"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

27 feb 2026

LORNA SHORE - BREVE RISPOSTA DI UN VECCHIO BOOMER CHE VUOLE DARE UNA CHANCE A QUESTI RAGAZZI


In attesa del live-report del più grande evento metal dalla morte di Ozzy... 

Londra, Alexandra Palace, domenica 8 febbraio 2026: Lorna Shore + Whitechapel + Shadow of Intent + Humanity’s Last Breath.

Non sono un grande appassionato di deathcore, ma mi ha fatto troppa gola l’idea di poter vedere dal vivo i Lorna Shore, una delle band più chiacchierate del momento e di cui si dice che potrebbero rappresentare il futuro del metal. Ulteriore incentivo è la presenza di altri illustri rappresentanti della categoria come Whitechapel, Shadow of Intent e Humanity’s Last Breath...

...se dunque deathcore dev’essere, che lo sia in modo definitivo!, come dire: se devo essere gay per una notte, allora che lo sia con Brad Pitt, George Clooney e Chris Hemsworth! 

Metafore a parte, oltre alla brama di testare dal vivo una band così importante, peraltro all'apice del successo e presumibilmente al top della forma, ho come avuto l’impressione che questo evento potesse costituire un momento storico a suo modo, un passaggio emblematico nella storia del metal recente. Ci si lamenta infatti che solo i vecchi nomi sono in grado di riempire grosse venue, ed ecco che i Lorna tentano il colpaccio all’Alexandra Palace che con la sua capienza di 10.000 persone rappresenta non solo un luogo iconico di per sé, ma anche la terza location più grande della capitale inglese per eventi al chiuso (dopo l’O2 Arena e la Wembley/OVO Arena). Un indubbio traguardo per Will Ramos e compagni, ma anche un segnale forte che l’aria sta cambiando e che il tanto sospirato (o temuto...) cambio generazionale stia veramente accadendo. Più che da ammiratore accanito, dunque, è con spirito di osservazione sociologica che mi sono approcciato all'evento. 

Altra premessa importante: se siete fan della band e del deathcore in generale e volete leggervi un live-report obiettivo e dettagliato di quello che è stato, se non il concerto metal del decennio, sicuramente il concerto deathcore dell’anno, allora rivolgetevi altrove. Se, di contro, siete fra quelli che, anche senza livore, il fenomeno deathcore (artisticamente e commercialmente) proprio non se lo spiegano, allora mettetevi comodi e predisponete l'animo ad una lunga lettura. Se invece avete una vita, aspettate la pubblicazione del live-report fra un paio di giorni...

Prima di parlare del concerto, vorrei infatti rispondere al post firmato dal nostro Lost in Moments e pubblicato qualche giorno fa proprio sui Lorna Shore. Al nostro collega evidentemente i Lorna Shore non piacciono, lo annoiano. Ha l'onestà intellettuale per riconoscerne gli innegabili pregi, fra cui le incontestabili capacità tecniche, ma ne scorge, evidenziandoli, i limiti di scrittura e di visione. Da lettore condivido la sagacia della critica e da ascoltatore potrei sottoscrivere ogni singola riga: capisco perfettamente quel punto di vista, perché era anche il mio fino a poco tempo fa. Tuttavia, proprio per prepararmi a questo evento, ho avuto modo di approfondire i Lorna Shore, a cui mi sono avvicinato con curiosità sociologica (perché piacciono cosi tanto?) e che ho ascoltato con spirito costruttivo, cercando di trovare motivi che me li facessero piacere piuttosto che disprezzare. Questa mia “risposta” non vuole dunque essere una contrapposizione netta alla visione del collega, ma la proposizione di un approccio diverso, alternativo alla comprensione del fenomeno Lorna Shore

Partiamo pulendo il campo della discussione. E’ chiaro che i Lorna Shore sono un fenomeno anche extra-musicale, considerato l’hype che si è venuto a creare intorno a loro, ma voglio per un attimo mettere da parte l'elemento mediatico del loro successo ed esplorare solamente la dimensione puramente musicale. Ripetuti ascolti ed un notevole sforzo di comprensione mi hanno portato alle seguenti conclusioni. 

Punto primo: forse i Lorna Shore non sono un “gruppo da album”, ma una entità da assaporare a piccole dosi, tramite singoli brani o "gruppetti" di brani. Ascoltare un loro album per intero continua ad affaticarmi. E continuo a vedere i loro brani molto simili fra loro, ma certi di essi presi singolarmente funzionano meglio di altri. Penso alle tre tracce che compongono la suitePain Remains”, che potrei definire come uno dei momenti più alti del metal contemporaneo. Ma anche composizioni più recenti come “Prison of Flesh” ed “Oblivion”: sebbene all'inizio mi fossero sembrate un'esasperata ed isterica continuazione della formula già abbondantemente espressa in precedenza, con il tempo hanno saputo svelare i loro segreti e dunque conquistarmi. La sostanza c’è, va saputa solo scovare tra i milioni di bpm della batteria e le boriose stratificazioni di chitarre, tastiere e voci. 

Altro consiglio: fateci caso, molti brani hanno il loro momento di "luce", seppur breve (prendete ad esempio l’assolo di “Cursed to Die”). Attaccatevi a quel momento, non mollatelo! Fate sì che, almeno inizialmente, nella vostra testa e poi nel vostro cuore, quel momento germogli e cresca fino a sorreggere tutto il resto dell’impalcatura. Per me questo metodo è stato il portale di ingresso alla musica dei Lorna Shore. 

Punto secondo: quello che potrebbe sembrare un limite (ossia un song-writing che perviene sistematicamente alle stesse soluzioni e dunque fastidiosamente prevedibile), magari non è altro che la ferma volontà della band. Voglio dire, una scelta autoriale. In fondo Adam De Micco (chitarrista e principale compositore - uno che indica i Necrophagist fra le sue principali fonti di ispirazione) lo ha detto: non gli piace la deriva pop che sta prendendo il metal negli ultimi anni. E pur disponendo di un cantante versatile e potenzialmente spendibile anche su registri puliti (Ramos ha espresso chiaramente il suo apprezzamento per le sonorità patrocinate dagli Sleep Token), questa carta (ancora) non è stata giocata. Insomma, almeno per il momento i Nostri non intendono rallentare o esplorare soluzioni più accondiscendenti, benché vi sia da precisare che con il loro ultimo album non abbiano certo disdegnato passaggi dal discreto appeal radiofonico. Penso ad una “Unbreakable” o ad una “Glenwood”: sempre veloci ma dispensatrici di ganci melodici che adempiono ad un ruolo cruciale nella proposta della band, ossia quello di essere memorizzabili al primo ascolto, nonché quello di far riprendere fiato all'ascoltatore in un contesto di iper-velocità, di iper-chitarrismo, di iper-tutto

Ma davvero pensate che una band così dotata tecnicamente e con un management che può darle preziosi consigli non riesca a infilare un banale cambio di tempo "scavezzacollo" di cui son capaci degli Overkill qualunque? O, più semplicemente, lanciarsi in un mid-tempo scorrevole che qualsiasi band di black metal di serie zeta sarebbe in grado di fare? E' evidente che i Lorna Shore vogliono essere velocissimi ed intricatissimi, vogliono intendere questa estenuante prova di forza come una missione, vogliono individuare in essa la loro cifra stilistica - almeno fin quando avranno braccia e polmoni per poterselo permettere. 

Terzo: quello che per qualcuno potrà sembrare uno "sterile sovraffollamento sonoro", una saturazione sonora fine a se stessa, una concezione isterica di espressione artistica in cui se non succedono duecento cose al minuto si rischia di rompersi i coglioni, il definitivo trionfo dell'horror vacui, magari non è altro che la normalità per una band di ultimissima generazione. Musicisti giovani pieni di energia, di entusiasmo e di ambizione che legittimamente si pongono l'obiettivo di alzare l'asticella, di andare più veloci o di essere più pesanti e precisi di quelli che son venuti prima di loro. In fondo, è con lo stesso spirito che si è passati dai Led Zeppelin agli Iron Maiden, dagli Iron Maiden ai Metallica, dai Metallica ai Korn, dai Korn agli Slipknot (se si parla di mainstream). 

È normale che i giovani vogliano fare di più e meglio di chi li ha preceduti ed evidentemente (azzardo un'ipotesi sociologica) un giovane cresciuto davanti ad uno schermo, incalzato dagli stimoli, in possesso di una visione esplicita del mondo e senza "spazi vuoti" da colmare con la fantasia, abbia un concetto di evoluzione artistica che è più un qualcosa di calligrafico, di perfezionamento, di estremizzazione, di sviluppo del dettaglio rispetto a come la si poteva intendere una volta, ossia cercare di occupare uno spazio ancora vuoto, isolare idee, svilupparne certe, cestinarne altre. Da qui un suono grandioso, cinematografico (a proposito di schermi), per taluni eccessivamente pomposo ed a tratti zuccheroso, ma per talaltri necessario a veicolare con efficacia un messaggio emotivamente complesso quanto è complessa la sfera emotiva di un giovane di oggi, stretto fra l'incudine di una potenziale onnipotenza e il martello di una devastante fragilità.    

Fatto questo sforzo di comprensione, v’è la musica che, ripeto, a piccole dosi e con il dovuto approfondimento, può dischiudere momenti di grande intensità, grazie anche a dei testi che si rivolgono con maturità e giusta introspezione al mal di vivere di molti giovani di oggi. I testi non sono secondari nei Lorna Shore e riconosco a Will Ramos quella capacità che è tipica dei grandi "cantori generazionali" in grado di saper estendere il proprio "Io" alla dimensione più vasta del "Noi" (lui è il fragile, ma "noi tutti viviamo nell'oscurità", lui è quello che si rialza dal dolore, ma siamo "noi ad essere indistruttibili"), creando un canale diretto di comunicazione con i propri ascoltatori in una continua e virtuosa dialettica fra empatia ed empowerment.  

Vi sono poi un altro paio di ulteriori fattori incentivanti che mi hanno spinto a partecipare all'evento. Uno, vi sono le forti individualità che giocano un ruolo decisivo nel contesto di una formazione che sembrerebbe (al momento) affiatata. Se Ramos è sicuramente un fuoriclasse dietro al microfono, e se De Micco è un chitarrista tecnico dalla cui mente è emerso il suono della band, Austin Archey (classe 1994!) non solo ne è il degno motore, ma anche uno dei migliori batteristi della sua generazione. La dimensione live, in questa ottica, diviene più attraente perché permetterebbe di toccare con mano le capacità di questi tre personaggi (e ricordiamoci che le grandi band sono sempre formate da grandi musicisti). 

Due: se ascoltare un album intero dei Lorna Shore rimane per me una impresa, la dimensione live permette di condensare in un’ora e mezza il meglio di un'intera carriera. Ed infatti mi sono deciso a spendere le salatissime 57 sterline del biglietto dopo aver visionato la scaletta del tour, a mio avviso perfetta. Certo, non ci sono brani provenienti dall'era pre-Ramos, e qualche purista ci potrebbe anche rimanere male, ma io non sono un purista e comunque trovo comprensibile che si voglia dare, a fini promozionali, molto spazio all'ultima fatica discografica, senza escludere il fatto che un interprete come Ramos - uno che butta tutto se stesso dentro i suoi testi - preferisca non cimentarsi in brani non suoi, adesso che il repertorio glielo permette. Dunque cosa abbiamo: i brani più accattivanti dell’ultimo album, l'ottima Trilogia del Dolore da “Pain Remains” ed un gran finale affidato all'immancabile “To the Hellfire” (anche se la band pare si sarebbe stufata di eseguirla ad ogni data, e non si esclude che un giorno possa sparire dalla scaletta). 

Tre parole, infine, su “To the Hellfire”, che non è solo il loro brano più noto e quello che ha decretato il successo della band, ma è anche uno snodo importante per il panorama del metal odierno, con quel breakdown nel finale che ha ridefinito gli standard del deathcore e di molto altro metal contemporaneo. Niente di assolutamente nuovo ma mai in precedenza si aveva avuto una gestione così tecnica, accurata ed emotivamente pregnante di quel tipo di costruzione sonora (il classico breakdown con cui le band deathcore ci hanno sfrangiato le palle negli ultimi quindici anni). 

Ecco! - ho pensato - vedere dal vivo quel brano potrebbe essere un momento importante, se non storico.  Impossibile oggi dire se una "To the Hellfire" sarà vista fra venti o trenta anni come un classico immortale alla stregua di una "Hallowed Be Thy Name" o di una "Angel of Death", in fondo ci troviamo in tempi in cui la caduta dalle stelle alle stalle può essere repentina quanto il suo contrario e dunque non possiamo sapere se i Nostri saranno in grado di mantenere l'attenzione su di loro per molti anni ancora. D'altro canto, niente esclude che certi brani dei Lorna Shore potrebbero un domani divenire leggendari. Mi accingo dunque a partecipare al concerto con l’intima speranza di assistere ad un evento epocale che un giorno potrà essere ricordato come un qualcosa da raccontare ai nipoti - alla stregua del Clash of Titans negli anni novanta. 

Questi, in definitiva, i motivi per cui alla fine ho deciso di concedermi questa esperienza da veri gggiovani. Abbiate dunque la forza di pazientare qualche altro giorno prima di poter apprendere cosa è successo all'Alexandra Palace l'8 febbraio scorso, come il mio spirito ha reagito a cotante emanazioni sonore e visive, e che risposte hanno trovato i miei quesiti sociologici ed esistenziali sopra esposti...

(to be continued...)