Ci è venuto in mente di trattare il metal bellico perché questo tema ha assunto, recentemente, un certo rilievo. La guerra è un tema comune a qualsiasi genere musicale, soprattutto è facile imbattersi in brani che abbiano testi “di denuncia” della guerra. Magari non è quasi mai chiaro in che termini tale denuncia vada letta, e in genere vi è un presupposto non esplicitato in base a cui l’uomo è buono, la guerra cattiva. Un corollario di questo inquadramento è che esista un futuro realistico, anche se arduo da costruire, in cui le guerre cesseranno e gli uomini impareranno a vivere in pace, come auspicato dalla famosa “Imagine”. Lennon ci va pesante con la sua immaginazione progressista, perché non solo ipotizza un’umanità non belligerante, ma anche agnostica.
Il Metal si occupa di guerra fin
da subito per due motivi. Il primo è che, nell’immaginario d’impatto e
pittoresco del Metallo, armi, uniformi e metodi di distruzione varia trovano
subito posto. Il secondo è che la guerra è anche occasione di sentimenti
intensi, di moti travolgenti, nel bene e
nel male; e il Metal di questo si nutre. Ad alimentare il tutto contribuisce
poi la dimensione “fantasy”, con le sue infinite guerre immaginabili.
Vi sono gruppi che hanno trattato
la guerra tra i tanti temi, altri che in maniera ricorrente la utilizzano come
tema, e altri ancora, soprattutto in tempi recenti, che si dedicano
esclusivamente ad argomenti militareschi e bellici. Vi sono quindi progetti
artistici nati e proseguiti intorno al tema bellico, con l’intento di darne una
rappresentazione in musica e parole, secondo il taglio del sottogenere
specifico.
Il motivo del nostro interesse, che chiaramente rispecchia quello dimostrato dagli artisti, è quello di esaminare la materia. Per quanto riguarda la visione del senso della guerra rispetto alla storia dell’Uomo, non troviamo necessario esaltare quelle produzioni artistiche “di denuncia” degli orrori della guerra, rispetto ad altre che semplicemente la illustrano, o magari ne sottolineano gli aspetti coinvolgenti. Insomma, riteniamo inutile partire da quei famosi presupposti di cui sopra, per cui l’uomo è buono e la guerra cattiva: forse è l’uomo ad essere cattivo, ed ecco il perché della cattiveria della guerra. O forse ancora, l’uomo non è moralmente niente di definito, e neanche la guerra: se mai è ripugnante, crudele, barbara e quant’altro, come in generale lo è la morte, e la normale tendenza di moltissime specie ad aggredire i propri simili, per non parlare degli altri, di cui spesso si cibano.
Se allora dovessimo sottolineare gli attributi della
guerra, dovremmo includerne sicuramente uno, che vale per il più ottuso gruppo
inneggiante alla violenza indiscriminata, così come per De André: la fascinazione
della guerra, che la pace non può avere. Una fascinazione dinamica, tanto che
alcune ideologie l’hanno ritenuta un momento umano da celebrare quando si
presenta, anche se da temere e non certo favorire, perché in essa l’uomo si
esprime in maniera fatale e diretta, così come nell’Amore. Altre ideologie l’hanno
definita come “l’igiene del mondo”, perché in fin dei conti meccanismo naturale
contro la sovrappopolazione, e possibile in quanto nelle corde dell’uomo.
Esiste un genere metal “bellicoso”,
o che si pone ideologicamente in qualche modo rispetto alla guerra? Una parte
del black metal sicuramente sì, come anche una parte dell’epic metal. Non si
può celebrare e denunciare: si arriverebbe a dire che la gloria dell’uomo si
esprime in maniera massima in qualcosa che è di per sé aberrante e negativo. Ma
mentre nell’epic parliamo di guerre vere, del paradiso degli eroi caduti
(Valhalla), di divinità che incarnano la guerra stessa come uno degli elementi
umani (Odino, Marte/Ares etc), nel black metal la guerra è uno stato dell’anima,
coincidente più con una tensione ostile che non con un evento storico. “Black
Metal Ist Krieg” (il titolo di un famoso disco del 2001 dei Nargaroth, in ci si ripete
ossessivamente la frase), è un motto che contiene allo stesso tempo bellicosità
ma non belligeranza esplicita.
Inoltre, a differenza che in
altre epoche, le guerre non si distinguono solo in agite o subìte, ma subentra prima
una chiave pacifista, e poi una “etica”, che pretende di classificare le guerre
come giustificate o meno, come lecite o meno, e come conformi o meno a presunti
codici di condotta militare che dovrebbero salvaguardare almeno i non
direttamente belligeranti. Gli Ateniesi non disquisivano su quali guerre
fossero “giuste”, se mai su quali fossero ben concepite o condotte. Men che
meno, fuori da alleanze o appoggi, si stabiliva che la giustezza di una guerra
andasse oltre l’interesse di chi la muoveva. Da qui originava, paradossalmente,
il codice di onore militare e la pietà per i vinti, che nell’Iliade di Omero è
tema ricorrente. Attualmente invece si tende a ritenere che il contesto in cui
viviamo è originato da una guerra “giusta”, e che anche le guerre a cui
prendiamo parte sono sempre più giuste, con il curioso effetto collaterale che
a questo punto chi perde dalla parte sbagliata non merita pietà. Da questa “crisi
d’identità” dell’Occidente origina però proprio la ricchezza di punti di vista
sulle guerre presenti e passate.
Al di là di questo, ci sembra giusto partire in maniera cronologica, almeno per il primo “blocco”, e cioè da quei gruppi che si dimostrano più interessati allo spunto bellico e la inseriscono come tema maggiore del loro repertorio o del loro immaginario.
Il
metal fiorisce negli anni ’80, epoca in cui ci sono due fronti di interesse per
la storia bellica. Il primo è un fronte passato, quello della prima guerra “giudicata”
e utilizzata per definire il paradigma della guerra sbagliata e
criminale. Il secondo è quello delle guerre contemporanee, sbagliate a prescindere
perché nate nell’epoca della pace.
Partiremo, per la nostra trattazione, dalla Germania. Con i...
A cura del Dottore
