"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

20 apr 2022

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: AHAB


Ottava puntata: Ahab - "The Call of the Wretched Sea" (2006) 

Parlando degli Esoteric si era accennato che per il loro "The Maniacal Vale" potrebbe valere l'appellativo di miglior album del funeral doom. In verità vi è un altro tomo che potrebbe ambire a così prestigiosa onorificenza: parliamo di "The Call of the Wretched Sea", esordio dei tedeschi Ahab, edito nel 2006. 

V'è subito da precisare che gli Ahab sono un gruppo unico all'interno del genere: essi stanno alla media delle altre band dedite al funeral doom come, in ambito thrash metal, i Metallica (quelli di "Master of Puppets") stanno ai Sodom. Vi è una gap enorme fra gli Ahab e il resto del mondo, un gap che si misura in termini di visione artistica, concept, scrittura, tecnica ed anche in termini di cura dei suoni, degli arrangiamenti e degli aspetti della produzione nel suo complesso. 

Il funeral doom, come genere, impone a chi lo suona delle grosse restrizioni e se queste regole vengono seguite alla lettera, esse possono condurre a delle estrinsecazioni sonore decisamente prevedibili nel loro svolgimento. La vera sfida nel funeral doom è semmai suonare in modo personale e fantasioso, e band come gli Ahab dimostrano che questa operazione non solo è possibile, ma può condurre ad esiti esaltanti. E - lo vogliamo dire? - apprezzabili da tutti. 

A caratterizzare la musica dei tedeschi fin dagli esordi è una carica epica che, a livello di atmosfere, può richiamare lo spirito di certo metal classico, aspetto alquanto insolito quando si parla di funeral doom. Non è affatto secondaria, in questo, la missione dichiarata di voler narrare vicende legate alla dimensione del mare e dell'oceano, tanto che essi stessi definiranno la loro musica Nautik Funeral Doom. Non a caso il loro monicker viene preso in prestito dal capolavoro letterario di Herman Melville "Moby-Dick; or, The Whale". E non a caso il primo lavoro da essi rilasciato ha come concept proprio il viaggio del Pequod e la caccia alla balena bianca

Ora, personalmente parlando, considero "Moby Dick" fra le dieci esperienze di lettura più entusiasmanti della mia vita. Secondo me nessuno poteva rendere in musica un tale monumento letterario, nessuno lo poteva fare in tutte le sue sfaccettature, ed ovviamente nemmeno gli Ahab ci riescono, ma qui secondo me la prospettiva va ribaltata e bisogna capire quanto delle seicento pagine del capolavoro di Melville venga assorbito nel sound imponente degli Ahab. 

L'armamentario sonoro e i cliché stilistici del funeral doom vengono indubbiamente incontro alle esigenze del concept: la pesantezza dei riff, la lentezza delle ritmiche, la ferocia del growl descrivono alla perfezione l'incombenza di un destino tragico, di cui la vastità dell'Oceano Pacifico è l'infausta cornice. Tali elementi stilistici risultano congeniali a restituire anche l'intensità dell'impresa, le asperità di un viaggio tanto arduo, l'ossessione indomabile del Capitano Ahab:  il carattere universale, in definitiva, della narrazione. Del resto tutto è gigantesco in "Moby Dick": titanico, in particolare, è lo scontro fra l'enorme cetaceo e l'ancor più colossale voglia di rivalsa di Ahab. Lo stesso linguaggio utilizzato dall'autore americano è enfatico, iperbolico, calato in un ritmo narrativo lento, ma pregno di una costante tensione. 

In tutto questo il funeral doom è il medium ideale e gli Ahab possiedono tutte quelle caratteristiche che gli permettono (a loro sì!) di compiere la missione. 

Il minutaggio è ovviamente elevato (i quasi settanta minuti di ordinanza di un disco di funeral doom): sette tracce in tutto, di cui sei decisamente lunghe (la durata media è di dieci minuti cada una) spezzate da un intermezzo ambient, la breve "Of the Monstrous Pictures of Whales": una sorta di spartiacque che delimita le due sezioni dell'opera che potremmo indicare come "il viaggio" e "lo scontro", la preparazione e il compimento del Destino. Del resto gli scarni testi non possono rendere la complessità dell'opera, focalizzandosi sull'asse di collisione fra il capitano e la balena e prosciugando comprensibilmente la storia del suo carattere corale e di molti suoi risvolti allegorici. Sarà semmai la musica a parlare.  

Le composizioni, ben strutturate e dotate di uno svolgimento tutt'altro che banale, si sorreggono sulla qualità profusa alle sei corde dalle due asce Daniel Droste (anche cantante e tastierista) e Christian Hector: i due si riveleranno essere una fucina copiosa di riff massicci che mimano la potenza delle onde, la pesantezza della baleniera, lo sforzo sovrumano dell'equipaggio. Il rifferama implacabile della coppia viene inoltre screziato da chitarre soliste che rielaborano in chiave epica le malinconiche evoluzioni dei brani di Paradise Lost e My Dying Bride. Le stesse tastiere, chiamate a rinforzare determinati passaggi, conferiscono al monolite ahabiano un'intensità che potremmo definire bathoriana, e sono senz'altro un elemento importante nel sound dei tedeschi, sebbene esse ricoprano un ruolo secondario. A tutto questo, Stephan Adolph al basso e Cornelius Althammer alla batteria (qui in veste di session) offrono il congeniale complemento ritmico, con pattern che, pur non rinnegando la vocazione alla lentezza del funeral, sanno infondere un dinamismo che giova al carattere "avventuroso" del concept

Se aggiungete alla ricetta le frequenti incursioni di chitarra pulita chiamate a creare pathos e spezzare il solido e spesso muro di suono allestito dai quattro, allora i crismi del viaggio vi saranno chiari: pieni e vuoti che si alternano in modo del tutto equilibrato, cosicché la desolazione è sì imperante, ma l'effetto asfissia, tipico di molte release di funeral doom, viene scongiurato da lunghe sezioni strumentali, nelle quali potremmo persino riconoscere uno spirito progressivo. 

Ne è un esempio la seconda parte di "Pacific", dove una chitarra arpeggiata conduce un sinuoso crescendo chitarristico che si concluderà con fraseggi dall'inquietante retrogusto esotico. Al fine di dare omogeneità al flusso narrativo, i brani si legano bene fra di loro, ognuno distinguibile dagli altri e con passaggi memorabili al suo interno, ma armonici nel susseguirsi. Per questo l'incipit acustico della successiva "Old Thunder" (che a parere di chi scrive è il momento migliore del lotto insieme al classicissimo "The Hunt") si inserisce alla perfezione nei miasmi del caos disorientante con cui si concludeva la traccia precedente. 

Il growl teatrale di Droste è la classica marcia in più: pur non rinunciando alla brutalità, esso non affiora dalle trame strumentali come il consueto rantolo impalpabile, bensì arriva forte e chiaro con la "grazia del baleniere" che bercia dal ponte della nave, incarnando alla perfezione il tragico svolgimento delle vicende. Ovviamente la performance dietro il microfono è supportata da una produzione che ben distingue gli strumenti e valorizza ogni dettaglio. In particolare il suono delle chitarre è clamoroso, con note lunghe che non difettano di intensità nemmeno nei momenti di maggiore lentezza. Cosa che si può evincere dalla conclusiva "Ahab's Oath", capolavoro formale dell'album, con tastiere raggelanti a condurre le danze, tastiere che si fregiano di un suono che potremmo quasi definire kraut-rock.  

Chiariamoci, amici: "The Call of the Wretched Sea" è pur sempre un album di tosto e fottuto funeral doom, per questo, nel momento in cui ci si accinge ad ascoltarlo per la prima volta, vi è da mettere in conto le caratteristiche fondanti del genere, che ovviamente non rendono il prodotto idoneo per tutti i palati. Ma se un giorno vi venisse voglia di addentrarvi nel funeral doom, di certo questo album è una delle vie di ingresso più agevoli. 

p.s. Gli Ahab mettono a segno un gran colpo con questo folgorante debutto, ma la band saprà tener fede alle aspettative continuando a sfornare lavori eccezionali, ovviamente calati in scenari catastrofici indissolubilmente legati all'universo marino, e frutto di una continua progressione stilistica, tanto che fin da subito l'etichetta funeral doom sarebbe andata stretta a musicisti interessati ad esplorare anche nuovi medium espressivi. Insomma, una traversata degna di veri esploratori dell'Ignoto...