"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

12 set 2026

QUELLI CHE ASPETTANO IL "FIFTY SOMETHING" TOUR - UNA RETROSPETTIVA SUI RUSH (6/10)

 



Piccolo sassolino da togliermi dalla scarpa mentre carico questo post: ma è mai possibile, mi chiedo, che i Rush soltanto a fine carriera arrivarono a confezionare, per i loro dischi, copertine degne di questo nome? 

Ora, vero è che il taglio stilistico delle cover degli album rock negli anni settanta e ottanta non brillava per gusto (chiedere, tanto per saperne qualcosa, agli Scorpions o agli UFO, giusto per citare due top band coeve) ma devo dire che i Nostri si distaccano dai più per una sequela di copertine una più orrenda dell'altra (ad eccezione di "Caress of Steel"). L'accoppiata di full lenght di cui parleremo oggi non solo conferma la regola ma, se possibile, la accentua, riuscendo quasi a far peggio di quanto visto nel nostro precedente post (mi riferisco ovviamente a "Signals").

Vabbeh, pazienza. Meno male che i contenuti musicali sono inversamente proporzionali alla bellezza delle cover che li contengono...

Power Windows” (11/10/1985): arrivati a quota dieci album, i Rush non lasciano tempo al tempo e, tornati dal tour di supporto a "Grace Under Pressure", cambiano nuovamente produttore: da un Peter, Henderson, a un altro Peter, Collins. Il risultato è, a livello di suoni, scintillante: "Power Windows" è potente, bombastico, plasticamente ottantiano. Da un punto di vista stilistico, i canadesi continuano la loro fruttuosa esplorazione delle sonorità synth-rock, comprensive dell’uso delle electronic drums (ovviamente sempre a cura di Peart). Certo, i fan della prima ora avrebbero potuti rimanere spiazzati perché synths, samples e overdubs hanno qui davvero largo spazio mentre le chitarre di Alex, che si erano “rianimate” nel precedente, ancora una volta rimangono un po’ sacrificate, seppur non manchino suoi pregevoli assoli o riff glaciali e taglienti. I brani rimangono stabilmente tra i 5 e i 6 minuti per un risultato altamente soddisfacente. E questo perché i Rush, lo si sente, sono sempre in costante cammino, alla ricerca di un’esplorazione di soluzioni e suoni che, partendo dal loro hard/prog rock, si confrontano con i mezzi che la tecnologia di allora metteva a disposizione. Si giunge così a canzoni dalla scrittura compatta, tastiere dal flavour cosmico, percussioni al quadrato, cori e orchestrazioni, portato diretto del lavoro di Collins. Insomma, "Power Windows" è sicuramente il disco più “iperprodotto” fino a quel momento ma il rischio “freddezza” è scongiurato grazie al calore delle melodie, alla voce di Geddy, sempre emozionale, e da un pathos palpabile che trova il suo apex nell’accoppiata finale “Emotion Detector” – “Mystic Rhythms”. E niente, ragazzi: ennesimo centro per i Nostri!

Voto: 7,5

Hold Your Fire” (08/09/1987): affidandosi ancora all’ottimo Collins, i Rush, dopo una breve pausa post-tour, tornano a lavoro: Neil sui testi e Alex e Geddy sulla musica. Il risultato è ancora una volta praticamente inattaccabile. La formula sperimentata in "Power Windows" viene mantenuta con brani di durata media, senza suite, e con un sound sempre in bilico tra un rock molto fruibile, sprazzi di hard-rock/hard n’ heavy e stilemi mutuati dal vasto e variegato mondo della new wave ottantiana. Mai come in questa fase artistica i Rush diventano una band che, potremmo definire A.O.R.: le canzoni sono raffinate, arrangiate meticolosamente, levigate, quando non patinate, e uno “spirito” radiofonico che sembra perfetto per le performance live in grandi arene. Non manca, ovviamente, un certo approccio progressivo alla composizione che, però, rimane come in passato tenuto a bada, come se i Nostri stessero cavalcando un purosangue che vorrebbe scatenarsi al galoppo ma il cui cavaliere lo tenga frenato con morso e briglie.

Da rimarcare la preziosa presenza di una giovanissima Aimee Mann, che in quell’anno aveva collaborato con la Cindy Lauper di “True Colors”, che presta la sua ugola per i brani migliori del platter, tra cui ci piace citare “Time Stand Still” e “Tai Shan”, sorta di atipica ballad dal flavour orientale (il titolo si riferisce al Monte Tai, montagna sacra situato nello Shandong, in Cina).

Non da tutti apprezzato, in definitiva “Hold Your Fire” è un altro disco che ogni amante dei Rush deve conoscere.

Voto. 7,5

A cura di Morningrise

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