"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

21 mar 2026

VIAGGIO NEL DUNGEON SYNTH: ALDER DEEP


Il suono sotterraneo: Alder Deep, "Chapter 1: The Descent" (2017)

Ci concediamo a questo punto una seconda deviazione di percorso. Se abbiamo spezzato una prima volta il nostro discorso introducendo il winter synth (che in verità avrebbe avuto un seguito e quasi potrebbe essere considerato un genere a parte rispetto al dungeon synth), adesso porteremo la vostra attenzione su un progetto un po' strano che, sebbene non abbia introdotto stilemi che sarebbero poi divenuti standard, rappresenta un esperimento molto interessante ed originale all'interno del più ampio bacino del dungeon synth, genere a cui indubbiamente appartiene nonostante le peculiarità della ricerca sonora che lo anima. 
 
Alder Deep è il nome di questo progetto: un progetto americano (di stanza a Tudson, Arizona per la precisione) fautore di un suono che l'autore stesso definisce "Live dungeon noises from the deepest depths". Tale definizione racchiude in sé almeno tre verità che gettano luce sulle caratteristiche di questa proposta così poco conforme rispetto agli standard del genere. 
 
La prima di queste tre verità risiede nell'ultimo pezzetto di frase "from the deepest depths". Quello che viene espresso è infatti un suono indiscutibilmente sotterraneo. Il progetto, del resto, nasce dalla volontà del suo autore di voler trasporre in musica le sue esperienze maturate nell'ambito della esplorazione di grotte e caverne, in particolare la sensazione specifica, e difficilmente descrivibile, di come l'oscurità e gli spazi angusti agiscano sulla mente ed alterino la percezione della realtà. 
 
Non a caso il concept che sta dietro alla realizzazione del debut album "Chapter I: The Descent" (primo capitolo di una trilogia di album) è la storia dell'esplorazione dell'Alder Deep, ossia una vasta rete sotterranea che si estende in gran profondità. Una storia fantastica che odora chiaramente di Lovecraft... 

Il protagonista è un non meglio definito "Delver" (scavatore) che si introduce nell'Alder Deep pronto a sfidarne le insidie, alla ricerca di un fantomatico tesoro. Nel primo capitolo si descrive l'ingresso in questo mondo sotterraneo e l'immersione progressiva in una dimensione fatta di tenebre ed asperità: un percorso di crescente claustrofobia che obnubila ed opprime la mente e lo spirito del viaggiatore, e che vedrà un primo picco di intensità all'interno di una enorme caverna ricolma di scheletri di creature sconosciute. Il panico e la paura prendono il sopravvento sullo stato d'animo del viaggiatore, il quale sarà spinto a procedere con maggiore velocità finché non si imbatterà in un placido lago sotterraneo, cosa che avrà, almeno temporaneamente, un effetto tranquillizzante. La prima parte del racconto termina proprio nel momento in cui un debole bagliore si profila oltre l'oscurità e l'esploratore deciderà di spegnere la propria luce e procedere in uno stato di torpore, sopraffatto dai ricordi deformati provenienti dal mondo della superficie. 
 
Questo è quello che intendono raccontare le undici tracce che compongono i quasi tre quarti d'ora di "Chapter 1: The Descent". A parte l'opener "Mouth of the Deep", lunga 9 minuti, gli altri episodi avranno una durata ben più breve: aspetto, questo, che conta relativamente in quanto l'ascolto dovrà essere vissuto come una esperienza unica. I singoli brani sono infatti connessi fra di loro e si sviluppano in modo omogeneo e coerente con il concept, in certi casi non sarà facile distinguerli l'uno dall'altro, capire quando finisce uno ed inizia il successivo. 
 
E' questo un dungeon ruvido e spigoloso. La seconda verità, inclusa nella definizione che l'autore ha dato alla sua musica, è la parola "noise": l'operato di Alder Deep appare inequivocabilmente votato alla realizzazione di una versione rumorosa e dissonante del dungeon synth. Sintetizzatori e pianoforti distorti, droni, riverberi, escursioni rumoristiche all'arma bianca, un uso pronunciato della componente ritmica: l'impatto iniziale ci restituisce la sensazione di un suono molto diverso da quello tipico del dungeon synth, sebbene diverse caratteristiche di fondo di questo genere siano mantenute: l'impostazione strumentale, il corpus sonoro fatto di soli sintetizzatori e tastiere, una scrittura minimale e basata sulla reiterazione di pochi temi melodici. 
 
La prima metà buona dell'album procede faticosamente con il passo incespicante di un trip-hop delle tenebre infarcito di bassi funerei e sentenzianti, beat sconsolati e sintetizzatori ubriachi dal flavour blueseggiante. Lungo svariati pattern di poche note (siano esse meste melodie di sintetizzatore o giri di pianoforte) si sviluppano sovrapposizioni dall'effetto ipnotico: un lento e vischioso vortice in cui si innestano glitch di ogni tipo (aritmie, zampilli di frastuono, frequenze disturbate) che tracimano nella psichedelia pura. Del resto, si diceva, l'album parla anche di alterazione di status psichici, dunque la discesa nelle tenebre va di pari passo con una progressiva slabbratura mentale che porta a visioni e delirio (interessanti le svisate ambient/noise di "Encompassing Darkness" e "The Narrow Passage" dove la componente ritmica si eclissa in un crescendo di tensione, per poi riprendere successivamente la sua desolante marcia).
 
In linea con la storia narrata, non mancheranno veri e propri colpi di scena. Vero snodo dell'album è la brevissima "The Fear", vortice di rumore bianco che risucchia definitivamente i beat elettronici e che dunque segna il definitivo cambio di passo dell'album: le frequenze accelerano come il battito cardiaco di una persona "impanicata" (ricordandomi, per certi aspetti, certi voltafaccia del maestro Klaus Schultz del suo insuperato debutto "Irrlicht") fino ad una apertura melodica che ha del mistico, frutto dello scontro/incontro fra lo stridore dei sintetizzatori da un lato e il subdolo giro di tastiere dall'altro. Gli ultimi minuti dell'opera, invece, scemeranno nel nulla, con il tema iniziale di tastiere riprodotto stancamente ed abbandonato da ogni orpello ritmico, destinato a vagabondare nel vuoto ed eclissarsi nel silenzio.
 
I brani sembrano figli di una improvvisazione ed ecco dunque il terzo elemento di verità: la parola "live". L'album viene infatti registrato dal vivo in un'unica sessione senza operazioni di post-produzione ad aggiustarne i difetti. Aspetto metodologico che dice molto sulla perizia tecnica dell'autore di questa musica. 
 
Come detto sopra, l'album vedrà ben due seguiti: "Chapter 2: Kobolds, Goblins, Cretins, Friends" (sempre del 2017) e "Chapter 3: Deepest Darkness" (del 2018), ma per sapere come la storia del nostro delver andrà a finire (raggiungerà il famoso tesoro? Riuscirà ad emergere nuovamente in superficie?), a questo punto dovrete ascoltare la trilogia nella sua interezza. 

Si astengano coloro che hanno paura del buio o soffrono di claustrofobia...