Sin da ragazzo, nel mio immaginario, assieme alle Seychelles, le
Maldive sono da sempre associate alla vacanza da sogno, la
meta inarrivabile (perché troppo cara), il viaggio esotico per antonomasia. E non dev'essere solo un mio pensiero, posto che gli italiani, ancora oggi, sono i turisti più numerosi in assoluto
che frequentano i 26 atolli maldiviani.
Rispetto a questa visione
adolescenziale, l’arcipelago asiatico è salito alla ribalta dell'attenzione dei media anche per questioni diverse da quelle turistiche. Le immagini dei miasmi di Thilafushi, alias rubbish
island (l'isola adibita a ricettacolo di tutta l'immondizia dei resort per occidentali), hanno fatto scalpore; così come il rischio-sommersione dell'intero arcipelago dovuto al
riscaldamento globale e al conseguente innalzamento degli oceani. E se a tutto
questo sommiamo una certa restrizione delle libertà civili (a partire dalla
negazione delle libertà di culto e un rigido codice comportamentale per le
donne), il golpe militar-islamico del 2012, e, da ultimo, l’alto numero di
foreign fighters maldiviani che sarebbero andati a combattere per l’Isis in
Siria, possiamo capire come le Maldive, non siano solo quell’idilliaco paradiso
naturale descrittoci nelle brochure delle agenzie di viaggio.