitarra e sintetizzatori) sono la mente e il corpo di questa entità che stilisticamente, rispetto agli Agalloch, risulta più aderente ai canoni classici del black metal norvegese. La loro musica porta il carattere impetuoso dei Mayhem e dei Darkthrone, le loro composizioni hanno il dinamismo e la maestosità degli Emperor, esse incarnano lo stesso amore per la natura che coltivavano gli In the Woods… e rilucono della stessa poesia che emanava l’arte elettrica di Varg Vikernes. Nonostante questo, la loro proposta risulta fresca ed innovativa. E questo perché sotto la scorza ruvida della loro musica germogliano energie ed idee assolutamente inedite per l’universo black metal.

I fratelli Weaver, tanto per iniziare, vivono in totale simbiosi con la natura (fra coltivazioni biologiche e programmatico rifiuto della tecnologia, salvo la strumentazione minima e quel poco di elettricità che serve loro per suonare), gestendo una fattoria in mezzo alle montagne della Cascadia, o anche detta Repubblica del Pacifico (regione geografica situata nel Nord degli Stati Uniti e che vanta un movimento politico indipendentista). Da qui il cosiddetto Cascadian Black Metal, che sembrerebbe proprio la risposta yankee al Norwegian Black Metal. Il primo costituisce infatti la rifondazione del secondo partendo da nuovi, ma analoghi, presupposti: paesaggi mozzafiato, natura incontaminata, legame profondo fra l’uomo e natura. Una dimensione spirituale che si lega, a doppia mandata, a tematiche ambientaliste: l’atto artistico dei Lupi di Olympia non è solo (come dagli autori stessi enunciato) “incanalare le energie del paesaggio della Cascadia in una forma musicale”, ma è anche denuncia e dura critica ad un sistema economico e culturale (quello occidentale) che minaccia l’esistenza del pianeta  e quindi dell’uomo. Tale è la centralità di questo tema nella musica dei Nostri, che quest’ultima verrà ribattezzata eco-metal.

Se la proposta dei WITTR suona così eccezionale, è perché in essa vi è molto altro rispetto alla mera riproposizione degli stilemi già esistenti del black metal (scelto comunque come medium privilegiato per la capacità descrittiva e per il forte potere evocativo). Il post-hardcore dei Neurosis, per esempio, viene fortemente apprezzato dai fratelli Weaver, che ne colgono il forte valore ancestrale: un potere che agisce ad un livello più profondo della psiche. E quindi molte sono le caratteristiche della proposta della “tribù” di Oakland che vengono traghettate nella visione artistica dei due fratelli. Fra tutte indichiamo la tendenza a scrivere composizioni lunghe, dal procedere torrenziale e condite da batoste elettriche di una potenza che non sempre il black metal, con la sua deformazione lo-fi, ha saputo sfoggiare.

Ci imbatteremo inoltre nella proto-new age dei Popol Vuh, indicati dai due musicisti fra le proprie fonti di ispirazione. Non solo nelle pause ambient che la loro musica sa ritagliarsi (frequente il ricorso della tecnica del field-recording), ma soprattutto nella fusione panica dei suoni che avviene in certi passaggi, in cui riff in tremolo e bordate di sintetizzatori analogici si impastano in una inedita forma di Kosmische Musik che ama correre a velocità proibitive.

La band esordiva discograficamente nel 2006 con il già buono “Diadem of 12 Stars”, ma fu con il secondo album “Two Hunters” (del 2007) che fu compiuto il vero salto di qualità. Quattro pezzi per quasi cinquanta minuti di musica.

“Dea Artio” (5:58): fermentano le chitarre riverberate in una lunga introduzione che ci presenta una band che non ha fretta di procedere. La rarefazione sonora è quella del Conte, ma le immagini non sono quelle di un Inferno interiore, bensì quelle di una natura incontaminata, mitica, che esiste, cieca ed indomita, ignorando l’esistenza dell’uomo. E’ il suono dei ghiacci che si sciolgono, della neve che diviene rivoli d’acqua che scendono giù dai valichi scoscesi. A venire in mente è la forza cinematica del dream-pop dei Sigur Ros piuttosto che le arcigne evoluzioni di una black metal band, sebbene il linguaggio adottato sia indubbiamente quello del black metal. 

“Vastness and Sorrow” (12:12): la seconda traccia dell’album mostra l’altro volto dei Lupi di Olympia, quello feroce ed annichilente. Una furia che è percorsa perennemente da una vena melodica che era prerogativa dei maestri Emperor, i quali sapevano essere dinamici e vari nei contenuti, pur correndo alla velocità della luce. L’altra faccia della medaglia è l’ossessività nella ripetizione dei riff (tutti tremendamente ispirati!) che è tipica della imprescindibile lezione burzumiana. I suoni sono potenti, l’armamentario ritmico impeccabile ed animato da un incredibile dinamismo (Aaron si muove dietro alle pelli con la potenza di Faust degli Emperor e con l’eleganza jazzata di Robert Wyatt dei Soft Machine), lo screaming di Nathan è uno squarcio straziante che ci fa da guida per dodici intensi minuti. Il brano, nonostante la lunghezza, non annoia, presentando una struttura imprevedibile, ma non dispersiva: i WITTR assorbono il minimalismo delle band norvegesi rileggendolo nell’ottica del pragmatismo made in U.S.A. Il discorso si evolve per fasi, affrontando momenti più tesi (in principio e in conclusione) ed altri più meditativi, ma senza mai rinunciare al brivido elettrico: in particolare l’ottima sezione centrale, con i suoi fraseggi melodici e gli azzeccati cambi di tempo, ci ricorda come il metal, quando poggia su solide basi tecniche e può vantare una reale ispirazione (non ancora ingessata dal manierismo), è un genere in grado di coinvolgere e sorprendere.

“Cleasing” (9:55): di sorprese si parlava ed in effetti, dopo un tour de force metallico di tale portata, è un gran piacere ritrovarsi inondati dalla grazia di una voce femminile. Essa volteggia eterea sulle immancabili chitarre elettriche, qui utilizzate (fra effetti e riverberi) come suggestivo tappeto drone-ambient. La prima parte del brano evoca la magia di entità quali Dead Can Dance, esperimento sicuramente non nuovo in ambito metal, ma qui rispolverato con grande convinzione e coerenza concettuale. Lo stacco è repentino: nella seconda metà del brano, la band indosserà ancora una volta la sua maschera più mostruosa ed iconoclasta, abbandonandosi nuovamente a velocità supersoniche.

“I will Lay Down My Bones Among the Rocks and Roots” (18:16): la suite che completa l’album (quasi venti minuti) è un continuo saliscendi di emozioni e, stilisticamente parlando, ci offre un compendio di quanto di buono è stato fatto fino a quel momento. Il sound dei Nostri si viene ad arricchire di nuovi elementi, come gli arpeggi di una chitarra acustica (che introduce il lato più prettamente folcloristico della visione artistica della band – e stiamo parlando delle proverbiali atmosfere da falò notturno consumato nel bel mezzo di una foresta) e crescendo poderosi che riconducono ad influenze mutuate dall’universo post-hardcore e post-metal (con tanto di incedere tribale delle percussioni).     

In questo “Two Hunters” (il primo capitolo di una trilogia) individuiamo un’eccellente sintesi di quello che i WITTR dimostreranno nel corso della loro superba carriera. Con i suoi suoni arcaici e primitivi (qui non compaiono ancora le tastiere), esso rappresenta la dimensione del Passato. Il successivo “Black Cascade” (2009) è invece l’estrinsecazione della solidità del Presente e (in quello che sembrerebbe un apparente passo indietro) sfoggia un sound ancora più feroce e black metal-oriented, dove le componenti che hanno reso peculiari la band non scompaiono, ma vengono fagocitate dalle voraci chitarre e da una batteria turbinante. Questi i due album più “terreni”. La lenta ascesa verso il cielo (e dunque verso il Futuro) si completa con l’album più astrale (un’altra definizione della loro musica è appunto astral black metal): quel “Celestial Lineage” (2011) che costituirà il gradito ritorno alle sonorità del primo capitolo. Il corpus sonoro allestito da due fratelli (oramai i WITTR sono a tutti gli effetti un duo) si riappropria di pause atmosferiche e passaggi maggiormente cadenzati, con un uso ancora più copioso di melodia, voci pulite (maschili e femminili), sintetizzatori e field-recording. La corsa verso il firmamento culminerà nel 2014 con la suggestiva opera di rilettura, interamente strumentale, compiuta con “Celestite”: un’appendice all’ultimo full-lenght, rivisitato in chiave drone-ambient (con risultati ancora una volta egregi).

L’operazione dei talentuosi fratelli Weaver, in definitiva, costituisce un’ulteriore nobilitazione del black metal come genere. Una maturazione compiuta principalmente a livello concettuale: non si parla più di Satana, di Male o di vichinghi e glorioso Nord, ma vengono intavolate tematiche ambientaliste (rese ovviamente attraverso simboli e suggestive metafore) dagli immancabili risvolti esistenzialisti. Ma anche a livello stilistico i Lupi arrecano il loro importante contributo evolutivo al “Nuovo Metal”, in quanto il linguaggio del black viene rimodellato e rivolto verso nuovi “scopi musicali”: un black metal tanto malleabile da saper disegnare suggestivi landscape sonori dal sofisticato sapore ambient, quanto devastante da edificare impetuosi crescendo emotivi che vengono mutuati dall’universo post.

Un discreto passo in avanti rispetto alle band norvegesi degli anni novanta, che non potevano ovviamente conoscere né i Neurosis, né gli Isis, né i Sunn O)))…