CLASSIFICA DEI DIECI MIGLIORI ALBUM DEATH METAL USCITI NEL 1991
ANTEPRIMA: "DAWN OF POSSESSION" (IMMOLATION)
Comprai questo disco usato da un amico, il quale svendeva per niente una pila di vinili rovinati dall'umidità. In pratica erano appiccicati per le copertine a formare una specie di fisarmonica e furono chirurgicamente separati per non sciupare troppo le copertine. Ancora si riconoscono per l'odore di muffa, ma per fortuna i vinili erano rimasti intatti.
Questa fu il mia primo incontro con gli Immolation, ma proseguì anche peggio. Successivamente anche io decisi di
svendere qualche disco, tra cui un vinile dei Cannibal Corpse, se non
che il destinatario mi mandò un messaggio, lamentando il fatto che
dentro alla copertina dei Cannibal ci aveva trovato il vinile di tali
Immolation. Però gradì comunque...
Innanzitutto chi lo
aveva acquistato nel 1991, con molta probabilità lo aveva fatto o
comprando l'unica copia giunta (insieme ad altre del catalogo
Roadrunner) in un paio di negozi di dischi, oppure facendo qualche
chilometro per andare all'Atlantic Star, base operativa dell'allora
mensile Flash, nato come supplemento di Metal Shock. Nonchè unica guida
possibile in tempi in cui la Rete non esisteva: all'epoca si comprava a "scatola chiusa", sulla base di recensioni lette su un paio di riviste...
La copertina richiama la
composizione di "Hell Awaits", demoni che tormentano (in questo caso
ingroppano) angeli, formando coppie di fatto a cui oggigiorno
riconoscerebbero anche i diritti civili. Ma allora erano altri tempi...
Il genere era un death
americano che definirei “involuto” e che storicamente
ricondurrei alla svolta che di lì a poco avrebbero avuto i Morbid Angel con "Covenant", con il quale abbandonarono le sperimentazioni e la versatilità dell'album
precedente, al fine di suonare musica cavernosa, tirata ma non sempre,
quadrata nelle strutture e scarna, cioè ripulita dal chitarrismo
solista che invece dominava il techno-thrash. Sulla stessa linea di
orientavano altri gruppi americani, mentre gli scandinavi sceglievano
una contaminazione death and roll. Questa frangia di gruppi si riunì
con altre formazioni americane che avevano già mosso dal thrash e
proposto tematiche di tipo satanico-fantastico, erroneamente
catalogati come black metal solo per l'aura satanica che per i
connotati stilistici.
Avevo sottovalutato i
testi, che in qualche modo si avvicinano agli spunti dei Deicide.
Si immagina un secondo
avvento di Cristo, stavolta posseduto. Non banale l'idea di un Cristo
come veicolo ultimo di un messaggio sul senso della vita, in cui la
differenza sta nella natura umana o divina, con tutto ciò che ne
consegue in merito alla giustificazione di un ordine sacerdotale che
faccia da tramite. Il tema del Cristo nero, qui solo accennato, è
descritto in termini più precisi dai Satyricon ("La morte del Cristo
bianco"), o ne “La casa di Dio” di King Diamond, fino – uscendo
dal metal – al tema del segreto incarnato dall'erede di Cristo ne
“Il Codice da Vinci”.
Per quanto riguarda il
Cristo divino, interessante la posizione teologica degli Immolation. Non è l'uomo ad aver rinnegato Cristo, e a dover quindi scontare la
colpa di essere stati salvati tramite il suo sacrificio, ma il
contrario: Cristo ha abbandonato gli uomini, li ha lasciati indietro
nel suo delirio divino che lo ha portato a sprecare il suo messaggio
umano. Il rifiuto del ricatto di Dio include quindi il capovolgimento
del rapporto con l'uomo: è l'uomo che dovrebbe avercela con Dio, se
Dio esistesse, per averlo abbandonato. Finché l'uomo lo vorrà, Dio
esisterà, mentre se la fede dell'uomo punta molto più in basso del
cielo, ecco che la distanza di Dio dal mondo cresce fino a farlo
volar via come un palloncino colorato da fiera.
L'immolazione è il segno
tangibile di chi segue un Cristo divino, ne ripropone la sofferenza
perché si identifica nel suo ruolo di ricattatore dell'umanità. La
perpetuazione di questo ricatto dell'uomo verso l'uomo, che imita
quello di un sedicente Dio, è per gli Immolation la giusta fine del
fedele. E lo sarà anche alla fine dei tempi, quando i fedeli
periranno in massa convinti di essere poi salvati dopo l'Apocalisse.
Bella, anche se un po' fantozziana, l'immagine della nuvola nera che si
ispessisce per scatenare un temporale sul mondo oscurato, che muore
freddo e affamato di luce, con preghiere che rimangono nella bocca
degli uomini morenti.
Il resto dei testi è un
misto di immaginario death classico, sempre in bilico tra il fisico e
il metafisico. Esemplare in questo senso “Internal Decadence”
(decomposizione e degenerazione spirituale in parallelo), ispirato il
film “Le 120 Giornate di Sodoma” di Pasolini.
I quaranta minuti dell'album
scorrono bene, muscolosi, fieri, senza picchi compositivi, ma in
maniera decisamente rappresentativa del genere e di quello che a me
piace ricordare come il death involuto, genere che probabilmente originò in reazione allo sviluppo di filoni commerciali che
contaminarono anche il metal, come il funky e il grunge, ed alla
commercializzazione legata ai fenomeni di street rock dell'epoca.
In fin dei conti, gli alfieri del death scelsero di piantonare le colonne del tempio e per questo meritano rispetto...
In fin dei conti, gli alfieri del death scelsero di piantonare le colonne del tempio e per questo meritano rispetto...