C’è stato un tempo in cui il rock nasceva tra le
bacheche universitarie, in una sala prove umida e improvvisata, tra strumenti
analogici e discussioni infinite su un accordo di troppo; in scantinati, garage
e freddi capannoni, luoghi iniziatici di un rito che spesso iniziava con la
domanda: “anche tu suoni?”.
In quegli spazi e in quegli attimi non si
imparava a suonare bene, si imparava a suonare insieme, si litigava e poi
magari si imparava a lavorare in armonia con l'altro; si costruiva col tempo un
linguaggio comune che sarebbe stato lo spirito della propria musica:
personalità apparentemente inconciliabili tenute insieme da un ideale comune. I
brani spesso nascevano dal caos: qualcuno tirava fuori un riff, un altro lo
storpiava, qualcun altro lo cestinava, il compromesso non era un limite, ma un
elemento creativo. In pochi sapevano fare tutto: tecnicamente quasi nessuno era
autosufficiente, non molti erano i polistrumentisti, non esistevano “home
studio”, drum-machines soddisfacenti ed effetti plug-in. E dunque per suonare
servivano musicisti in carne ed ossa, compagni di avventura con cui costruire
un prodotto di successo e magari poi vantarsene: “io suono in una band!”