Vibrazioni giurassiche: Diplodocus, "Slow and Heavy" (2019)
Capita nel dungeon synth che qualcuno conquisti la sua fetta di gloria rilasciando anche un solo album. E' il caso di Diplodocus, progetto americano “salito agli onori delle cronache” per l'oramai mitico "Slow and Heavy", unico full-lenght pubblicato dal progetto. A questo album del 2019 sarebbero poi seguiti un paio di singoli, “Tales of an Ancient Past” nel 2020 e "Lumbering Herds" nel 2025.
I meriti del Nostro? Inventare il dino-synth, esperimento dagli esiti non banali visto che non è cosa così intuitiva svegliarsi una mattina ed applicare gli stilemi del dungeon synth all'immaginario giurassico. La formula funziona e il risultato è accattivante, oltre che simpatico. Ma com'è 'sto dino-synth?
I meriti del Nostro? Inventare il dino-synth, esperimento dagli esiti non banali visto che non è cosa così intuitiva svegliarsi una mattina ed applicare gli stilemi del dungeon synth all'immaginario giurassico. La formula funziona e il risultato è accattivante, oltre che simpatico. Ma com'è 'sto dino-synth?
Stando a “Slow and Heavy” le coordinate sonore non si distanziano poi così di tanto dal dungeon synth classico, quello nato negli anni novanta e dall'indole medievaleggiante. Al netto di qualche elemento che poi vedremo, la sostanza musicale di “Slow and Heavy” è più o meno quella di un “Født til å Herske” o di un lavoro ad esso equipollente: il corpus sonoro si compone di possenti trame di sintetizzatori con percussioni marziali ad irrobustire ulteriormente l'impianto. Ma i dinosauri dove stanno?
A creare le dovute suggestioni, oltre alla copertina, ci pensano i campionamenti tratti da "The Lost World", film di culto degli anni sessanta. Avremo così rumori forestali e versi di animali assortiti che subito ci immergono in una dimensione selvaggia ed ancestrale popolata da enormi lucertoloni che si muovono pesantemente fra le fresche frasche pronti a sbranarsi a vicenda.
Il riferirsi ad una pellicola degli anni sessanta tradisce anche una passione per sonorità fortemente vintage proprie di una colonna sonora di un film fantasy di quel periodo. Troveremo da un lato solide orchestrazioni a basi di fiati degni di un peplum a rappresentare il lato più epico e massiccio dell'operazione. Dall’altro, invece, ci imbatteremo in passaggi più soft, ai limiti del prog, infarciti di flauti carezzevoli ed archi suadenti. Il tutto viene qua e là condito da rocciosi cori che sembrerebbero uscire dalle fauci di uomini delle caverne: un "tessuto vocale" che si assesta fra la bestemmia dello scaricatore di porto e i riti di una squadra di rugby.
Certo, non siamo innanzi all'ambient più raffinato, ma a guardar bene il tomo in questione non è niente di particolarmente pesante o lento, come il titolo vorrebbe suggerire. A contrastare la pesantezza ci sono fasi atmosferiche in cui il suono di Diplodocus si fa quieto e dimesso, mentre a contrastare la lentezza vi è il continuo rimbombar dei timpani che, pur non procedendo alla velocità del post-punk, garantiscono una scansione ritmica costante degli scenari sonori esplorati.
Se l’album, dunque, non si distingue né per pesantezza né per lentezza, di certo trova un valore nella capacità, di chi lo ha realizzato, di inanellare una sequela impressionante di temi melodici memorabili che sono l’evidente prova dell’estro di questo misterioso musicista che siam certi opera in qualche altro progetto, che sia dungeon synth o metal poco importa.
Delle dieci brevi tracce che compongono l’album (37 minuti in tutto) vorrei menzionarne almeno tre: “Return of the Thunder Lizard”, posta in sesta posizione, ha il compito di aizzare gli animi dopo qualche passaggio più pacato dell’album. E lo fa all’insegna di una epicità degna di un film della saga di “Rocky”. Alla marcia tronfia dei sintetizzatori si uniscono i cori di cui si diceva sopra, chiamati ad incalzare ed ispessire ulteriormente il suono: si tratta indubbiamente di una bella scossa, di un cambio di passo percepibile anche durante l’ascolto più distratto.
“Plotting Cynodonts”, invece, si abbandona a trame melodiche dal gusto più ottantiano che non avrebbero sfigurato in un album dei Depeche Mode - “Black Celebration” o “Music for the Masses”, fate voi. Dimostrazione lampante, questa, di come Diplodocus in realtà ci sappia fare e che non sia neppure il più malvagio di tutti (del resto, essendo il dungeon synth un genere che recupera molte suggestioni dagli anni ottanta, quella dei Depeche Mode è una influenza che torna spesso in questo genere). “Primal Rage”, infine, ha da offrire un altro tema melodico difficile da dimenticare, imponendosi come una marcia trionfale a base di organo e fughe di tastiere, il tutto impreziosito per l'occasione da un vocione narrante.
“Plotting Cynodonts”, invece, si abbandona a trame melodiche dal gusto più ottantiano che non avrebbero sfigurato in un album dei Depeche Mode - “Black Celebration” o “Music for the Masses”, fate voi. Dimostrazione lampante, questa, di come Diplodocus in realtà ci sappia fare e che non sia neppure il più malvagio di tutti (del resto, essendo il dungeon synth un genere che recupera molte suggestioni dagli anni ottanta, quella dei Depeche Mode è una influenza che torna spesso in questo genere). “Primal Rage”, infine, ha da offrire un altro tema melodico difficile da dimenticare, imponendosi come una marcia trionfale a base di organo e fughe di tastiere, il tutto impreziosito per l'occasione da un vocione narrante.
Del dungeon synth, Diplodocus rappresenta il lato meno serioso e per certi aspetti quello più intrattenente, ma questa è la forza del progetto, il suo segno distintivo: una botta di ilarità e freschezza dal torbido e drammatico mondo del dungeon synth. Ne sono una dimostrazione ulteriore le adrenaliniche performance dal vivo dove il Nostro si presenta indossando una maschera da tirannosauro e distribuisce fra il pubblico clave di gomma da agitare a tempo di musica.
Grazie a questo insieme di cose, il Nostro è riuscito nel tempo a divenire l’alfiere più rappresentativo di un intero filone. Non ci crederete, ma Diplodocus non è l’unico esponente del dino-synth, in quanto c'è a fargli buona compagnia una lunga serie di nomi fra cui mi permetto di citare Neardenthalensis, Primal Beast, Thagomizer, Archosaur, Seaclud, Toad Sage, Turonia, Swamp of Æons, Mammoth Master e via discorrendo....
Insomma, c’è chi dirà che una variante come il dino-synth mostra la debolezza di un genere povero, il dungeon synth, che non sapendo più dove battere la testa per trovare nuove vie di evoluzione le tenta proprie tutte, anche a costo di rasentare il ridicolo. Io invece sono del parere che il genere, proprio tramite operazioni come queste, dimostri la sua versatilità e la capacità di sapersi addentrare negli scenari più disparati, purché lontani dalla realtà vissuta nel quotidiano.
Quanto a voi, nel caso voleste approfondire il dino-synth, adesso sapete da dove iniziare....
