Riflettere sulla parabola artistica di Igorrr, finora, significa soprattutto chiedersi se il progetto abbia mai davvero voluto
“funzionare” secondo i criteri consueti del metal o se non sia sempre stato,
fin dall’inizio, un corpo tollerato più per stanchezza che per reale
comprensione.
Gautier Serre non ha mai nascosto l’intento di creare qualcosa di scomodo, ma col tempo è diventato evidente che il disagio non era solo sonoro: Igorrr mette in crisi l’idea stessa di appartenenza a una scena.
Gli esordi, tra le demo "Poisson Soluble" (2006) e "Moisissure" (2008) e il debut "Nostril" (2010), oggi suonano quasi come esercizi di demolizione
gratuita. Non tanto del metal, quanto dell’aspettativa dell’ascoltatore.
Breakcore isterico, clavicembali trattati come armi improprie, voci deformate
fino al ridicolo: tutto sembra dire che la coerenza non è un valore e che
l’eleganza è sospetta. C’è ironia, certo, ma non quella rassicurante della
parodia. Piuttosto un ghigno nervoso, più vicino al rumore che al divertimento.
Riascoltati ora, quei dischi hanno il pregio dell’incoscienza e il difetto tipico di chi scopre un linguaggio nuovo e vuole usarlo tutto, subito, senza distinguere tra intuizione riuscita e semplice provocazione. Difetto che si sta trascinando fino ai giorni nostri.
Con "Hallelujah" (2012) arriva il primo momento in cui
Igorrr sembra accorgersi di poter durare più di un istante. Il caos rimane, ma
viene organizzato. Le strutture si allungano, il metal assume un peso reale, le
voci liriche non sono più solo un elemento disturbante ma diventano parte
integrante del discorso. È il disco che ha reso Igorrr “ascoltabile” senza
renderlo accomodante e forse per questo resta ancora oggi il punto di
equilibrio migliore tra eccesso e controllo. Non tutto funziona; anzi, a tratti
l’impressione è che l’effetto shock venga usato come scorciatoia, ma per la
prima volta emerge una visione che va oltre l’accumulo.
Il salto successivo "Savage Sinusoid" (2017) segna un
cambiamento più sottile ma decisivo: Igorrr entra definitivamente nel metal
come linguaggio, non più come bersaglio. La produzione è massiccia, il suono è
aggressivo. Il progetto perde parte della sua imprevedibilità ma guadagna
solidità. Qui nasce anche una delle critiche più frequenti e, in fondo,
legittima: il caos diventa riconoscibile, perciò smette di essere disturbante.
"Savage Sinusoid" è un disco potente, ma meno pericoloso di quanto
sembri.
Con "Spirituality and Distortion" (2020) e poi l'ultimo "Amen" Igorrr sembra voltarsi indietro e guardare il proprio percorso
con una certa gravità. L’ironia si ritira, la frammentazione diminuisce,
l’atmosfera si fa più rituale. È una maturazione, ma anche una perdita. Il
progetto guadagna coerenza emotiva e perde quella sensazione di instabilità che
lo rendeva imprevedibile.
Non è un tradimento, né una resa al “metal serio”, ma il
risultato di una scelta chiara: parlare meno per dire qualcosa di più preciso.
Il problema è che la precisione in Igorrr non è il valore principale.
Alla fine resta un progetto più interessante da osservare che da abitare. Non consola, non unisce, non costruisce comunità. Non offre nemmeno un vero scandalo, perché il metal estremo ha ormai metabolizzato quasi tutto. Eppure continua ad esistere come un oggetto leggermente fuori asse, che rifiuta tanto la purezza quanto l’intrattenimento. Non è rivoluzionario in senso storico, ma è onesto nel suo rifiuto di semplificare.
Forse è questo il suo pregio maggiore e il suo limite definitivo: Igorrr non promette salvezza, né catarsi. Ti lascia lì, con il rumore ancora nelle orecchie, a chiederti se aveva davvero qualcosa da dire o se, semplicemente, non gli importava abbastanza da spiegarsi.
In entrambi i
casi, non è poco.
