"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

20 mag 2026

TOKYO BLADE: HEAVY METAL "DA TRASFERTA"

 



I Tokyo Blade occupano una posizione laterale nella NWOBHM. Non sono una band fondativa né un caso di culto. Funzionano come indicatore di sistema: mostrano cosa accade quando una scena cresce più in fretta delle idee che la alimentano.

La NWOBHM nasce tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, in Inghilterra, come risposta a punk e hard rock classico. Inutile dire come Iron Maiden ("Iron Maiden", 1980), Saxon ("Wheels of Steel", 1980) e Diamond Head ("Lightning to the Nations", ancora 1980) stabiliscano nuovi codici: riff più complessi, ritmi serrati, attenzione alla costruzione melodica. Questi album, come altri dei Judas Priest, restano punti di riferimento, sia per coerenza stilistica sia per influenza futura sul metal globale. Ecco: i Tokyo Blade appartengono a questa stessa orbita ma non ne raggiungono la densità espressiva: il loro lavoro è più ordinario, meno visionario, forse più funzionale.

Nati a Salisbury nel 1979 come White Diamond (monicker cambiato in Killer prima e Genghis Khan dopo) diventano Tokyo Blade nel 1983, quando pubblicano i primi singoli che andranno poi a confluire nell'omonimo album di debutto nello stesso anno. Il contesto impone loro velocità e riconoscibilità. La band risponde con attenzione: scrittura chiara, strutture lineari, suono leggibile. Nessuna frattura, nessun dribbling, nessuna mossa laterale. La musica procede senza chiedere interpretazioni.

Il loro tratto distintivo è la disciplina: riff definiti, ritornelli riconoscibili, voce ancorata al canone. Proprio per questo nulla resta fuori posto, ma inosservato. La band non compone anthem né un immaginario. Non apre spazi, li satura. Il limite non è tecnico, ma identitario: i Tokyo Blade sembrano reagire più che agire, non rischiano, come quei difensori che calciano palla lunga senza impostare per non prendere gol. La loro produzione non contiene attrito e senza attrito c’è poca memoria.

La discografia riflette questa traiettoria. Il succitato debutto e il successivo "Night of the Blade" (1984) mostrano il modello della band, mentre nel corso degli anni la formazione cambia con regolarità, complicando la costruzione di una continuità identitaria. Cantanti, chitarristi e batteristi si susseguono e la band attraversa anni medio-bassi mantenendo un seguito fedele senza ritorni critici clamorosi.

Il confronto con Diamond Head e Angel Witch può chiarire il punto. I Diamond Head lavorano sull’eccesso di idea: i brani si dilatano, cambiano direzione, restano incompleti. L’importanza sta nel potenziale, non nella forma finale. I Tokyo Blade fanno l’opposto: partono da una forma chiusa e la eseguono con precisione. Nessun brano sembra voler sfuggire a se stesso. Gli Angel Witch riducono invece tutto a un'atmosfera: il suono è povero, ma coerente e fanno diventare il limite come un linguaggio. I Tokyo Blade non trasformano i limiti in stile; li compensano trovando musica funzionale, ma non necessaria.

La scelta di normalità tra questi poli di eccentricità e atmosfera storicamente non produce tracce profonde. I Tokyo Blade non anticipano nulla e non cristallizzano nulla. Occupano una zona intermedia che raramente produce canoni. Riascoltati oggi, i loro dischi suonano corretti: non invecchiano male, ma non cambiano significato.

Nel 2025 esce "Time Is the Fire", quattordicesimo album della band, pubblicato dalla Dissonance Productions e scoperto da me casualmente viaggiando sul "demone" Spotify. Questo lavoro di 14 tracce, tra cui le valide “Feeding the Rat”, “Moth to the Fire” e “Ramesses”, vede la formazione storica della band, di inizio anni '80: Alan Marsh alla voce, Andy Boulton e John Wiggins alle chitarre, Andy Wrighton al basso e Steve Pierce alla batteria. Il disco conferma quella continuità di mestiere: esecuzione solida, scrittura tradizionale e attenzione alla costruzione dei pezzi. Il disco offre varietà di tono e tempo, con momenti più meditativi e altri più compatti, senza però rompere con il modello storico della band, rivelando la continuazione nell'occupare quella mediana tra disciplina e tradizione, consolidando una vena melodica senza deviare in esplorazioni radicali. 

Nel grande campionato della NWOBHM non sono gli Iron Maiden o i Judas Priest: sono più una Atalanta degli anni ’90 o un Torino operaio. Squadra solida, pubblico fedele, pochi titoli ma rispetto guadagnato sul campo. A volte incostanti, spesso sottovalutati, ma quando girano e azzeccano la partita fanno male. Quando la squadra è bloccata e il gioco è lento, quel giocatore non fa numeri spettacolari e non cambia tutto da solo. Però resta in campo, corre, tiene il ritmo, fa passare il pallone. Non risolve subito la partita, ma evita che la squadra si perda.

Carriera piena di cambi di formazione e stagioni altalenanti, però sempre dentro il campionato, mai retrocessi davvero. I Tokyo Blade sono questo: heavy metal da trasferta, non da copertina. E per molti metallari, vale più così. Mostrano cosa accade quando il talento incontra il mercato senza resistenza. La loro musica funziona, ma non insiste; e che bello quando talvolta si trova una linea retta in una scena fatta di deviazioni. 

Nonostante sia ad essere cambiato e non mi abbiano acceso emozioni forti, il loro ascolto mi ha consentito di mantenere un contatto con qualcosa di vivo. Il titolo e il messaggio funzionano come un promemoria semplice: il tempo continua, anche quando tu ti senti fermo. Come il centrocampista che continua a muoversi anche se la partita sembra bloccata, la musica va avanti e ti porta con sé, senza chiederti di sentire più di quello che riesci. Non ti travolge, ma ti accompagna, come un compagno che ti passa il pallone quando non sai bene cosa fare. In un momento di distacco emotivo, questa continuità è più utile di un’esplosione improvvisa.

“Time Is the Fire” non forza una reazione, non finisce negli highlights, ma ti fa arrivare alla fine della partita. E a volte, nei periodi freddi, è esattamente questo il tipo di compagnia di cui c’è bisogno.

Utile per capire.

Facile da dimenticare.