"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

08 mar 2015

METALLICA VS MEGADETH


UNA RIVALITÀ FITTIZIA, QUELLA FRA METALLICA E MEGADETH: L’ENNESIMA STERILE SFIDA CHE BANALIZZA LA REALTÀ.

La storia della musica è costellata di rivalità fra band/artisti che condividono un medesimo periodo storico e che in esso si confrontano: una contrapposizione che sintetizza opposte visioni del mondo, uno scontro più culturale che stilistico, quindi, che ci costringe a schierarci e a prendere forzosamente una posizione. Beatles o Rolling Stones?, “Love me Do” o “Sympathy for the Devil”?, damerini o ribelli, angeli o demoni? Ma anche nel truce reame del metallo, quando il metallo era un luogo mitico e fantastico (ossia nella decade ottantiana), si consumava una sfida all’ultimo sangue: quella fra gli stronzissimi Metallica e gli ancor più stronzi Megadeth.


Il fatto è che all’inizio degli anni ottanta, il metal viveva la sua età della pietra: un giorno si scopriva il fuoco, il giorno successivo s’inventava la ruota, fatto sta che il neonato heavy-metal si tramutava a passi da gigante in thrash metal. In questo levigar di rocce e scintille, primeggiavano i cosiddetti Big Four, ossia Metallica, Megadeth, Slayer ed Anthrax. Gli Anthrax, sicuramente forti agli albori, ma spentisi troppo presto, li possiamo anche tralasciare. Discorso contrario andrebbe fatto per gli Slayer, a cui dobbiamo tutto, ma proprio tutto, in materia di metal estremo (es.: nella canzone “Hell Awaits”, classe 1985, c’è già tutto il death metal che verrà).

Ma si parlava di Metallica e Megadeth. Se volessimo focalizzarci sul periodo che va dal 1983 al 1986 (anno di grazia del thrash metal), quello che ci colpirebbe è la schiacciante e senza appello superiorità della premiata ditta capeggiata da Hetfield & Urlich rispetto a quanto combinato dal loro ex collega Mustaine. Ma partiamo dal principio. Il confronto fra “Kill ‘Em All” (anno zero del metal moderno) e “Killing is my Business…” (per altro uscito due anni dopo, ossia nel 1985) è semplicemente imbarazzante. Il fatto non è tanto che i Metallica, insieme ad Exodus, Slayer ed Anthrax, abbiano inventato il thrash metal, ma che essi abbiano reso grande questo genere. Un disco incazzato e veloce che estremizza Venom e Motorhead, l’hanno fatto in tanti (un disco del genere riesce facilmente a tutti, poi però, o ci si ripete, o si scompare, vedi la fine che hanno fatto  Exodus e Possessed, autori di opere innegabilmente seminali come “Bonded by Blood” e “Seven Churches”). Quello che invece hanno fatto i Metallica è di aver saputo costruire e non solo distruggere, innovare coniugando le istanze dell’estremo con strutture complesse, non perdendo di vista  la melodia, il tutto confezionato con perizia, professionalità, gusto ed ispirazione. Cosa non da tutti. Con “Ride the Lighting” (di cui il successivo “Master of Puppets” non sarà altro che un perfezionamento) il passo avanti, lo scarto rispetto al resto del mondo è evidente. Megadave, spiace dirlo, in quegli anni era ancora piccolo piccolo, e se si pensa che nell’anno dell’irraggiungibile Maestro dei Pupazzi usciva il pur buono “Peace Sells…”, rimane imperscrutabile la ragione su cosa si fondasse quella rivalità che vedeva Meta & Mega giocarsela sostanzialmente alla pari.

Quella rivalità nasceva anzitutto perché Mustaine era stato cacciato a calci in culo dai Metallica e dal fatto che quel benedetto giorno il rosso crinito chitarrista avrebbe giurato eterna vendetta ai suoi ex compagni. Ma il motivo principale che sta dietro a questa sfida era più che altro di natura concettuale o, meglio ancora, culturale: i Metallica erano belli, eleganti, formalmente perfetti; i Megadeth goffi, sgraziati, la voce di Mustaine stridula, i suoi brani senza capo né coda, in contrapposizione al rigoroso formato canzone che per i Metallica è sempre stato un dogma intoccabile (strumentali a parte). I Metallica piacevano a tutti, per questo iniziavano a stare sul culo a qualcuno. Fatto sta che, forti di una formazione compatta (persino dopo la tragica scomparsa di Cliff Burton: “…And Justice for All” rappresenterà un lieve calo d’ispirazione, ma rimarrà un signor album), i Metallica per tutti gli anni ottanta continueranno a fare un gran culo ai Megadeth. Mustaine, dal canto suo, vuoi per l’eroina, vuoi per il suo carattere del cazzo, arrancava dando alle stampe un rozzo e discontinuo “So Far, so Good…so What!”, diviso fra formidabili classici ed episodi tutt’altro che memorabili.

La musica cambia con “Rust in Peace” (è il 1990). “Rust in Peace” non è solo il capolavoro dei Megadeth e un caposaldo del thrash metal, ma un caso unico nella storia della musica tutta. Il fatto è che chi s’intende per davvero di musica, probabilmente non conosce “Rust in Peace”, e, aggiungo io, è un vero peccato, perché solo se guardato con le lenti extra-metal questo lavoro è apprezzabile in tutte le sue potenzialità. Non è solo un questione di tasso tecnico altissimo, o affiatamento e contributi singoli sensazionali: è l’equilibrio fra le parti che rende “Rust in Peace” un vero miracolo nella musica. In questo disco tutto è dannatamente al suo posto, tutto è come doveva essere, come se la materia musicale preesistesse ai musicisti stessi, i quali pare si siano limitati a scavare, modellare, levigare per tirarla fuori da una massa informe primigenia. E’ un album concreto, asciutto, geniale e sprizzante creatività in ogni suo frangente: in esso non si inventa niente, ma tutto suona originale; tutti i brani hanno le stesse caratteristiche, ma ogni passaggio suona imprevedibile.

“Rust in Peace” apparteneva però ad un’altra epoca: nel 1991 i Metallica avrebbero pubblicato il famigerato “Black Album” e niente sarebbe stato più come prima. Sebbene quello fosse il peggior colpo fino a quel momento messo a segno da Hetfield e soci, il suo successo planetario, che andrà ben oltre gli angusti confini del metallo, spaccherà il mondo del metal in due fazioni ferocemente contrapposte. Evoluzione e reazione, poser e defender: una frattura che, acuita poi dai pessimi “Load” e “Reload”, costringerà molte band a sentirsi in dovere di cambiare (anche in modo artificioso, con buoni risultati in certi casi, deludenti in altri), o di chiudersi a riccio in uno sterile immobilismo stilistico. Complice anche l’avvento del grunge, l’operato dei Metallica diverrà lo spartiacque fra due epoche: prima, il metal era un regno in cui tutti erano d’accordo, le gerarchie erano chiare e un’oggettività inalterabile vigeva sovrana; dopo, il metal diverrà un’arena di odio e disprezzo, pettegolezzi e punti di vista contrastanti. I Megadeth, in un primo momento, continueranno il loro percorso con onestà ed indipendenza intellettuale con un paio di buoni album (“Countdown to Extinction” e “Youthanasia”): dato l’ammorbidimento dei suoni, non è da escludere tuttavia un inconfessato senso di sudditanza di Mustaine nei confronti dei suoi rivali.

Ma la vera pazzia di Mustaine starà in ciò che succederà successivamente: con “Load” e “Reload” i Metallica proseguiranno imperterriti il loro percorso di sputtanamento artistico, continuando a vendere milioni di dischi, ma perdendo definitivamente la stima dei loro vecchi fan. Quale migliore occasione, dunque, per l’eterno inseguitore Mustaine, per impossessarsi dello scettro del comando? Macché: egli deciderà patologicamente di seguire i suoi odiati rivali nell’infausto loro declino, pubblicando una sequela di album indecorosi, sospesi fra thrash imbolsito e soluzioni più catchy che vorrebbero strizzare l’occhio al mainstream, riuscendo però nell’intento di deludere i fan ed al tempo stesso non conquistando neanche un truzzo in più. Perché Dave, perché? Lo confesso finalmente: io tifavo per te. Penso che i Metallica ti siano stati superiori, ma tu mi piacevi di più: mi facevi sentire più a mio agio. Ancora oggi riascolto “Rust in Peace” e penso che tu sia meglio di Frank Zappa e di John Lennon…


Ma forse ero solo fragile ed insicuro. Solo successivamente avrei capito che aveva ragione il noto regista giapponese Hayao Miyazaki, tacciato ultimamente dai soliti faziosi intellettualoidi come fascista guerrafondaio, solo perché ha scelto come protagonista del suo ultimo capolavoro “Si Alza il Vento” Jiro Horikoshi, l’ingegnere meccanico che ideò i modelli Mitsubishi A6M Zero, ossia gli aerei utilizzati dai kamikaze durante la seconda guerra mondiale. Miyazaki, che è affascinato dai motori, ma è un irriducibile ecologista, che ama gli aerei da guerra pur professando la pace, ci insegna piuttosto che la complessità del Reale contempla le contraddizioni e va oltre le stesse. I Beatles erano drogati quanto i Rolling Stones, che a loro volta erano ruffiani quanto i Beatles. Io sono quindi un po’ bello come i Metallica e un po’ stronzo come i Megadeth. Forse, un po’ più Megadeth…