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20 gen 2026

VIAGGIO NEL DUNGEON SYNTH: THANGORODRIM



Il lato oscuro del dungeon synth - Thangorodrim, “Taur Nu Fuin” (2016)

Si è visto come la rinascita del dungeon synth all'inizio degli anni dieci avesse ricalcato le orme lasciate dai progetti che introdussero il genere per la prima volta nel decennio novantiano: il fenomeno, come successo in precedenza, riaffiorava in superficie come un aggregazione quasi casuale di esperimenti atmosferici compiuti a vario titolo. Per quanto riguarda la seconda metà degli anni dieci, invece, possiamo fare un discorso in parte differente: in quegli anni, infatti, era possibile assistere al configurarsi di un processo collettivo più strutturato e consapevole. Questo non significa necessariamente omogeneità. Volendo semplificare, si potrebbero individuare due diverse tendenze, opposte ma non del tutto inconciliabili: una aperta a nuove prospettive ed una fondata sul recupero dei vecchi stilemi. 

Nell'anno 2016, per esempio, potevi imbatterti nei due primi lavori di Fief e crogiolarti in una dimensione bucolica e radiosa anticipata efficacemente da copertine dai colori tenui e dai tratti fiabeschi. Ma ti poteva anche capitare di avere per le mani il debutto di Thangorodrim, autore di un suono pesante, oscuro ed epico, riflesso alla perfezione nel nero di una copertina che addirittura ripropone il ghigno incazzato del blackster di turno. Insomma, da un lato l’artista simbolo dell’emancipazione dalle origini black metal in direzione fantasy, dall'altro un campione del recupero degli umori tesi, tesissimi della vecchia, vecchissima scuola. E' di quest'ultimo che parleremo oggi:  fan del primo Mortiis, fatevi dunque avanti! 

Tanto per cominciare Thangorodrim è un temine che appartiene all'immaginario tolkieniano. Esso designa il gruppo di tre vulcani facente parte delle Montagne di Ferro nel nord della Terra di Mezzo: ridente località dove si erge niente meno che la fortezza di Morgoth! Dietro a questo evocativo monicker si nasconde l’ennesimo progetto americano (da Prescott, Arizona) di cui, come al solito, non si sa praticamente nulla se non che sono stati rilasciati tre album, uno split (con gli Heiron) ed un paio di singoli. Almeno due di queste release sarebbero entrate di diritto nella storia del dungeon synth, ossia il debutto “Taur Nu Fuin”, del 2016, e il successivo “Gil-Estel”, dell’anno successivo. 

Sono opere, queste, che si sono accattivate i favori e la simpatia di molti appassionati del genere - credo quelli più affezionati alle origini del movimento. Perchè entrare nel mondo oscuro e medievaleggiante ritratto sapientemente dal musicista americano è per davvero come essere catapultati venti anni prima, in tempi in cui uscivano i lavori di Mortiis, Wongraven e Gothmog. Del primissimo Mortiis (palesemente l’influenza primaria – a tratti pare di ascoltare “Født til å Herske”!) si recupera la grandiosità del suono, l’idea di brani lunghi che si sviluppano come se seguissero una sceneggiatura, la narrazione di vicende, o anche le tappe di un percorso di iniziazione. Oggi rivolgeremo la nostra attenzione sull'esordio “Taur Nu Fuin”.

Ma perché “Taur Nu Fuin” piace così tanto? Semplicemente perché è un capolavoro nel suo genere. Basta ascoltarne i primi minuti per rendersi conto che ci si trova innanzi a qualcosa di importante, oltre che imponente.

Di considerevole durata (quasi 50 minuti), l’album si articola in quattro lunghi movimenti di circa 12 minuti ciascuno. Considerato che i quattro brani si articolano in diverse sezioni e che tutti insieme marciano all'unisono restituendo all'ascoltatore forme sonore omogenee e coerenti, l’ideale sarebbe ascoltare l’opera nella sua interezza, respirarne l’atmosfera tesa e vibrante, seguirne il passo lento, sorprendersi per i momenti più concitati, emozionarsi durante i passaggi più evocativi. 

V’è poi da aggiungere che qui le intuizioni dei pionieri del dungeon synth vengono premiate da una discreta padronanza dei mezzi: senz'altro sul fronte compositivo ed esecutivo (non vi aspettare il ditino che timidamente preme il tasto sulla medesima nota per un quarto d’ora si seguito), ma anche su quello degli arrangiamenti e dei suoni, corposi e vibranti. In due parole, “Taur Nu Fuin”  è l’album di dungeon synth che puoi sparare a tutto volume e gasarti a bestia! 

E se, nonostante la copertina, di black metal non c’è nulla, di certo l’opera possiede una "frontalità", una forza d’urto, una tracotanza marziale che non lasceranno indifferenti i patiti del timpano rovente. 

Senza scendere nei dettagli - perché sarebbe noioso quanto inutile - decidiamo di raccontare a sommi capi quel che succede nella traccia di apertura In Hills of Shadow Bleak and Cold” che fa sfoggio degli stessi elementi che troveremo anche nelle composizioni successive. Nei suoi 11 minuti e mezzo si possono individuare tre macro-fasi: una lunga introduzione a base di grevi tromboni dal passo austero, pattern melodici che serpeggiano sinuosi via via bagnati da solenni colpi di gong e qua e là funestati da una voce narrante “bella megafonata”, che tuttavia non snatura l’impostazione nella sostanza strumentale dell’album (le parti “parlate”, presenti anche nei brani successivi, sono centellinate ed occupano spazi infinitesimali rispetto alla lunghezza dei brani). Seguirà un trambusto di tamburi che innalzerà in modo notevole il tasso epico del tutto, con vigorose tastiere che prendono il volo tramite melodie memorabili. Poi la quiete, un flauto sconsolato che apre una terza sezione in cui si ritorna ai toni pacati di inizio brano. 

Possiamo individuare il carattere vincente dell’album in una sapiente alternanza fra momenti contemplativi e fasi più dinamiche in cui si svela la perizia tecnica del musicista, abile nel creare progressioni che si costruiscono attraverso l’incontro di ampi e profondi accordi da un lato e note più acute che (come da copione) tessono melodie ricorsive dall'altro, con percussioni spesso chiamate a rinforzare le qualità melodiche dei brani. 

Gli umori marziali, cupi e mestamente fantasy, del resto, si spiegano con il titolo dell’album, che ancora poggia sulla toponomastica tolkieniana che era stata introdotta dal monicker del progetto: Taur Nu Fuin è la regione montuosa (prima conosciuta con il nome di Dorthonion e solo in seguito ribattezzata Taur Nu Fuin) situata immediatamente a nord del Beleriand e a sud delle pianure di Ard-galen, al confine - guarda caso - con la roccaforte di Morgoth a Thangorodrim. Sicuramente il profilo inquietante di questi paesaggi (che non rappresentano certo il lato più positivo e solare del mondo tolkieniano) è un'utile guida su dove indirizzare la mente durante l’ascolto. 

Se le tracce successive “None Stirred The Listening Leaves” e “Twilit Fogs On Tarn Aeluin”, come si diceva, presentano gli stessi elementi e le medesime dinamiche nell'alternare fasi "di inquieta attesa" a passaggi caratterizzati da maggior pathos, una menzione d’onore va doverosamente fatta nei confronti della conclusiva “Gwindor's Rest” che in un certo senso cambia le carte in tavola: colpisce la porzione centrale, pregna di una grande spiritualità, che viene sprigionata nel crescendo di tastiere: momenti di grande intensità che evocano niente meno che i maestri Popol Vuh e che ricongiungono (come a volte capita) il dungeon synth ai maestri della musica cosmica o del rock sperimentale degli anni settanta, i quali in fondo sono stati gli ispiratori primi di queste sonorità. Con queste note Thangorodrim consegna alla storia del genere uno dei momenti migliori dell'intera epopea del dungeon synth. 

Al di là di questo (ovviamente si tratta di gusti personali), l'ascolto di un album come “Taur Nu Fuin” è consigliabile a tutti coloro che, volendo andare oltre i classici nomi, intendono approfondire il dungeon synth e saggiarne il lato più oscuro e marziale che emergeva proprio mentre il genere si affrancava dalle sue origini black metal...