Mi sono avvicinato a "Para Bellum" con una certa diffidenza, quasi per riflesso condizionato. Dopo anni di dischi solidi ma intercambiabili, l’idea era quella di trovarmi davanti all’ennesimo capitolo ben confezionato, fedele a uno stile ormai cristallizzato. Un disco da Testament, nel senso meno interessante possibile del termine. L’ascolto, però, costringe a rivedere almeno in parte questa posizione.
Il punto non è l’innovazione, che
qui non c’è (per quanto la splendida opener, "For the Love of Pain", metta in luce una scrittura con sezioni blackish davvero originali per i californiani); e nemmeno la volontà di aggiornarsi troppo. "Para Bellum" si colloca chiaramente
nella fase tarda della band, quella inaugurata da "The Formation of Damnation" (2008) e
consolidata con "Dark Roots of Earth" (2012) e "Brotherhood of the Snake" (2016): produzione
pulita, esecuzione impeccabile, struttura dei brani molto controllata. La
differenza, questa volta, sta nel modo in cui viene gestito il tempo. Il disco
rinuncia spesso alla velocità come valore in sé e lavora su soluzioni di groove
che non erano così centrali in lavori precedenti.
Rispetto a "Brotherhood of the
Snake", che puntava su un’aggressività quasi programmatica, "Para Bellum" sembra
più riflessivo nella scrittura. I riff non cercano sempre l’impatto immediato,
ma costruiscono tensione attraverso ripetizione e variazione minima. È una
scelta che paga soprattutto nei mid-tempo, dove la band appare più a fuoco
rispetto alle accelerazioni più canoniche, che a tratti suonano come un dovere
contrattuale verso il genere.
Chuck Billy resta una presenza
stabile, senza tentare forzature, se non nella succitata opener. E l'inserimento in formazione del giovane batterista, tecnicissimo e tentacolare, Chris Dovas dona al tutto una ventata di freschezza che giova alla band. Non c’è nostalgia ostentata né il bisogno di
dimostrare qualcosa. Anche questo contribuisce alla sensazione di un disco meno
affannato, più consapevole dei propri limiti. Naturalmente non tutto funziona:
alcuni brani sembrano assemblati seguendo una formula collaudata, e la durata
complessiva (50') finisce per diluire l’impatto delle idee migliori.
In questo senso "Para Bellum" si inserisce bene nel ruolo attuale del thrash metal, che oggi vive più come linguaggio storico che come forza propulsiva. Non è più musica che guarda avanti, ma musica che amministra un patrimonio. I Testament lo sanno e non fingono il contrario.
Su disco questo atteggiamento porta risultati alterni, ma dal
vivo la questione cambia: la band resta una macchina affidabile, capace di dare
senso anche a materiale meno incisivo grazie a una resa concreta, senza
retorica.
Il thrash contemporaneo funziona quando accetta la propria dimensione nostalgica senza trasformarla in caricatura. "Para Bellum" si muove proprio lì: niente revival patinato, niente museificazione. Solo una gestione lucida di ciò che resta.
Non è poco, ma non è
nemmeno abbastanza per parlare di un disco necessario.
Voto: 6+
