Scrivere oggi dei Witchcraft è un
esercizio di pazienza, un po’ come osservare qualcuno che ripete lo stesso
gesto ed essere convinti che, prima o poi, quel gesto cambierà di significato.
La band, infatti, sembra ferma e invece si sposta di pochi centimetri alla volta. Abbastanza da non farsi notare subito; abbastanza da rendere inutile tornare indietro.
I Witchcraft nascono in Svezia all’inizio degli anni Duemila, più come idea che come progetto definito. Al centro c’è Magnus Pelander, cantante, chitarrista e autore principale, classe '77. Pelander ha dichiarato di non amare particolarmente il metal come “scena”. Preferisce il blues, il folk e il rock degli anni ’60 e ’70, e questo spiega perché i Witchcraft sembrino a volte una band metal solo per coincidenza, in bilico tra hard rock e psych-doom.
A questo punto, ripercorriamone la discografia.
L’album "Witchcraft" (2004) arriva
senza presentazioni, come un appunto lasciato sul tavolo. I riferimenti sono
chiari, ma non hanno l’aria del tributo: sembrano più un promemoria, quasi a
dire “da qui si parte e da qui non si arriva”. In questa fase la band è ancora
una formazione stabile, ma già si intuisce che il progetto ruoterà sempre
attorno a Pelander.
Con "Firewood" (2005) il tempo si
allunga. Le pause diventano parte del discorso, i brani sembrano più
interessati a durare che a colpire. È anche il periodo in cui i Witchcraft
iniziano a essere associati al revival occult rock, etichetta che la band non ha
mai cercato e che ha sempre trattato con distacco.
"The Alchemist" (2007) è il momento
in cui i Witchcraft smettono di sembrare una somma di influenze e iniziano a
funzionare come linguaggio. Le canzoni tengono insieme le parti senza sforzo
apparente. Inizia anche la tradizione dei frequenti cambi di formazione: oltre
Pelander, parlare di membri diventa sempre (es)temporaneo.
"Legend" (2012) è più compatto,
meno permeabile. Il suono si chiude, diventa quasi monolitico. Segna un periodo
di tensioni interne e cambi di lineup. Pelander consolida il suo ruolo di unico
punto fermo, rendendo i Witchcraft un progetto personale con musicisti di
passaggio.
Con "Nucleus" (2016) emerge una
dimensione incerta. Le canzoni sembrano lasciate aperte apposta, come se
rifinirle fosse una concessione inutile. Pelander parla apertamente di
stanchezza verso le aspettative del pubblico metal, dettaglio che rende il
disco più comprensibile.
"Black Metal" (2020) è quasi un
gesto concettuale. Il titolo funziona come provocazione, il contenuto come
sottrazione. Voce, chitarra, poco altro. Pelander suona praticamente da solo,
rafforzando l’idea che Witchcraft sia ormai un contenitore più che una band nel
senso classico.
Con "Idag" (2025) tutto torna sul tavolo. Doom, folk, rock convivono senza gerarchie. Il titolo significa “oggi” e non è una dichiarazione epocale: è una constatazione. Il disco nasce senza un piano preciso, registrato seguendo l’umore più che una direzione stilistica.
Guardando al futuro, è difficile immaginare i Witchcraft cambiare registro all’improvviso. Potrebbero essere come in "Ritorno al futuro" ma senza macchina del tempo: sempre nello stesso decennio, con gli stessi strumenti e Pelander che guarda l’orologio con calma. Oppure come ne "Il Laureato" seduti sul divano mentre tutti corrono e loro continuano a suonare riff che sembrano già vecchi ma in realtà non invecchiano mai. Forse il prossimo disco sarà un lavoro live che dura quanto un’intera giornata. Chi cerca anticipazioni certe si troverà deluso: i Witchcraft hanno sempre preferito l’atto di fare alla promessa di arrivare da qualche parte.
Alla fine restano una presenza laterale nel metal. Non cercano il centro della scena e probabilmente non lo trovano interessante. Continuano a lavorare sullo stesso materiale, come se fosse argilla che non indurisce mai. Mentre molti puntano a lasciare un segno evidente, loro preferiscono lasciare tracce.
Più difficili da notare, ma anche più difficili da cancellare.
