"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

9 lug 2026

AGRICULTURE: UNA SERATA DI INCLUSIVITA'... ED INTOLLERANZA... (LONDON, 23/06/2026)

 


Se la siccità è il peggiore nemico dell'agricoltura, di certo l'ondata di caldo anomalo che ha investito Londra nella torrida giornata di martedì 23 giugno scorso non ha posto le migliori condizioni per poter assistere ad un concerto degli Agriculture...

Scherzi a parte, tira aria da allerta meteo tanto che il giorno prima mi giunge una e-mail da parte del locale che mi ricorda di fare attenzione perché farà molto caldo, così tanto caldo che verrà messa a disposizione acqua gratuita per alleviare le pene da girone infernale che si prospettano per gli avventori. E in ogni caso: non venite troppo in anticipo, non fate la fila sotto il sole battente, semmai andate ad aspettare l'apertura delle porte al pub al piano di sotto che ha l'aria condizionata. Ma si capisce, Londra teme il caldo, forse è solo l'isteria di gente non abituata al caldo, ma è l'occasione giusta per presentarsi all'appuntamento belli scialli, pantaloni corti, scarpe da ginnastica e maglietta...
Mi dirigo al Dome di Tufnell Park, teatro di mille altri concerti estremi, non sapendo esattamente cosa aspettarmi, se un concerto di black metal, di sognante shoegaze, di indie-rock, di hardcore o cos'altro....

Capiamoci, non sono uno che si fa le seghe mentali sulla purezza dei generi, però la domanda me la pongo perché gli Agriculture - secondo il sottoscritto uno dei gruppi di metal estremo più interessanti degli ultimi anni - hanno forse valicato i confini del black metal, confini di per sè fluidi in quanto nel corso degli anni il genere si è rivelato essere un linguaggio malleabile capace di indirizzarsi verso le destinazioni più disparate, a volte anche in forte opposizione con quelli che erano stati i presupposti originari. Gli Agriculture, che certo adottano molti degli stilemi tipici del black metal (dal cantato in screaming al blast-beat passando dalle chitarre sfrigolanti), forse quegli stilemi li hanno utilizzati per raccontare qualcosa di diverso. Vabbè, inutile scervellarsi, fra poco lo scopriremo... 

La tipologia di pubblico, anzitutto, non farebbe pensare ad un concerto tipicamente metal: pochissimi sono quelli che, almeno esteriormente, potremmo definire dei metallari canonici; le poche magliette metal che si avvistano, per esempio, sono di gruppi estremi ma di confine (i Panopticon per esempio). Il resto è una platea variegata che va dall'intellettualoide orientale alla ragazza dai capelli rosa. Non trascurabile la quota di quella popolazione LGBTQIA+ a cui la band stessa guarda da sempre con grande convinzione.

Per la cronaca: c'è l'aria condizionata e si sta piuttosto bene. Passiamo dunque alla musica. Saranno la vecchiaia e la disillusione, ma è un po' di tempo che i gruppi spalla mi fanno schifo al cazzo (non so perché, eppure c'è stato un periodo in cui mi garbavano più i support act che gli headliner). Stasera è la volta degli inglesi Healing Wound, giovani metalcorai di Brighton nati nel 2023 e con all'attivo un EP ed un album nuovo di zecca uscito lo scorso maggio. Suoni scarni, riff abrasivi e dissonanti, qualche bel giro di basso (unica nota positiva) e screaming bilioso per una quarantina di minuti che nessuno mi restituirà indietro. Un set per nulla memorabile che, in maniera del tutto prevedibile, alterna schizzate porzioni di blast-beatbreak-down telefonati e passaggi sludge: insomma, la ricetta perfetta per fungere da perfetti Converge dei poveri quali essi innegabilmente sonoDire che mi hanno fatto cagare è poco.

La grandezza degli Agriculture, invece, è stata da subito evidentissima. Ma prima c'è stato un lungo sound-check che ha visto i membri della band scherzare con le prime file ed un ottimo Bob Dylan in filo-diffusione a marcare una discreta distanza con quello che in genere ci aspettiamo da una band black metal.

Ma allora gli Agriculture suonano black metal, si o no? Il concerto inizia con una lunga jam session in cui le chitarre e il basso si incrociano all'insegna del rumor bianco con i colpi disordinati della batteria a dissestare il terreno e creare un teso clima di grande attesa. Quando poi il pezzo parte in quinta (si tratta di un brano inedito) si è piacevolmente colpiti dalla voce pulita di Dan Meyer il cui canto evoca il delirante folclore dell’America più rurale.

Se questo sarà il futuro degli Agriculture, si capisce che i labili legami con il black metal sono destinati a slacciarsi ulteriormente, cosa che ci viene confermata dalla attitudine e dall'estetica dei musicisti: Kern Haug, dietro alle pelli, sguazza in una ampia camicia bianca e con i suoi folti favoriti sembra un contadino nel giorno di festa. La canottiera bianca a righe verdoline di Richard Chowenhill invece richiama gli anni novanta, tanto che il lungo-crinito chitarrista non avrebbe sfigurato in una qualsiasi band di rock alternativo di quel periodo. La folta barba del citato Dan Meyer, che per compensare nel frattempo si è rasato a zero, trasmette un che di religioso, a metà strada fra un muezzin, un mormone ed un santone invasato di qualche chiesa di legno spersa nel deserto. Conclude il quadretto l’aspetto mascolino di Leah B. Levinson, evidentemente la connessione più diretta a quell'universo LGBTQIA+ di cui si faceva cenno sopra.

Certo, vederli uno accanto all'altro sulle assi ti fa pensare a quanta strada abbia fatto il black metal dai tempi dei giubbotti di pelle nera, delle borchie, delle croci rovesciate e del face-painting. Ma la musica non mente, ti arriva come un pugno in faccia e l'energia espressa dalla band è incontenibile. Il suono selvaggio che possiamo udire su disco viene ammaestrato con sufficiente precisione, la band è abile nel camminare lungo la sottile linea che separa l'approccio pragmatico del metal e quello più istintivo dell'hardcore. Forse forse il drumming di Haug non è sempre impeccabile, restituendo qua e là la sensazione di pentole percosse, ma il resto marcia con grande destrezza ed efficacia. In tal vortice di decibel si segnalano i solismi raffinati di Chowenhill, instancabile motore melodico che tuttavia paga il prezzo di un operato estremamente certosino con una posa assai statica. Dan, di contro, è l’elemento anarchico del gruppo con le sue pose allucinate e le espressioni che passano continuamente dal divertito all'estasi. Lancinante è il suo screaming, e non da meno è quello di Leah che, dopo un paio di richieste al tizio del mixer, risulterà più tagliente che mai.  

Comprensibilmente la maggior parte del set sarà occupato dal nuovo “The Spiritual Sound”, presente con ben sette tracce, mentre il resto viene spartito fra tre brani tratti dall’omonimo debutto del 2023 e il singolo “Living is Easy”. L’apice a mio parere viene toccato con “Bodhidharma” che già gode dello status di instant classic con i suoi momenti di gelida quiete, fra sussurri spiritati e secchi colpi di batteria, e le deflagrazioni improvvise dell’iconico riff. Segue una vibrante “Hallelujah”, indie rock allo stato puro (finale in blast-beat permettendo) che sempre per mezzo della voce ululante di Dan ci riporta nella polvere della assolata campagna americana. Tutto gira alla perfezione, direi al di sopra delle aspettative (perché la band, oltre ad essere efficace nel restituire dal vivo la complessità del proprio suono, è anche estremamente vitale e visibilmente entusiasta nell'eseguire i brani). Peccato che sul più bello accade un fatto spiacevole su cui non mi soffermerò quanto il tema meriterebbe, ma chissà, magari sarà di ispirazione per riflessioni da riversare in un post futuro...

Long story short: mi trovo al bancone del bar attendendo la birra appena ordinata quando un tizio in modo abbastanza concitato esprime il suo fastidio nei confronti della mia maglietta di Burzum, ricordandomi che indosso la maglietta di un nazista, di un assassino ecc. Do you know that? Are you fine with that?? Tento di spiegare la differenza fra musica e musicista, ma capisco subito che la mia replica non può essere un granché efficace considerati la delicatezza dell'argomento e il contesto non proprio adatto per sviscerarlo (detto a scanso di equivoci: non sono un nazista - ma manco di destra a dirla tutta...). Fossimo stati in una situazione più tranquilla mi sarebbe piaciuto sedermi ad un tavolo ed intessere una pacata discussione sull'argomento, ma la cosa sembra finire lì, faccio capire che me ne vorrei tornare al concerto, lui si dilegua ed io mi rimescolo fra il pubblico con la mia birra. Qualche minuto dopo, tuttavia, un addetto alla sicurezza mi approccia, mi chiede di seguirlo e, una volta appartati, mi riferisce che a seguito delle lamentele di certi altri spettatori mi sarei dovuto togliere la maglietta, giudicata oltraggiosa per le posizioni ideologiche sostenute dall'artista in questione.

Ora, mettetevi un secondo nei miei panni: di certo non avevo indossato suddetta maglietta a fini di provocazione o per mancare di rispetto a qualcuno. In inglese si dice "read the room", ma la room era un concerto di black metal, non una recita scolastica, e francamente non mi era sembrato così fuori luogo mettermi una maglietta di Burzum. Posso capire le possibili obiezioni a questo ragionamento, ma quanta cattiveria hai dentro per andare a rompere le scatole ad uno solo per la maglietta che indossa? Personalmente parlando, è per me una cosa fuori dal mondo e certamente io non mi permetterei mai di contestare qualcuno che nemmeno conosco sulla base della maglietta che indossa, ma questo è solamente il mio punto di vista. Se ho dunque peccato, ho peccato di ingenuità, in quanto quella maglietta andava solamente a simboleggiare il legame intimo che ho con la musica di quell'artista (e NON con la persona, NON con quello che ha fatto o con quello che ha detto).


Del resto Burzum lo ascoltavo negli anni novanta, quando si era felici. A sedici/diciassette anni un brano come "Det Som en Gang Var" (presente il quel capolavoro che risponde al nome di "Hvis Lyset Tar Oss", la cui copertina - bellissima - figurava bellamente sulla maglia della discordia) mi suonò come qualcosa di immane, di mai sentito prima. Una infatuazione maturata in una fase storica pre-internet dove ancora la musica era più forte del personaggio Vikernes, scolpito poi a suon di meme, gif e risibili video su YouTube (non senza colpe da parte del diretto interessato che ha gestito la propria immagine in un modo a dir poco disastroso). Al di là di questo, era comunque chiaro l'intento dell'addetto alla sicurezza (peraltro molto cortese e probabilmente ignaro di chi fosse Burzum), ossia quello di prevenire ogni possibile fonte di disordine nel locale. Poiché dunque era mio interesse continuare a godermi il concerto e chiudere la questione in fretta, ho acconsentito a togliermela e rimettermela al contrario, meritandomi persino l'appellativo di "persona ragionevole". Discussione finita, almeno per il sottoscritto, sebbene volendo ci sarebbe molto altro da dire.  

Il tema, come dicevo, è complesso e non mi va di parlarne in questa circostanza, ma, rimanendo aderente al discorso musicale (che poi è la cosa che più di ogni altra mi interessa), trovo un paradosso non cogliere una salda connessione fra la musica degli Agriculture e quella di Burzum, senza considerare il fatto che chiunque ascolti black metal non può ignorare le invenzioni/intuizioni stilistiche di Varg Vikernes nei suoi primi quattro album. Quello che infatti ha messo in chiaro questo concerto, qualora ve ne fosse bisogno, è la certezza cristallina che gli Agriculture abbiano adottato l’approccio burzumiano. Anzitutto, perché stanno portando avanti quel discorso di espansione sonora, di “black rarefatto” che era stato iniziato da Vikernes, un discorso poi ulteriormente sviluppato da Alcest, sul fronte europeo, e Deafheaven e Liturgy su quello americano (filone a cui gli Agriculture si ricongiungono). Inoltre abbiamo anche qui, sebbene in modo meno evidente, il focus sulla tradizione, sulle radici culturali che legano l'artista e il suo luogo natio, che per i gruppi del Nord Europa significava riallacciarsi al folk paganeggiante, e che invece per i gruppi americani, come gli Agriculture (ma penso anche ai connazionali Panopticon) significa recuperare sonorità come blue grass, country, blues, gospel, cantautorato a stelle e strisce.

Insomma, senza Burzum e molti altri suoi colleghi del periodo, forse il metal estremo sarebbe ancora incentrato su satanismo o metafisica del Male, mentre oggi, fortunatamente, possiamo giovarci di realtà interessanti, coraggiose e vitali come gli Agriculture che, dopo diversi passaggi evolutivi, possono aver perso il contatto più evidente con l'inizio di questo percorso di emancipazione dall'ortodossia metallica. Ovviamente questa mia ricostruzione può essere vista come una forzatura e considerata inaccettabile o limitata alla luce dei fatti criminosi compiuti dal personaggio oggetto della diatriba. Sono anche consapevole che ci sono sensibilità diverse che possono condurre a vedere le cose in modo diverso. Rispetto il punto di vista altrui, tanto più che Vikernes è il personaggio controverso e divisivo per eccellenza. Ma a conti fatti siamo ad un concerto e siamo qui per divertirci, per questo ho deciso di fare un passo indietro, sebbene alla fine della fiera tutta questa storia abbia pregiudicato la fruizione di un concerto per cui ho regolarmente pagato, senza che io avessi fatto niente di illegale o tenuto un comportamento molesto nei confronti di altri, con la sola colpa di indossare una maglietta in bianco e nero con una foresta ed un logo praticamente indecifrabile per chiunque non conosca il gruppo in questione. Polemiche a parte, mi viene in mente quel vecchio aforisma che recitava che i fascisti si dividono in due categorie, ossia i fascisti propriamente detti e gli antifascisti... 

Torniamo ai nostri Agriculture, che nel frattempo continuano a suonare ignari delle beghe occorse al sottoscritto. La seconda parte del set scorrerà con minore intensità, non nego anche per via dei fatti appena occorsi che inevitabilmente mi portano la testa altrove e mi fanno perdere il focus sulla esibizione. Ma non è solo una questione di concentrazione. Non vi sono demeriti da parte della band (che darà il massimo fino in fondo), il problema è che, una volta esplorato in tutte le sue angolazioni il range espressivo della band, il resto del repertorio buttato in pasto al pubblico scorre in modo inevitabilmente meno sorprendente. A peggiorare il quadro, una fisiologica diminuzione della precisione esecutiva che si riverbera in una minore pulizia del suono. Ma va bene così, anche questo è coerente con lo spirito della serata.

Di questa compromessa seconda metà del set vorrei comunque segnalare quel gioiellino che risponde al nome di “The Well”, parentesi intima che ci mostra ancora una volta le qualità cantautoriali di Dan Meyer, ed un selvaggio finale affidato alla già citata “Living is Easy”. Anticipato da un bel discorso che esprime una visione del mondo fatta di apertura mentale ed inclusività, quest'ultimo brano chiude le danze all'insegna della velocità e dello scontro frastornante degli strumenti.

Applausi meritatissimi per una grande realtà del metal contemporaneo innegabilmente al top della propria forma fisica ed artistica. Tornando invece alle questioni pelose che ponevo all'inizio, mi avvio verso casa con l'etichetta bianca della maglietta che ciondola dietro al collo e con l’impressione di aver ascoltato più una band di alternative rock estremizzato che una band propriamente black metal. Quel che è certo è che il pubblico degli Agriculture non è composto da blackster incalliti. E qualcosa mi dice – e non sarebbe affatto un problema –  che i Nostri presto abbracceranno altri lidi sonori, lasciandosi alle spalle, se non lo hanno già fatto, il black metal e il metal estremo in generale...