"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

15 apr 2026

AN EVENING WITH...PANOPTICON (LONDON, 02/04/2026)



Chi è solito leggere i miei live-report avrà capito che non sempre vado a concerti per il semplice piacere di fruire della musica di questa o quella band: ad attirarmi è la dimensione live in sé, il contesto, le vibrazioni attese dalla tipologia di musica proposta da tal artista, quelle restituite dal pubblico accorso a vederlo e persino quelle emanate dal locale che lo ospita, il tutto magari condito da curiosità sociologica e necessità imposte da mie specifiche seghe mentali. Esempi lampanti sono proprio gli ultimi due concerti a cui ho assistito, ossia quello dei Lorna Shore e quello degli Xasthur. Nel primo caso posso dire di essermi sicuramente divertito, ma non certo che il deathcore sia un genere che mi piace; nel secondo mi sono letteralmente fracassato i coglioni, ma lo sapevo che andavo a vedere un pazzo. 

Con i Panopticon, invece, avevo proprio voglia. Uno, perché i Panopticon mi piacciono; due, per quello che rappresentano, ossia l'espressione di una musica autentica, di cuore e suonata con sentimento e passione. Insomma, una volta tanto si va ad un concerto per emozionarsi!  
La calata londinese dei Panopticon si presta perfettamente ad essere gemellata ad un'altra serata analoga svoltasi nello stesso posto (l'ottimo The Dome) esattamente due anni fa, ossia quella che vide sul palco i Bell Witch. Panopticon & Bell Witch: entità che vanno a rappresentare le espressioni più brillanti di due sotto-generi del metal estremo che, proprio su queste pagine, sono stati raccontati tramite imponenti rassegne, quella sull'atmospheric black metal e quella sul funeral doom

Al Dome, poi, ci si sente sempre a casa, una venue piccola ma accogliente in cui non v'è mai la calca asfissiante nemmeno quando le serate registrano il sold out (e stasera è una di queste). Mi faccio largo fra le poche persone al momento accorse, fra fasci di luce rossa che si muovono lentamente come raggi laser e musica d'ambiente in sottofondo: una "sciccheria" che rasenta l'istallazione di arte contemporanea. Il pubblico dei Panocticon è tutta brava gente, diciamo il lato meno malefico e più “boscaiolo” del black metal: barbe, panze, camicie a quadri e robe così. 

Aprono i Sunken, black atmosferico dalla Danimarca. Attivi dal 2013 e con tre album all'attivo, quattro sono i brani a loro disposizione per presentarsi al mondo. Non so come siano i Sunken su disco, ma dal vivo spaccano per davvero. La partenza è devastante. "Din Røst Malede Farver i Luften", dall'ultimo "Lykke", si avventa sulle prime file in modo a dir poco selvaggio, tanto che più tardi mi vedrò costretto a rifugiarmi nelle retrovie per conquistare una dimensione acustica più tollerabile. I volumi sono altissimi ed il basso è il più alto nel mix: un mix di suoni travolgente ed etereo al tempo stesso dove gli strumenti si confondono e le basi di tastiere vi gettano sopra un’aura mistica in un corsa affannata in cui tutti gli strumenti vanno al massimo. Si erge imponente lo screaming del front-man Martin Skyum Thomasen, voce che taglia come una lama affilata l'orchestra di suoni impalpabili e confusi. 

Piango come un bambino mentre il basso rimbomba nelle mie orecchie ma al tempo stesso mi chiedo: riusciranno i Nostri eroi a tenere alta la tensione per tutta l'esibizione? La risposta è no. I brani sono indubbiamente validi e dotati di ganci melodici di alta caratura, ma finiscono per peccare di eccessiva prevedibilità: finché vanno veloci possono avvantaggiarsi del beneficio del dubbio, in quanto non si capisce nulla ma la furia sprigionata non lascia comunque indifferenti. In quelli in cui prevale la componente doomica o atmosferica, invece, sebbene siano proprio quelli che dovrebbero funzionare meglio dal vivo, si coglie una sensazione di incompiuto, come se l'emozione dovesse sgorgare da un momento all'altro, la senti che sta arrivando, ma poi non arriva. 

Del resto l'atmospheric black metal è oggi un genere molto inflazionato: confezionare un buon prodotto, come in molti ambiti del metal estremo, è diventato appannaggio di molti, e dunque per elevarsi sopra la media c'è bisogno della famigerata marcia in più, che però i Sunken secondo me non hanno. Chiariamoci: la maestosissima "Dødslængsel" (da "Livslede") è un bel sentire, è un pezzone che si trascina per molti minuti alternando un'epica lentezza a scossoni improvvisi, rappresentando una magistrale conclusione di set che ci lascia con il sorriso sulle labbra, adeguatamente riscaldati e pronti per assaporare le gesta degli headliner

Eccoci ai Panopticon. La natura di one-man band non impedisce al buon Austin Lunn di trovarsi spesso sui palchi, americani ed europei, dove egli si presenta in veste di chitarrista e cantante accompagnato da musicisti in carne d'ossa, incluso un violinista, elemento oramai irrinunciabile in seno al sound del progetto. Per via di una formazione variabile e di brani in media sopra i dieci minuti, ogni tour assume forme diverse a seconda del concept portato di volta in volta sulle assi del palcoscenico. A questo giro ad essere messa in scena è la "Laurentian Trilogy", trittico di album che intende esplorare le connessioni emotive e spirituali con i paesaggi del Nord America, tema molto caro, anzi centrale, per l’autore. 

La scaletta - si dice nel comunicato - sarà basata da brani estratti dai tre album che compongono la trilogia stessa, ossia "...And Again into the Light" (2021), "The Rime of Memory" (2023) e "Det Hjemsøkte Hjertet" (2026), il quale deve ufficialmente ancora uscire, ma che vedo già disponibile allo stand del merch. La scaletta, nei fatti, sarà più che soddisfacente con sette brani + intro divisi fra nuovo materiale e tre delle composizioni più iconiche della band: l'ottima "Dead Loons" (da ..."And Again into the Light"), uno dei brani più riproposti dal vivo dalla band e quindi fra i più rodati, "The Blue Against the White" (da "The Rime of Memory"), fra i momenti più emozionanti della produzione recente del progetto, ed un regalo inaspettato, ossia "Into the North Woods", indimenticata opener di "Autumn Eternal", fra gli album più importanti dell'intera discografia dei Panopticon (un brano che non fa strettamente parte della trilogia sopra citata, ma che ben si inserisce nel palinsesto della serata per coerenza di umori ed affinità concettuali). Il resto saranno tracce estrapolate dall'album di prossima uscita che, pur con tutte le sbavature della resa live, fa ben promettere. 

Dopo un inconsueto sound-check che ha visto l'intera formazione presente sul palco ed un gradito accenno proprio alla mitica "Into the North Woods", le luci si spengono ed attacca una nenia folcloristica dal sapore arcaneggiante, colpi di tamburo e violino dolente: una di quelle cose che per me già valgono il prezzo del biglietto. Una volta che i Nostri sono nuovamente sul palco, possiamo ammirare un ghiotto assetto a cinque: tastierista/violinista, bassista, batterista, chitarrista ed ovviamente Austin Lunn a chitarra e voce. Il Nostro sembra aver appena staccato dal turno in miniera e con la sua stazza imponente, la folta barba, la maglietta, il gilet in jeans e i pantaloni corti, egli è una presenza dimessa ma magnetica, relegata al lato (destro) della scena. A parere di chi scrive, l'unica iconografia credibile per il black metal del terzo millennio!

Si parte forte, l'impatto è caotico e sinceramente faccio fatica ad inquadrare il brano che inaspettatamente finisce dopo pochi minuti, un tempo decisamente breve se comparato con gli standard della band. Ma ecco che quando meno te lo aspetti, dopo questa "falsa partenza" si materializza l'arpeggio di "Dead Loons". Chi conosce il brano sa già che vi saranno lacrime da versare, a partire dall'intro arpeggiato per passare, in successione, all'esplosione quasi doom, alle chitarre intrecciate al violino ed alla seconda parte sparatissima che riporta il progetto al black metal più ferale: una maratona di emozioni che sa mettere insieme velocità, riffing evocativo, growl che si scontrano con screaming e persino cori in voce pulita.

Seguono un paio di brani dal nuovo album che si allineano ai canoni della produzione recente dei Panopticon, privilegiando il modulo del brano lungo e favorendo l'alternanza fra momenti dilatati (dove il violino è sempre un valore aggiunto) e fasi di maggiore tensione dove la componente più radicale del progetto prende il sopravvento. Non so se il post-metal dei Neurosis è un'influenza rilevante per i Panopticon, ma l'alternanza ai microfoni fra Lunn e gli altri componenti (il chitarrista e il bassista per l'esattezza) ricordano molto l'approccio corale/tribale della formazione di Oakland, conferendo ulteriore visceralità e forza arcana ad un sound che già di per sé intende far leva sull'emotività più profonda dell'ascoltatore. 

Ovviamente non v'è da aspettarsi niente di scenico da un concerto dei Panopticon, solo cinque musicisti concentrati sui rispettivi strumenti fra zaffate di fumo e fasci di luce blu. L'occhio cade spesso sulla perfomance anche troppo vitaminica del secondo chitarrista, un riccioluto iper-palestrato la cui figura cozza visivamente con la sobrietà espressa dal resto della formazione. Il fatto che ciascuno dei musicisti avrà il suo momento di gloria conferisce dinamismo all'esibizione con l'asse dell'attenzione che oscilla orizzontalmente da destra a sinistra e viceversa a seconda che divenga protagonista ora un membro ora un altro. Tutta la prima parte di "The Blue Against the White", ad esempio, vede predominare il canto pulito del bassista per uno dei momenti più intensi della serata, prima che le sognanti texture di chitarra vengano inghiottite dall'ennesima accelerazione letale. 

La palma di brano più impattante della serata se la aggiudicherà l'inedita "Woodland Caribou", lasciata appositamente a fine scaletta come apice emozionale dell'intera esibizione. Dal titolo curioso (si riferisce a una particolare specie di renna, il caribù, che vive nelle zone boschive del Nord America) si candida senz'altro ad essere un nuovo classico della band. È un brano che sfoggia il volto più post-rock dei Panopticon, sviluppandosi sui binari di un crescendo che viaggia su lacrimevoli arpeggi e carezze soliste della chitarra. Per tutta la prima parte è lo screaming sgranato di Lunn a marchiare a fuoco le lente progressioni del brano, a metà strada fra doom e shoegaze. Nell'esplosione finale il microfono passa ad un componente aggiunto di cui però non sono riuscito a scovarne l'identità (un tizio pelato con vistosi orecchini ad anello), il cui ruggito rinvigorisce lo spessore di un sound che da malinconico si è fatto nel frattempo impetuoso e disperato. Un brano evocativo in cui resuscitano i migliori Agalloch, di cui sentiamo una straziante mancanza e il cui vuoto solo parzialmente viene oggi colmato da una pletora di band che senza la formazione dell'Oregon non esisterebbero, fra cui probabilmente i Panopticon. 

C'è tempo per un bis e senza sorprese, visto che era stata anticipata nel sound-check, attacca baldanzosa "Into the North Woods" che tuttavia viene penalizzata da un'esecuzione un po' confusionaria, cosa più che comprensibile visto che siamo al termine di una esibizione in cui la band non si è certo risparmiata. 

Non è stato un concerto impeccabile, probabilmente i nuovi brani hanno bisogno di un ulteriore rodaggio, essendo quella di Londra la seconda data del presente tour. Nonostante tutte le imprecisioni, non sono comunque mancati notevoli picchi di intensità. Rimane sulla pelle e sui vestiti l'impressione di aver assistito ad una genuina espressione di talento artistico: quello più autentico, privo di filtri ed animato da grande passione.