I 10 MIGLIORI ALBUM DELLE CULT BAND (ANNI '90)
1991: "MENTAL VORTEX"
1991: "MENTAL VORTEX"
Se per band di culto
s’intende una band di grande valore affetta però da scarsa notorietà,
tanto che il suo seguito si riduce ad una nicchia di estimatori invasati,
sicuramente i Coroner sono stati (e lo sono tuttora) una band di
culto. Il rapporto successo/valore (laddove per valore intendiamo:
inventiva, personalità, ispirazione, elevato tasso tecnico) è in effetti uno
dei più impietosi registrati nella galassia multiplanetaria del metal.
Agli elvetici non mancava
nulla, eppure nel 1996 si scioglievano nel silenzio più assoluto, dopo
cinque album a dir poco strepitosi (la band si riunirà nel 2010: un
ritorno sui palchi di tutto il mondo che però non ha coinciso con un ingresso
in studio). L’album “Grin” (1993) e la raccolta di classici, brani inediti
ed alterative mix “Coroner” (1995) rimangono dunque ancora
oggi il sigillo finale di una carriera senza macchia, dove l’unica colpa della
band è stata quella di essere stata troppo avanti per essere compresa dal grande (ma
anche dal medio) pubblico. Tutto questo, c’è da dire, si consumò in un contesto
sociologico (la seconda metà degli anni ottanta, la prima metà degli anni
novanta) in cui tendenze e dinamiche storiche non hanno sicuramente giovato
alla causa dei Coroner, che decisero di chiudere la partita proprio per lo
scarso ritorno in termini di vendite. Diamo dunque un fugace sguardo alla loro
grandezza, per poi approfondire le ragioni di questo fallimento, non di certo
artistico.
Nel 1991 usciva “Mental
Vortex”, da molti ritenuto l’apice artistico dei Coroner, sebbene io
continui a preferire il successivo “Grin”, che dal thrash oserà
spingersi verso territori più squisitamente progressivi, macchiandosi di
sonorità industriali e crust. Ma se si va a vedere la fase più
“classicamente” thrash, probabilmente “Mental Vortex” rimane il loro parto
migliore.
Otto brani per quasi
cinquanta minuti di thrash cerebrale e suonato divinamente, con dei suoni che
gli album dei Coroner non hanno mai avuto. Che i tre sappiano suonare lo
abbiamo già detto, ma ricordiamo almeno il talento di Tommy T. Baron,
chitarrista extraordinaire che senza esagitazioni possiamo collocare fra
i migliori di sempre dell’heavy metal. Dotato di una tecnica sopraffina, tanto
fluido nella dimensione solistica quanto pragmatico ed efficace nella
controparte ritmica, dispiace quasi vederlo “sprecato” nei ranghi del vile
thrash: il suo approccio è indubbiamente hendrixiano (vedasi le fughe
improvvise che destabilizzano le ritmiche serrate), cosa che non deve suonare
altisonante, in quanto il mancino di Seattle era stato tributato esplicitamente
due dischi prima con la cover di “Purple Haze”. La preparazione di
Vetterli (vero cognome del chitarrista) è palesemente classica e il suo
virtuosismo è paragonabile a quello di un Malmsteen, con la sola
differenza che lo svizzero è dotato di maggiore gusto e sicuramente di maggior
senso della misura rispetto al maestro svedese. Prima di additarci come “i
soliti esagerati” andatevi a riascoltare le tracce strumentali dei primi album
(le travolgenti “Nosferatu” e “Arc-Lite”), impreziosite da vorticose
scale neoclassiche che si integrano alle impetuose ritmiche con un’intensità
che potremmo definire wagneriana.
Ma, come si diceva, i Coroner
non amano le baracconate e per questo si possono permettere di guardare a
quegli sfoghi esibizionistici come bambinate, presto contenute e trattenute con
rigore nel severo Coroner sound: con il tempo, infatti, i Nostri
preferiranno concentrarsi sull’atmosfera, su ambientazioni cupe chiamate a fare
da contorno a trame sempre più minimali ed ossessive. Palese, in questa opera
di ricerca stilistica, le rielaborazione della grammatica dei conterranei Celtic Frost (ricordiamo che i membri dei Coroner facevano parte della road-crew
di Fischer & soci) e delle band del thrash teutonico (Destruction
in primis), con punte di acidità che rievocano i Megadeth più cinici.
Se Ron Royce al basso faceva il suo dovere e dietro al microfono
grugniva al limite del growl, un plauso aggiuntivo va fatto a Marquis
Marky, batterista, paroliere e genio visionario della band. Fermo restando
che il suo drumming potente e preciso assicurava il giusto dinamismo ai
brani complessi dei Coroner, è il potere delle sue parole e il suo interesse
per le arti visive a renderlo quello che per Fischer, nei Celtic Frost, è stato
Martin Eric Ain. Sue le copertine (tutte improntate su temi macabri),
sue le scenografie che facevano da sfondo ai live devastanti: senza
questo supporto visivo, senza quelle atmosfere, senza quei testi affilati, i
Coroner non sarebbero stati la stessa cosa.
Forse è stato proprio questo mood
“dark” a rendere ostici i Coroner al metallaro medio, in tempi in cui
il gothic/doom, il black e il depressive non erano ancora
di moda. Io li conosco a memoria gli album dei Coroner, ma a riascoltarli in
questi giorni per poterne scrivere con maggiore fluidità, mi rendo conto di
quanto diano fastidio i loro brani pregni di pessimismo, disincanto, sobri nel
decantare un universo inquietante, asettico nella sua disumanità.
“Mental Vortex”, si diceva,
prima del “salto oltre” compiuto con “Grin” (a parere del sottoscritto da
annoverare fra i “dieci album più intelligenti del metal”), è il capolavoro
thrash dei Coroner: veloce, diretto, ma al tempo stesso composito e ricco
di sfumature. Il primo minuto e mezzo è eloquente: “Divine Step (Conspectu
Morti)” si apre con squallidi rumori da sala operatoria, a metà strada fra Queensryche
e Carcass, quando all’improvviso irrompono ritmiche travolgenti ed un rifferama
d’autore capace di gettare un ponte fra il thrash spigoloso degli anni ottanta
e il groove pompante che di lì a poco verrà sdoganato da Pantera e
Sepultura. Decisamente uno dei migliori incipit della storia del metal. A
rimetterci in riga è il latrato di Royce, lontano mille anni luce dal fare anthemico
che farà il successo dei grandi “declamatori” del decennio novantiano, Phil
Anselmo e Max Cavalera in testa al corteo: il thrash dei
Coroner è ancora mesto, angosciante, kafkiano potremmo dire, pervaso di
quella malvagità che è tipica della decade precedente. Da applausi, infine, il
brusco rallentamento in mezzo alla canzone, in cui arpeggi, giochi di armonici,
voci registrate e una beffarda risata creano una dimensione da sogno che ci
consegna i tre svizzeri in veste di inquietanti Pink Floyd
elettrificati.
Come si diceva il sound dei
Coroner è essenziale ed asciutto, sebbene le qualità tecniche dell’ensemble
emergano ad ogni piè sospinto. Quello che più stupisce è la capacità di creare
scenari melodici e saperli incastonare in passaggi ritmici in continua
evoluzione, dove il “sopra melodico” e il “sotto ritmico” costituiscono sempre
qualcosa di dotato di senso. L’assolo strepitoso di “Son of Lilith”, gli
affondi acustici nel ritornello di “Semtex Revolution”, la clamorosa
apertura elettro-acustica di “Sirens” sono esempi di questo modo di
operare, perennemente sospeso fra fantasia compositiva ed ortodossia thrash.
Degna di menzione rimane la conclusiva “I Want You (She’s So Heavy)”, ardita
cover dei Beatles che però poco aggiunge all’originale, già di
per sé esperimento estremo nel lontano 1969 (anno di uscita dell’album in
cui è contenuta, “Abbey Road”).
Una squadra affiatata (nel
corso della loro cinque album i Coroner non hanno mai cambiato formazione!), artisti
tecnicamente impeccabili e focalizzati su una visione artistica estremamente
personale: cosa diavolo è andato storto? Riassumerei la questione in due
argomenti: uno di ordine stilistico, l’altro di ordine sociologico.
Abbiamo aperto la nostra
rassegna con il tema della contaminazione. Dissertando dei Coroner,
abbiamo inoltre parlato di sfumature industriali, musica classica e citato le cover
di Jimi Hendrix e dei Beatles. Pescare dai generi più disparati
come dal repertorio del rock degli anni sessanta farebbe pensare ad una band
aperta di mente e disposta alle contaminazioni più azzardate. Si e no:
se certo il background dei Nostri passa in rassegna una vasta gamma di influenze,
c’è da dire che i Nostri le hanno sapute ricondurre nel recinto del metal nella
sua forma più schietta. Ed è questo il paradosso dei Coroner: dall’alto
della loro sapienza hanno saputo tradurre il loro universo di influenze nel
secco linguaggio del thrash metal, per questo per loro non è corretto parlare
di contaminazione. I Therion hanno contaminato il metal con la musica
classica ed operistica, inserendo cori ed orchestre intere nella loro musica. I
Tiamat e gli Anathema hanno flirtato con i Pink Floyd;
i Ministry e i Godflesh con l’industrial, i Sepultura con
l’hardcore, i Rage Against the Machine con il rap, ma i Coroner no, son
sempre rimasti chitarra-basso-batteria, han sempre suonato solo ed
esclusivamente metal. Punto. Non è un limite questo, bensì un pregio, perché,
come il grande Chuck Schuldiner, un approccio di questo tipo esprime una
grande padronanza dei propri mezzi, nonché una capacità di forgiare un sound
personale senza dover ricorrere all’emulazione.
Peccato però che questa
mirabile impresa sia stata compiuta in un periodo in cui la concezione del
vecchio metal stava divenendo obsoleta. Mentre Tommy T. Baron riusciva
ad incastonare l’assolo perfetto in mezzo agli schemi rigorosi del thrash metal
più severo, si stava imponendo una visione del metal improntata esclusivamente
sulla potenza bombastica di brani semplici e basati sull’impatto, privi
per giunta di assolo, visto come un inutile retaggio di un passato inutilmente
pomposo. Mentre si ergevano urlatori carismatici, catalizzatori di invettive ed
armati di spirito rivoluzionario, Ron Royce sputava le sue meste
sentenze a denti stretti, a metà strada fra il sibilo del serpente e il conato
di vomito. Poteva dunque aprirsi un varco nei cuori delle masse dei giovani
dell’epoca, un apparato così concettualmente e formalmente pesante?
Passiamo dunque al lato
sociologico della faccenda. Forse la metafora non sarà perfettamente calzante,
ma rende bene le sensazione che ha accompagnato un passaggio critico nella
storia del metal: quello fra anni ottanta e novanta. Immaginate degli
adolescenti che periodicamente si trovano insieme per giocare a Risiko,
occhialuti, con la forfora e le magliette di Guerre Stellari. Costoro si
ritrovano, si rinchiudono in uno scantinato e, lontani dalla luce del sole,
passano lunghe ore a spostare meticolosamente piccoli carri-armati su un
tabellone. Poi ad un certo punto cambia qualcosa, c'è irrequietudine nell'aria:
Tizio dice che per venerdì non ce la fa, Caio sembra meno concentrato del
solito e guarda continuamente i messaggi che gli arrivano sul cellulare, Sempronio
appare distratto e si ritira clamorosamente dopo solo quattordici ore di gioco,
c'è addirittura chi osa parlare di topa. L’impianto scricchiola: il
tempo dei giochi da tavola sta evidentemente finendo: innervosito ed indignato,
il più nerd di tutti s'inalbera di fronte ad un atteggiamento così sacrilego,
ma battere i piedi per terra gli servirà a poco.
Fra l'uno e gli altri sta la
differenza fra il vecchio thrash metal degli anni ottanta e band come Pantera
e Sepultura che all'inizio degli anni novanta seppero svecchiare
l'antico modello del thrash, portandolo ad uno stadio di maggiore freschezza
compositiva, minore rigidità, minore adesione a schemi oramai consunti. Meno
fronzoli, dunque, e più immediatezza ed orecchiabilità. Non è calzante la metafora,
si diceva, perché sarebbe ingiusto definire nerd i Coroner e ragazzi fighi
Pantera e Sepultura, perché in realtà gli svizzeri sono semmai degli adulti che
lavorano con serietà e responsabilità.
Ma evidentemente il mondo aveva bisogno di altro: innanzi ad un universo che
stava perdendo le proprie certezze, meglio viversi l’oggi come se non vi fosse
un domani, piuttosto che stare a meditare in maniera perversa su quello che non
funziona.
Chi aveva voglia di
concentrarsi sulle costruzioni sopraffine dei Coroner? Chi spendere la proprio
gioventù a farsi turbare dalle vocalità corrosive di Royce? Chi, infine, aveva
voglia di farsi rovinare la giornata dalle ottenebranti profezie dei tre svizzeri?
Il sole risplendeva, la nostra vita non aveva più senso, ma era meglio stare
sdraiati sui prati ad ascoltare le note di “Vulgar Display of Power” e “Chaos
A.D.”, accarezzare cani e provare a gridare la propria rabbia al vento, che stare a rimuginare, nella penombra della
propria camera, su quanto fossero brutti e sbagliati il mondo, la società,
l’esistenza umana.
Il tempo del Risiko era
dunque finito, come dunque era finito il tempo dei Coroner, delle loro tortuose
composizioni, degli assolo infiniti di Tommy T. Baron, dei versi senza
speranza di Ron Royce, delle immagini liquefatte di Marquis Marky.
Finiva il tempo di un impero metal che costruiva la sua essenza sulla
mera meritocrazia, per vendersi al mondo del marketing e della comunicazione.
Non credo alle ingiustizie, non credo a coloro che andavano male a scuola e
davano la colpa ai professori. Se i Coroner non hanno avuto successo, un motivo
ci deve essere pur stato: sono stati essi forse il gruppo giusto al momento
sbagliato. Ad ogni modo, niente ci può togliere quei cinque capolavori
che i Coroner seppero sfornare fra il 1987 e il 1993, opere che
possiamo gustarci quando vogliamo, purché da soli e lontani dal sole...