"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

20 gen 2018

METTITI UNA MAGLIA DI BURZUM E DIVENTA UNA STAR: ASPETTANDO ANNA VON HAUSSWOLFF




Nutro grandi aspettative nei confronti di Anna Von Hausswolff: il 2 marzo 2018 uscirà il suo ultimo lavoro “Dead Magic” (già il titolo ci piace) e se gioca bene le sue carte la svedese potrebbe aggiudicarsi la palma di personaggio femminile più interessante del momento per quanto riguarda la categoria “sonorità oscure”.


Rimango sul generico perché non è chiara la direzione artistica che prenderà la giovine (valida cantante, ma soprattutto virtuosa organista – ricordiamo che nei suoi lavori sono presenti anche partiture di organo a canne il cui utilizzo richiede una elevata preparazione). Quel che è chiaro è che con il buon “The Miraculous” (ma delle avvisaglie si avevano già avute con il precedente “Ceremony”) gli universi del doom e della drone-music sono divenuti più di un contorno per una proposta che si fa evocatrice tanto delle atmosfere sognanti dei Dead Can Dance quanto del carattere ancestrale di certo folk scandinavo (e non è un caso che l’ugola fatata della Nostra abbia impreziosito ben due brani di “Thrice Woven” dei Wolves in the Throne Room che certo non sono estranei a siffatte ambientazioni). A questo punto c’è da chiedersi se “Dead Magic” costituirà la conferma di un cammino oramai indirizzato verso il metal (come già successo per la nostra beniamina Chelsea Wolfe), oppure dobbiamo attenderci sviluppi imprevisti.


L’aver fatto da spalla agli Swans per un intero tour, le sempre più frequenti espansioni kraut-rock di cui sono vittime i suoi brani sul palcoscenico e le sonorità dark/blues anticipate dal singolo “The Mysterious Vanishing of Electra” (un’ottima ballata pervasa da ossessioni swansiane e vocalità più ardite) indurrebbero a scommettere su un percorso di crescita personale che va a prediligere la colta sperimentazione e la maturità autoriale. Ma è l’elettricità nell’aria, la sensazione che siamo prossimi ad un momento cruciale della sua carriera, a farci pensare che, comunque andrà, sarà un successo.


A gettare pepe sull’ascesa irresistibile di questa enfant prodige delle nuove sonorità oscure vi è una controversia che la vide nel 2013 accusata di apologia al nazismo per essersi fatta fotografare indossando una maglia di Burzum. Semplice ingenuità di gioventù o furba provocazione per far parlare di sé? Mettetela come volete, trovo indegno che si debba pretendere da un artista dichiarazioni in merito al suo credo politico, soprattutto quando la politica non c’entra niente con l’arte professata dall’artista medesimo.


Consiglio la lettura dell’articolo “Fascist Sympathiser Anna Von Hausswolff to play Cube, Bristol” (apparso sul sito Indymedia UK nel settembre del 2013 poco prima del tour inglese della musicista) che evidenzia la superficialità di certi scribacchini animati dalla vocazione di suscitare del clamore fine a se stesso. Già il sottotitolo (qualcosa come Anna Von Hausswolff supporta pubblicamente un terrorista e poi non si scusa) suona assai male, ma proseguiamo fiduciosi.


Si parte (ben tre paragrafi…) con un opinabile riassunto della vita di Varg Vikernes (definito “Nazi terrorist”) in cui si fa incetta quasi esclusivamente dei reati penali da egli collezionati, conditi qua e là da certe sue posizioni ideologiche, a tratti nemmeno riportate correttamente. Solo marginalmente viene fatto cenno che è anche un musicista.


Non è ovviamente questa la sede per esprimere opinioni in merito alla persona di Vikernes, è tuttavia importante precisare almeno un aspetto. Chi come me ha ascoltato la musica di Burzum nella prima metà degli anni novanta, viveva in un mondo in cui le notizie si apprendevano mensilmente dalle  riviste specializzate in quanto internet non era ancora decollato. Quando si ascoltavano gli album di Burzum negli anni novanta, si sapeva ovviamente che il Nostro era stato incarcerato per aveva ucciso un uomo ed aver bruciato alcune chiese. Non nego che questi fatti abbiano influito sull’accrescimento della popolarità del personaggio e dell’intera scena, ma quello che rimaneva al centro di tutto, per un metallaro degli anni novanta, era la musica.

Poco o nulla si sapeva delle idee politiche del Conte Grishnackh (così si faceva chiamare all’epoca). Indossare una maglietta di Burzum non era pratica scandalosa e i pochi che lo facevano palesavano una certa finezza di gusti, visto che Burzum era ancora un progetto di nicchia. Fra i primi ad indossare una maglietta di Burzum, e senza secondi fini, è stato il nostro Carmelo Orlando (si veda il booklet interno del debutto dei NovembreWish I Could Dream It Again”, anno 1994 – grande Carmelo, sempre avanti!) e di certo questo dettaglio ci rese più curiosi e meglio disposti ad approfondire la sua musica.

Poi una mattina, molti anni dopo, ci siamo svegliati ed abbiamo scoperto che Vikernes è un “nazista” e che non lo possiamo più ascoltare. Secondo questo modo di ragionare bisognerebbe evitare di ascoltare, o anche solo citare, Richard Wagner, ma non è mia intenzione aggiungere polemiche alle polemiche.

Se la musica di Burzum, Mayhem, Darkthrone, Immortal ecc. non avesse avuto una sua intrinseca ragion d’essere (ed un valore che ha saputo superare la prova del tempo e travalicare i gusti generazionali) non saremmo ancora oggi a parlare di queste band e di questi personaggi.

Perché infatti non si parla di Absurd e di Hendrik Moebus, altro figuro del black metal legato a fatti di sangue e a posizioni ideologiche molto forti? Perché musicalmente gli Absurd sono poca cosa, laddove Vikernes ha saputo creare non solo una proposta estremamente personale, ma anche un linguaggio ed un immaginario che sono stati in seguito impiegati per forgiare nuovi sotto-generi musicali all’interno del metal, spingendo poi la figura di Vikernes addirittura oltre il metal e persino verso territori extra-musicali (ricordiamo che un brano di Burzum presenzia quale tema ricorrente nella colonna sonora del film “Gummo” dell’acclamato regista avanguardista americano Harmony Korine).

Vi sono band che nei loro testi esprimono chiaramente determinate posizioni e che hanno reso la loro musica formalmente coerente a quanto manifestato nei loro testi (inserendo per esempio campionamenti o elementi contestualizzanti, richiamanti esplicitamente determinati riferimenti culturali o periodi storici), ma non è il caso di Burzum, la cui musica giunge all’ascoltatore tramite una forte trasfigurazione poetica che recide ogni collegamento palese con eventuali posizioni di ordine ideologico.

No, non definirei quella di Burzum una musica di propaganda ideologica, per lo meno per quanto riguarda le prime opere (quelle più pregnanti e influenti artisticamente), visto che il progetto nasceva sotto l'influenza dei mondi fantasy ritratti nelle opere di Tolkien. Nella musica di Burzum (che non è punk né hip-hop né cantautorato di denuncia) non troviamo una organica esposizione di messaggi espliciti (ammesso che potremmo comprenderli, urlati al limite del parossismo e per giunta recitati in lingua norvegese - per quello che ci arriva alle orecchie, fra un lungo passaggio strumentale e l'altro, Vikernes potrebbe cantare di Amore, Morte o melanzane alla parmigiana). Senza poi contare che le esternazioni "incriminate" sarebbero state rilasciate in un secondo momento, nel corso degli anni a partire dal periodo di reclusione e sempre in contesti extra-musicali (sito web, interviste ecc.).

Il paragrafo che più ci interessa è tuttavia l’ultimo, nel quale si torna a puntare il dito contro Anna Von Hausswolff. Si riporta il fatto che le maggiori testate giornalistiche svedesi hanno definito la ragazza semplicemente una “idiota apolitica”. L’autore dell’articolo ci tiene però a precisare che la Von Hausswolff non può essere né idiota né apolitica, insinuando quindi un certo grado di colpevolezza nel suo gesto.

Non può essere idiota perché è laureata in architettura (ehm…non proprio un sillogismo perfetto…) e perché è figlia di un affermato artista che, fra l’altro, in passato si sarebbe reso responsabile del furto di ceneri dal campo di concentramento di Majdanek, attirando le critiche di associazioni antirazziste ed organizzazioni ebraiche. Al di là che prima di esprimere giudizi affrettati sarebbe utile approfondire il motivo per cui un artista riconosciuto come Carl Michael Von Hausswolff (compositore e visual artist non nuovo a provocazioni di questo tipo) ha sentito la necessità di utilizzare delle ceneri prelevate da un campo di concentramento per completare un dipinto (tante volte ci scordiamo che l’arte è più complessa e controversa di quello che sembra, e che il dovere di ogni forma d’arte che si rispetti è rompere le convenzioni, altrimenti con la stessa miopia ci ritroveremmo a criticare Ai Weiei per aver distrutto vasi antichissimi e di alto valore storico ed artistico in una sua opera concettuale di gioventù); al di là di tutto questo, trovo una cosa bieca e vigliacca far ricadere sui figli i peccati dei padri.

Sempre secondo questo illuminato argomentatore la Von Hausswolff non può essere nemmeno apolitica in quanto basta leggere quelle che sono le dichiarazioni di Vikernes pubblicate sul suo sito internet per far sì che indossare una sua maglia significhi automaticamente supportare le sue ideologie (altro sillogismo perfetto…). Peccato che si continui ad ignorare che Vikernes è anche un musicista e che forse (anzi, molto probabilmente) è questo l’aspetto che può interessare, più di ogni altra cosa, ad un altro musicista.

L’articolo (che sembra un invito a boicottare le date che la Von Hausswolff avrebbe tenuto in terra albionica di lì a poco) si conclude sostenendo che, dopo tutte queste polemiche, l’accusata non si è scusata, trincerandosi dietro un laconico “no comment”. In realtà su Wikipedia si riferisce che la ragazza ha poi precisato di essere una ammiratrice del progetto Burzum per l’arte in esso espressa e non una sostenitrice delle posizioni ideologiche di Varg Vikernes: una spiegazione scontata, talmente banale che non c’era bisogno nemmeno di farla. Personalmente parlando trovo che sia una violenza estorcere ad una artista punti di vista personali in quanto un artista, per quanto riguarda la propria arte e la propria immagine, non deve rendere conto a nessuno in virtù di quella libertà di espressione che deve vigere nell’ambito della creatività e della creazione artistica. Sarà poi il pubblico a giudicare decidendo se seguire o meno l’artista.  

Anche Chelsea Wolfe (pure lei fan di Burzum) è stata costretta a dichiarare qualcosa del genere: a dimostrazione che l’arte di Vikernes, a prescindere da quanto detto e compiuto al di fuori della sfera artistica, è qualcosa che raggiunge il cuore e la sensibilità di nuove generazioni di musicisti dalle estrazioni più disparate.

Possiamo eventualmente ammettere che, come successo in passato con Charles Manson, la figura di Vikernes possa prestarsi ad essere utilizzata come un feticcio da esporre per apparire più cool in determinati ambienti. L’effetto che si ottiene dipende da molti fattori, in primis dall’autorevolezza di chi utilizza simboli di questo tipo: se si è portatori di una forma artistica colta e, soprattutto, se si ha una adorabile volto d’angelo dal candido sorriso e i lunghi capelli biondi, associarsi a Burzum può rivelarsi una tattica decisamente vincente per la propria immagine, creando un intrigante contrasto e conferendo un alone inquietante che in qualche modo risulta attraente (come del resto sa essere da sempre il Male…).

Nel 2013 Anna Von Hausswolff aveva ventisei anni ed era adulta abbastanza per comprendere che una foto del genere avrebbe generato un vespaio di polemiche o per lo meno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Di certo questo gesto, oltre ad aver portato un bel po’ di pubblicità gratuita, ha conferito una nuova sfumatura (a noi non sgradita) alla figura di artista della Von Hausswolff, che comunque verrà da noi giudicata solo per le emozioni che saprà trasmetterci tramite la sua musica. Aspettiamo quindi il fatidico 2 marzo 2018 per esprimere giudizi…