"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

23 ott 2016

I DIECI ALBUM CHE "SCONVOLSERO" IL METAL




Ci siamo divertiti a stilare la lista dei migliori dieci album metal di sempre, e con le struggenti note di "Believe" (si parlava per l'appunto di "Streets - A Rock Opera" dei Savatage), abbiamo chiuso un cerchio che avevamo deciso di aprire simbolicamente con "Paranoid" dei Black Sabbath, anno 1970: venti anni di musica che si fermavano proprio nel 1991, "anno terribilis" per il metal classico con la pubblicazione di album come "Nevermind" dei Nirvana e "Ten" dei Pearl Jam ad ufficializzare l'avvento del grunge e l'inizio di una nuova era…

…l’inizio di una nuova era e la crisi di molti dei cliché classici, stilistici ma anche di costume, fioriti nei fecondi anni ottanta. Ma il metal non decise di starsene seduto a prendere le sberle in silenzio. La riscossa era infatti dietro l'angolo, e già a partire dal 1992 sarebbero uscite in stretta successione opere capaci di riformare dall'interno il movimento: signore e signori ecco i dieci album che sconvolsero il metal, o meglio, i dieci che salvarono il metal!

Pantera, "Vulgar Display of Power" (25 febbraio 1992)
Al termine della scorsa rassegna avevamo evocato lo spettro di "Vulgar Display of Power" quale importante punto di snodo nella storia del metal. I Pantera stanno al metal degli anni novanta come lo è stato Tarantino per il cinema dello stesso periodo: rifacendosi ai numi tutelari del genere (Metallica, Black Sabbath, con punte di aggressività che sfioravano il death metal), i quattro texani cuciono una veste moderna e succinta per contenere e tornire il paffuto corpo da "vecchia signora aristocratica" del metal. Gli ingredienti sono sostanzialmente due: da un lato il groove, generato dalla commistione prodigiosa fra il riffing potente e fantasioso di Dimebag Darrel e le ritmiche trascinanti e foriere di cambi di tempo del fratello Vinnie Paul; dall'altro il carisma vocale dello scatenato Philip Anselmo, fra urla rabbiose ed un efficace pulito. Certo, le caratteristiche di questo sound fresco e selvaggio (lo chiameranno "groove metal") erano già presenti nel precedente "Cowboys from Hell", ma è nella sequenza mozzafiato di brani adrenalinici e dai ritornelli memorabili come "Mouth for War", "A New Level", "Walk", "Fucking Hostile" e la feroce ballata "This Love" che troviamo quel fragoroso pugno in faccia al metal ritratto efficacemente in copertina.

Faith No More, "Angel Dust" (16 giugno 1992)
Quando uscirono con questo quarto album i Faith No More erano già un'istituzione, forti della credibilità guadagnata con un lavoro come "The Real Thing" e della popolarità che aveva garantito loro un singolone come "Epic". Ma è in "Angel Dust" che troviamo la piena maturità che permise di procedere oltre, trascendere i generi e comporre con personalità un caleidoscopio di suoni coerente ed equilibrato. L'impeccabile base ritmica a firma Bill Gould/Mike Bordon che richiama la potenza del funky, le tastiere di Roddy Bottum che apportano epicità ed atmosfera (e persino un tocco di gotico) al tutto, la chitarra poliedrica di Jim Martin (fra zappate thrash e assolo bislacchi), ma soprattutto la superlativa prova dietro al microfono di Mike Patton, cantante extraordinaire dal range vocale sorprendente: questi sono i fattori fondanti dell'originale proposta dei cinque americani. Dal singolo "Midlife Crisis" (che esprime tutto l'eclettismo dei Nostri, fregiandosi delle improvvise impennate vocali di Patton) ai toni anni cinquanta di "RV", dalla violenza espressa in brani come "Smaller and Smaller" e "Kindergarten", alle atmosfere horror di "Jizzlobber", per finire in bellezza con l'ironica cover di "Easy" di Lionell Richie, "Angel Dust è un viaggio bizzarro e disorientante, portato avanti con il gusto per lo sberleffo, senza che però si abbia per un singolo istante l'impressione che la band perda la bussola. Lo chiamavano crossover, e i Faith No More, non a caso, verranno riconosciuti fra i padri del nu-metal, prossimo ad esplodere. Ma la lezione che Patton e soci impartiscono al mondo è qualcosa di molto più importante e trasversale: fra questi solchi troviamo infatti una libertà espressiva, un pensare fuori dagli schemi che costituirà per il metal una via per uscire dall'impasse.

Kyuss, "Blues for the Red Sun" (30 giugno 1992)
I Kyuss, nati come un nome di culto (un nome poi destinato a divenire leggendario, anche grazie alla popolarità raggiunta in seguito dai Queens of the Stone Age del fuoriuscito Josh Homme), raggiungevano la piena maturità con questa opera seconda che, artisticamente e sociologicamente parlando, gettò un ponte importante fra il metal e quel mondo alternativo e debitore degli anni settanta che si era risvegliato con l'avvento del grunge. Alla base vi è una inedita commistione fra linguaggio sabbathiano, psichedelia e southern rock, con il deserto (padre spirituale di questa musica) a fare da sfondo: questo è lo stoner e lo potete trovare al suo meglio in "Red Blues for the Sun", dove i riff polverosi di Homme, efficacemente supportati dalla eccellente base ritmica composta da Nick Olivieri e Brant Bjork, si scontrano con la voce grintosa di John Garcia, in un equilibrio che ha del miracoloso (ascoltare "Green Machine" per credere!).

Ministry, "Psalm 69: The Way to Succeed and the Way to Suck Eggs" (10 luglio 1992)
I paladini dell'industrial-metal Ministry forniscono un’ulteriore importante sfumatura di questa tendenza del metal, all'alba degli anni novanta, a voler flirtare con altri universi sonori. Dall'elettronica e i suoni sintetici degli esordi, previa una progressiva iniezione di chitarre, la premiata ditta Al Jourgensen/Paul Barker giunge con questo quinto lavoro ad un sound ultra-massiccio caratterizzato da una forza d’urto e da una potenza che potremmo definire slayeriane. La voce raschiante e filtrata di Al Jourgensen si fa quasi growl, le chitarre taglienti si innestano su basi micidiali che continuano ad evocare la meccanicità di Killing Joke e Swans. "Psalm 69" è un olocausto sonoro infestato da suoni campionati ed un'attitudine noise che non impedisce alla band di imporsi anche sulle emittenti musicali con svariati video (ben tre i singoli estratti: "N.W.O.", "Just One Fix", "Jesus Built My Hotrod"), raggiungendo un successo (certificato con il disco di platino) davvero clamoroso per una band irriverente, anti-sistema e lontana da ogni compromesso. Per saperne di più sull'industrial-metal, prego passare da queste parti.

Rage Against the Machine, "Rage Against the Machine" (3 novembre 1992)
Rimaniamo ancora nel 1992 (ma che anno clamoroso è stato??), rimaniamo negli Stati Uniti d'America (vero teatro d'azione delle menti metal più creative di questa ondata di innovatori): l'opera di debutto dei Rage Against the Machine esplose come una bomba nello scenario dell'epoca, sconvolgendo il panorama della musica dura; peccato per chi ha deciso di fare orecchie da mercante solo per il fatto che questa volta il crossover si compiva fra metal e il tanto vituperato rap. Timmy C. e Brad Wilk assicurano una base ritmica con i controcazzi, mentre la chitarra di Tom Morello si muove adrenalinica citando Jimi Hendrix, Led Zeppelin e i soliti imprescindibili Black Sabbath. Completano il quadro le invettive e i testi al vetriolo di Zack De La Rocha, che pur nella sua vocazione di rapper, sa alzare la voce e proclamare con energia ritornelli anthemici come quelli di "Bombtrack", "Killing in the Name", "Bullet in the Head" e "Freedom". Il metal sveste gli abiti del qualunquismo per porsi in prima fila sul fronte della rivoluzione: fra rabbia ed intelligente denuncia, i RATM devono la loro credibilità ad una brillante scrittura ed eccelse capacità tecniche, elementi che, mischiati ad una spiccata originalità, li consegnerà alla storia come una delle band più influenti e popolari degli anni novanta.

Sepultura, "Chaos A.D." (2 settembre 1993)
Forti di una ascesa artistica vertiginosa che li portò in pochi anni dal rozzo "Morbid Visions" ad opere mature come "Beneath the Remains" ed "Arise", i Sepultura dei fratelli Max e Igor Cavalera tenteranno il colpaccio con il rivoluzionario (in tutti sensi) "Chaos A.D.". I postumi del ciclone Pantera si fanno sentire (già, c'è far presente che nel frattempo il mondo si era panterizzato) e il sound dei brasiliani si fa, coerentemente con il periodo, più diretto, approfittandone di traverso per rispolverare le radici hardcore a scapito di quel thrash/death elaborato che si era meravigliosamente manifestato nel cupo “Arise". Dietro ad una apparente semplificazione, vi è pero una maggiore definizione identitaria, dove lo stile inconfondibile dei Seps viene confermato dai proverbiali ritmi tribali di Igor e dal ruggito riottoso di Max. Istanze terzomondiste, condite da riff spezza-collo ed assonanze assortite (complice anche l'infortunio alla mano di Andreas Kisser, che gli impedì di prodigarsi in assolo troppo elaborati) sono la materia con cui viene plasmata una dozzina di brani stellari (citiamo solo le famigerate "Refuse/Resist", "Territory" e "Slave New World") capaci, ognuno a modo suo, di restituirci la complessa e variegata visione artistica dei carioca (già, nell’album trova spazio anche un brano interamente acustico, "Kaiowas", che lega a doppio filo i Nostri al folclore delle tribù dell'Amazzonia, a rimarcare il forte vincolo con la propria terra: un percorso che verrà ulteriormente sviluppato nel successivo "Roots").

Korn, "Korn" (11 ottobre 1994)
I Korn raccolgono i semi gettati dalle band sopra enunciate (in particolare Pantera, Faith No More e Sepultura) e confezionano quello che verrà riconosciuto ufficialmente come il primo album nu-metal della storia. Chitarre accordate in tonalità più basse, riff imponenti, basso gagliardo, tanto tanto groove, ma soprattutto l'interpretazione teatrale di Jonathan Davis, la cui voce oscilla con schizofrenia incontrollata fra growl, scatting (forma di canto adoperata nel jazz) ed un isterico pulito. Laddove il metal si era già da qualche anno scollegato dai vecchi cliché di moto, birre o tutt'al più spadoni, per farsi strumento di denuncia e di espressione di rabbia contro il sistema, adesso tenta l'introversione trainato dai fantasmi e dalle nevrosi di Davis. Fra rap e death-metal, supportati da un bell'apparato di marketing che decreterà un successo stratosferico (anche qui ben tre singoli estratti: "Blind", classico dei classici, "Clown" e "Shoots and Ladders"), i Korn si dimostreranno essere il gruppo giusto al momento giusto, rapendo il cuore delle nuove generazioni, seminando al contempo odio ed indignazione nelle vecchie. Come movimento il nu avrà vita breve, ma i primi album dei Korn, come quelli di Deftones, System of a Down e Slipknot rimarranno - vi piaccia o meno - una pagina importante del metal.

Neurosis, "Through Silver in Blood" (23 aprile 1996)
Si cambia totalmente passo con i Neurosis, di cui tanto si è già detto su questo blog. Cosa possiamo ricordare di loro in estrema sintesi? I Nostri, dopo i trascorsi hardcore, decidono progressivamente di ampliare il proprio campo d'azione, includendo nel loro sound scorie industriali, psichedelia pinkfloydiana, strumenti atipici come pianoforte, violino e cornamusa, ed un catastrofismo squisitamente sabbathiano (ancora lì si va a sbattere la testa!), conferendo alla loro musica i contorni di un viaggio spirituale e dando di fatto vita ad un nuovo genere, il post-hardcore. Uscito dopo "Enemy of the Sun" (dove la "curva" era già stata imboccata, ma ancora non tutto era al proprio posto) e dopo "Times of Graces" (dove il nuovo corso sarà già istituzionalizzato, ma tutto suonerà più "formale"), “Through Silver in Blood" è quel luogo sospeso fra epoche primordiali e scenari post-apocalittici in cui le energie creative dei Nostri vanno a disegnare per la prima volta, in modo compiuto, gli stilemi classici della loro musica: un arsenale di suoni fatto di deflagrazioni chitarristiche di una potenza immane, momenti di irrequieta stasi (preludio alla tempesta), impetuosi crescendo e il proverbiale intreccio delle grida lancinanti di Steve Von Till e Scott Kelly. Siamo agli albori di una nuova era.

Tool, "Æenima" (1 ottobre 1996)
Non potevano mancare in questa rassegna i Tool, probabilmente la band più importante del metal dopo la prima ondata degli anni ottanta. Già forti di una popolarità guadagnata anche grazie agli orripilanti videoclip tratti dal precedente "Undertow" ("Prison Sex" e "Sober": capolavori di animazione in stop-motion), i quattro si presentano sul mercato con l'opera della consacrazione, mettendo a punto la loro formula. Una formula indefinibile che è stata accostata al progressive, sebbene questa musica non ami indugiare sui virtuosismi e sui cliché tipici del genere: ipnotici arpeggi di basso, riffing ossessivo, ritmiche intricate quanto potenti, e su tutto lo spleen decadente delle vocalità dimesse ed alienate di Maynard James Keenan ad incarnare le afflizioni dell'uomo contemporaneo. Ad aprire le danze una sinuosa "Stinkfist" corredata dal consueto video inquietante, seguita da ulteriori quattordici tasselli (fra composizioni lunghe e tortuose ed intermezzi atmosferici) che pavimentano una indagine esistenziale in cui si perdono i riferimenti al mondo conosciuto (Metallica? Black Sabbath? King Crimson?), tanto che all'epoca non si trovò miglior definizione che l'insensata etichetta di "post grunge". "Æenima" è un incubo di quasi ottanta minuti che ritrae il metal al centro di un crocevia dove si incontrano potenza, intelligenza, ricerca e profondità esistenziale. Difficile fare di meglio.


The Dillinger Escape Plan, “Calculating Infinity” (28 settembre 1999)
Chiudiamo questa seconda carrellata di album con un’opera emblematica che uscirà proprio agli sgoccioli del decennio: “Calculating Infinity” dei Dillinger Escape Plan. Gli americani debuttavano alla grande, in un mondo oramai già trasformato e totalmente diverso da quello di appena dieci anni prima. Non c’è più niente da sconvolgere, ma la ricetta degli americani a base di grindcore, industrial, math-rock e free-jazz riuscirà ancora a seminare entusiasmo, costituendo inconsapevolmente l’apice e la fine di un’era. Si tratta dell’apoteosi del crossover, dove la perizia tecnica dei musicisti (fatta eccezione per lo screming monocorde del cantante Dimitri Minakakis, criticato da più parti in quanto cozzante con il virtuosismo dei compagni) decostruisce definitivamente il linguaggio del metal, tracciando con precisione matematica architetture sonore proibitive per chiunque altro (ed infatti nessuno suonerà come loro, fra l’altro apprezzatissimi per le devastanti performance dal vivo). Ricami free-jazz cuciti ad arte nel fluire selvaggio di un metal in continua mutazione che non molla mai il piede dall’acceleratore: più in là non si poteva andare ed infatti, in un certo senso, il crossover, salito su questa cima, vivrà poi la sua fase di declino, soppiantato da geometrie progressive e da derive post-metal che avranno la meglio nel corso degli anni “duemila”. 

Come infatti si è visto nella nostra classifica dei dieci migliori album del"Nuovo Metal", saranno Neurosis e Tool, e non i Dillinger Escape Plan, ad assurgere il ruolo di protagonisti per gli anni a venire. Costoro non si limiteranno a fotografare un metal nel virtuoso atto di superamento di se stesso, ma getteranno semi che determineranno il corso evolutivo del metal nei suoi successivi venti anni di vita: venti anni in cui il post-hardcore/post metal dei primi e il neo-progressive dei secondi costituiranno l'ossatura principale intorno alla quale il metal si sorreggerà, sempre più orientato verso schemi di scrittura libera e svincolati dagli antichi schematismi (in particolare dalle ristrettezze del formato canzone), aprendosi di fatto a nuovi imprevedibili orizzonti. 

Ma attenzione, gli anni novanta non sono stati soltanto groove, crossover, suoni diretti e corrosivi: in quegli stessi anni si stavano preparando le forze della restaurazione, che non significa solo nostalgia ed immobilismo. Vi fu infatti un manipolo di temerari che cercarono, fra innovazione ed ortodossia metallica, di tenere in vita il metal guardando sì in avanti, ma senza allontanarsi troppo da casa…