"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

24 nov 2016

VENTICINQUE ANNI SENZA FREDDIE MERCURY




24 novembre 1991, esattamente venticinque anni fa, si spegneva una delle stelle più brillanti del rock di tutti i tempi: Freddie Mercury non è stato solo uno dei cantanti più talentuosi mai apparsi sulla faccia di questa terra, ma anche e soprattutto un artista unico, inimitabile, inimitato.

Ma in questo 2016 non ricorre solo il venticinquennale di questa tragica scomparsa: proprio quest'anno infatti il front-man dei Queen avrebbe soffiato su settanta candeline. E proprio per celebrare questa simbolica ricorrenza lo scorso settembre l'asteroide 17473 (scoperto nel 1991, l'anno del decesso del cantante) è stato ribattezzato 17473 Freddiemercury, a rimarcare l'importanza del personaggio nell'immaginario collettivo.

Mai come in questo caso arte e sfera popolare hanno coinciso: i Queen sono stati un fenomeno di costume ed hanno letteralmente conquistato le masse con i loro pittoreschi videoclip, con le loro melodie di facile presa, con i loro ritornelli memorabili, con il carisma travolgente del loro leader, ben disposto al "trucco e al parrucco". Ma attenzione, l'unicità del Nostro stava nell'incarnare nello stesso corpo, nella stessa voce e nelle stesse mani (perché si destreggiava pure al piano), sia l'istrionico uomo baffuto travestito da donna nel celebre video di "I Want to Break Free", sia il compositore raffinato che ha concepito brani epocali come "Bohemian Rhapsody".

I Queen non sono stati dunque solo gli interpreti di hit di successo: nella loro ampia e variegata visione artistica, hanno saputo convogliare e volgere a loro favore le correnti stilistiche più disparate. Quindi pop (nella sua accezione più nobile), ma anche glam, hard-rock, progressive, musica classica, opera e persino metal.

Si, metal, perché è innegabile che per molti che sono entrati e dimorano oggi nel Reame del Metallo, spesso il primo passo è stato proprio ascoltare una canzone dei Queen. Quanti di noi, in giovane età, hanno iniziato ad apprezzare e seguire la musica in modo più attento e consapevole attirati dai videoclip della Regina? Sedotti dall'ugola straordinaria di Mercury? Elettrizzati dal chitarrismo ispirato di Brian May, che di bei riff ce ne ha regalati a palate? Quanti di noi si sono ripetutamente esaltati sulle note oramai leggendarie di "We are the Champions" (bellissima canzone, purtroppo rovinata da una eccessiva sovraesposizione mediatica)? E chi non ha scosso la testa almeno una vola innanzi alle energiche schitarrate di "One Vision" e di "I Want It All", o ai ritmi travolgenti di "Stone Cold Crazy"? Chi di noi non si è emozionato innanzi allo scoppio dell'epico ritornello dell'evocativa ballad "Who Wants to Live Forever"? Chi non si è strabiliato innanzi alle imprevedibili evoluzioni di una suite tortuosa come "Innuendo"? E chi, infine, non si è commosso con "The Show Must Go On", testamento spirituale di un Mercury già malato e consapevole di quello che gli avrebbe riservato di lì a poco il Destino?

Questi sono solo degli esempi di come i Queen, con tutto il loro armamentario di suoni, possano aver contribuito al percorso di crescita di tutti noi: un calderone sfavillante in cui ognuno ha trovato la propria hit preferita, il proprio brano del cuore.

Come già abbiamo visto in occasione del nostro post sui Muse, nonostante i Queen siano stati per il metallaro medio una importante porta di ingresso per accedere al mondo della musica, come influenza stilistica essi sono stati accettati piuttosto tardivamente. Forse il metallaro, nel suo percorso di definizione identitaria, ha voluto prendere le distanze da quella band che non era esclusivamente dedita al verbo del metallo, che non ne aveva l'attitudine e che si muoveva troppo con disinvoltura in insopportabili territori pop.

Sarà quando il metal non temerà di farsi pomposo che le lezioni dei Queen verranno rispolverate. A tal riguardo basti scavare un attimo in profondità nella discografia dei Nostri e disseppellire quei brani più ricercati che non raggiungevano certo la notorietà, ma che di sicuro davano sostanza agli album. A titolo esemplificativo si prendano in considerazione le sole "The March of the Black Queen" ("Queen II", 1973), lungimirante saggio di complessità compositiva (divisa in ben undici sezioni, essa andava indubbiamente ad anticipare le sperimentazioni del brano-capolavoro "Bohemian Rhapsody") e "The Prophet's Song" ("A Night at the Opera", 1975), epica cavalcata di otto minuti in cui troviamo quelle atmosfere fantasy che spopoleranno poi nel power.

Sebbene non esista nel Metal una band che ai Queen si rifaccia in modo pedissequo, è possibile rinvenire "pezzetti" di Queen sparsi qua e là ad arricchire l'ampia tavolozza di colori a disposizione del metal. Li troveremo nei cori polifonici, nei sinfonismi dei Savatage; li incontreremo in certi passaggi più "pop oriented" dei primi Dream Theater, ed in particolare nelle vocalità calde ed avvolgenti di LaBrie.

Una svolta sdoganati, sarà frequente imbattersi in loro in quasi tutte le incarnazioni del prog-metal e soprattutto del power metal che, accanto al restauro dell’ortodossia metallica, riabilitava, soprattutto nelle sue estrinsecazioni più virtuose, il carattere epico, elegante, operistico dei Queen. In particolare i Blind Guardian, ben conservando la ruvidità del power teutonico, si faranno ambasciatori della visione artistica di Mercury e soci nel Reame del Metallo, sia direttamente (con la cover di "Spread Your Wings", intitolando un album "A Night of the Opera") che indirettamente, assorbendo una lezione di libertà compositiva e complessità esecutiva (ai limiti della musica classica) che determinerà la maturità artistica dei Bardi di Krefeld.

Lezioni che erano state recepite qualche anno prima anche dai colleghi Helloween, che in occasione del loro album più sperimentale (il sottovalutato "Chameleon") dichiararono di essersi ispirati ai Queen: Kiske all'epoca spiegava infatti che la volontà della band era di suonare in modo imprevedibile, scrivere brani diversi fra di loro proprio come facevano i Queen. L'eredità della band di Mercury non si riduce quindi ad una manciata di spunti stilistici, ma è un qualcosa di ben più grande, facendosi suggeritrice di un approccio di grande apertura mentale che incita a non fermarsi innanzi ai recinti spinati che perimetrano i vari generi musicali.

Nonostante oggi mi faccia bello con queste edificanti parole, devo ammettere che anche la mia storia personale non è stata molto diversa da quella di molti altri: ho dunque conosciuto ed amato i Queen nel "neolitico" della mia vita di metallaro, li ho poi abbandonati ed infine rivalutati in vecchiaia.

Oggi, però, la mia mente non può non correre a quel fatidico 24 novembre del 1991. La notizia mi colpì in modo particolare, sebbene all'epoca non stravedessi più per loro: sentii come un vuoto, era l'assenza improvvisa di chi mi aveva tenuto buona compagnia per molto tempo ed insegnato tante cose. La sera, poi, la passai sul divano a guardare un piacevole speciale-fiume trasmesso da Videomusic: cullato dalla calda e confortevole voce del VJ (Mixo?), ripercorsi la storia incredibile dei Queen, attraverso i loro video, in tempi in cui in TV si parlava ancora con passione di musica.

Qualche tempo dopo vi fu il mitico Freddie Mercury Tribute Concert allo stadio di Wembley: era il 20 aprile del 1992 ed anche quella fu una grande maratona televisiva per me. I successi dei Queen venivano ripercorsi con il supporto di uno folto stuolo di nomi illustri della musica del rock e del pop come Robert Plant, David Bowie, Annie Lennox, George Michael, Elton John, Liza Minnelli ecc., ma non mancavano band e personaggi da noi meglio conosciuti come Metallica, Guns 'N Roses, Extreme, Def Leppard e Tony Iommi (sua la chitarra in una versione terremotante di "Stone Cold Crazy", con dietro al microfono niente meno che James Hetfield). Insomma, uno spettacolo all'altezza dell'evento che era chiamato a celebrare e che certo offriva più di uno spunto di interesse per il cultore del Metallo. Del resto, tutto ruotava attorno alla sempre ottima musica dei Queen, anche se il fantasma di Mercury aleggiava amaramente fra le note, misurando l'abisso che c'è fra lui stesso e qualsiasi altro chiamato ad interpretare le sue canzoni: tutti ci provarono, ma nessuno ci riuscì ("The Show Must Go On", per esempio, fu arrangiata qualche tonalità sotto per adattarla alle corde vocali di Elton John).

Non dico che Mercury sia il migliore, mi limito ad affermare che è unico. E' una impressione limpida, che si ha ascoltando questa sfilata di grandi cantanti ed interpreti che, ognuno con la sua sensibilità, chi più goffamente, chi meno, non è riuscito a centrare il bersaglio con la stessa magia e disinvoltura. La stessa identica impressione che ebbi quando ascoltai un cd che trovai in un uovo di Pasqua: era un cd di cover di canzoni famose eseguite da band sconosciute e nemmeno accreditate nel booklet. Dai Nirvana agli U2, dai R.E.M. agli Oasis, l'unico brano che veramente non convinceva era quello dei Queen. Provate ad indovinare perché...

Lunga vita alla Regina!