"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

01 nov 2016

SHORT STORIES: "ENTER SANDMAN", O ANCHE "COME I METALLICA CONTRIBUIRONO AL CROLLO DELL'UNIONE SOVIETICA"



Tutti i cultori del metallo, nel bene o nel male, hanno almeno un ricordo legato ad "Enter Sandman": il singolo che lanciò il famigerato Black Album, l'opera che provocò indignazione e gaudio, che decretò l'allontanamento di tanti fan della prima ora, ma che ne assicurò altrettanti nuovi ai Four Horsemen.


Ricordo ancora quando vidi per la prima volta il video di "Enter Sandman". Mi trovavo a casa dei miei bisnonni, un casolare in campagna: un appuntamento annuale che si consumava generalmente ad agosto e che iniettava in me una strana angoscia. Sostanzialmente mi stavo spaccando le palle, quel pomeriggio, in casa a guardare la televisione, un piccolo apparecchio in bianco e nero che mi restituiva immagini sgranate (è per colpa di quell'aggeggio se per anni ho creduto fermamente che "Mary Poppins" fosse un film in bianco e nero).

Mi imbattei nel video a metà, nel bel mezzo dell’assolo: inizialmente fui incuriosito, poi scioccato nello scoprire l'identità della band al sopraggiungere della voce inconfondibile di Hetfield, sebbene essa apparisse diversa in qualcosa, più morbida che in passato. Superata l'esaltazione iniziale (i Metallica in televisione!), subentrò un pizzico di delusione per questo brano che mi piaceva così così (quando per me i Metallica erano infallibili: del resto erano allora il mio gruppo preferito e li conoscevo per album come "Master of Puppets" ed "...And Justice for All").

Mi ripromisi dunque di rivederlo/riascoltarlo con calma e per intero, cosa che non fu difficile visto che era il "video della settimana" di Videomusic (all'epoca c'era la buona usanza del "video della settimana", che veniva trasmesso in certi orari della giornata per tutta una settimana: un appuntamento che seguivo con devozione, anche perché venivo da un periodo fortunato in cui meritarono quell’onore artisti interessanti come Van Halen ed Alice Cooper, Skid Row e Guns N' Roses, a dimostrazione di come il rock e il metal godessero di un'alta considerazione dalle emittenti musicali dell'epoca, ancora non infestate da R&B e hip-hop in tutte le salse). Ma niente, non mi convinse, come del resto non mi convinse il resto dell'album che ebbi modo di ascoltare poco tempo dopo, ma questa è un'altra storia.

Negli anni successivi, tuttavia, ho rivalutato "Enter Sandman", che - devo ammettere - rimane un pezzo con un bel tiro, e quando la becco per caso, alla radio o in filodiffusione in un pub, mi fa sempre piacere riascoltarla. Il riff portante, i piatti schiaffeggiati da Urlich, e poi il ripartenzone finale, dove ogni volta non posso fare a meno di gridare "oh", e poi "uyeeeeeeh". Forse nel 1991 non avevo la cultura musicale per capire che i Nostri, in un momento di debolezza ed al tempo stesso di grande ispirazione, ricorsero all'oracolo sabbathiano (cosa sempre buona e giusta) per scrivere uno dei loro brani più accattivanti di sempre.

E così ogni tanto la riascolto, "Enter Sandman", no, non da cd (mi fa una fatica tremenda anche solo prenderlo in mano, quel mattone nero), ma magari su YouTube. Per esempio l'altra sera avevo voglia di ascoltarla, ma tanto per cambiare ho optato per una versione live. Ho cliccato sulla prima opzione della lista e mi si è palesato un concerto proprio del 1991. La visione mi ha prima incuriosito, poi appassionato. E questo per due motivi.

Il primo: i Metallica. Che bello, anzitutto, rivederli con i capelli lunghi. C'è da dire che i Nostri avevano proprio il physique du role per essere i migliori e i più popolari del momento, tutti di nero vestiti, con la figura imponente di Hetfield al centro (occhi chiari e capelli al vento - quasi un divo), seguito dal saltellante Hammett, il mastodontico Newsted, che corre come un pazzo e si lancia spesso in headbanging sfrenati aiutato dal taglio "moicano", e il buon Urlich che si alza spesso in piedi da dietro il suo set, petto nudo, fisico asciutto e capelli lunghi anche lui. I Nostri hanno la presenza, si muovono con carisma sul palco e, cosa ovviamente non secondaria, suonano divinamente. Sembra un'altra era geologica (e in effetti lo era) e i Metallica figurano come quei gruppi che facevano la storia della musica (e della cultura ad essa collegata) in uno di quei concerti epoca rimasti nell’immaginario collettivo. Ed in effetti è stato proprio così, e fra poco capiremo perché.

Il secondo motivo per cui queste riprese mi hanno colpito, infatti, è il pubblico. Intanto la distesa oceanica di teste che si para di fronte ai Four Horsemen: mai viste così tante persone in un concerto. E poi, quando la telecamera indugia su singoli o su gruppi, quello che si percepisce è una atmosfera di delirio totale, con gente davvero brutta e grondante sudore che esulta come se non ci fosse un domani. La cosa strana è che ci sono tanti ragazzi vestiti da militari (anch'essi fuori di testa), mentre un elicottero vola minaccioso nel cielo: il quadro è a dir poco surreale, per questo decido di documentarmi su quella strana data dei Metallica.

Scopro che si tratta della tappa russa del Monster of Rock del 1991, tenutasi il 28 settembre nell'enorme area dell'aeroporto militare di Tushino, nei pressi di Mosca (un luogo peraltro simbolicamente importante, visto che è lì che durante la Guerra Fredda si svolgevano le parate militari in cui sfilavano, a fini propagandistici, le ultime novità quanto a tecnologia bellica).

Partiamo dai numeri: un milione e seicentomila spettatori, il più grande concerto rock della storia. Non erano i Metallica gli headliner, ma gli AC/DC, mentre il bill era completato da Pantera, Queensryche e The Black Crowes. Non era il primo concerto rock a cui assistevano i giovani dell'Unione Sovietica, visto che nel 1989 si era tenuto il Moscow Peace Festival con Motley Crue, Cinderella, Bon Jovi, Scorpions, Ozzy, Skid Row e Gorky Park, ma questa edizione del Monster of Rock aveva un significato storico totalmente diverso.

Quella data del 28 settembre fu infatti annunciata all'ultimo minuto per via del golpe (fallito) che aveva avuto luogo nel corso dell'agosto di quell'anno (per la cronaca: fu tentato un colpo di stato da parte delle frange conservatrici del governo, avversatrici delle politiche di apertura dell'allora presidente Gorbacev, in procinto di firmare un accordo che sarebbe andato a riconfigurare la confederazione, favorendo i diversi nazionalismi a scapito dell'Unione). L'idea di celebrare un evento di tali dimensioni (fra l'altro gratis - ad esso accorsero ragazzi da tutti i paesi sovietici, dalla Lituania all'Ucraina ecc.) era finalizzata a stemperare le tensioni del mese precedente, così denso di accadimenti, e far sfogare la rabbia dei giovani per evitare che la situazione degenerasse in violenti disordini. Del resto si arrivò alla vigilia del concerto in una atmosfera decisamente oppressiva, fatta di controlli asfissianti e guardie rosse pronte a darci di manganello. Tutto questo mentre io me ne stavo a guardare i campi di grano dai miei bisnonni.

La verità è che si stava compiendo la Storia, un percorso già tracciato ed ormai irreversibile che avrebbe visto da lì a poco la dissoluzione dell'URSS. In quel 28 settembre, pertanto, si stava già respirando l'ebbrezza della fine di un'era: un'ebbrezza amplificata dalle vibrazioni che solo il rock più duro sa dare.

E qui mi permetto un pensiero che forse ai più cinici sembrerà qualunquista: seduti comodamente sui nostri divani, per noi è facile dissertare in teoria su principi come quello della libertà (che può essere vista come un paravento ideologico per alimentare i meccanismi perversi del sistema capitalistico - e in parte è vero). A volte ci capita di invocare, sia da destra che da sinistra, eventuali regimi salvifici che possano raddrizzare i torti delle democrazie (o plutocrazie, che dir si voglia) occidentali, dicendoci disposti a sacrificare anche la libertà.

Eppure, osservare quei ragazzi scatenati, quei soldati che si sfilano le divise e le sventolano in aria urlando ed abbracciando chi gli sta accanto (si, perché dopo gli scontri iniziali, finì con il prevalere la voglia di divertirsi, bere insieme e godersi il concerto), osservare quel delirio in cui le inibizioni scompaiono e le fazioni opposte si ricongiungono (e questo concetto è più chiaro se si guardano le immagini di "Harvester of Sorrow", dove in un primo momento sono visibili degli scontri fra pubblico e forze dell'ordine, ma poi alla fine quelle stesse forze dell'ordine le vedremo fra il pubblico a cantare in coro), tutto questo ci dà informazioni importanti sulla natura dell'uomo e sull'insopprimibile necessità che ha essa di esprimersi.

Chiamatelo istinto animale, chiamatelo retaggio di un remoto passato tribale, quello che la Storia ha dimostrato, ma che tanti filosofi continuano a non capire, è che l'uomo non è materia malleabile, plasmabile ed asservibile in toto ad una Idea. In quei volti stravolti dalle emozioni io ci vedo umanità, ci vedo la legittima necessità di esprimersi e di esprimere la propria libertà. Una libertà genuina, volta alla riappropriazione di uno spazio vitale.

Il rock e il metal ovviamente, alla stregua di un rito tribale, evocano queste energie primordiali, e non hanno sbagliato i gerarchi sovietici ad optare per AC/DC e Metallica, piuttosto che per un concerto di musica classica o di Simon & Garfunkel. Quello che non avevano calcolato, però, è che oltre a sedare la rabbia che poteva sfociare in tentativi di rivolta, avevano risvegliato in quei giovani la voglia di tornare a provare emozioni: motore primo che ha fatto implodere tutta la baracca.

Come vedremo in seguito, la caduta dell’URSS non porterà migliori condizioni di esistenza ai paesi dell'ex Unione Sovietica, violentati e vessati dai nuovi poteri forti che vedranno nel libero mercato la possibilità di arricchirsi ulteriormente, creando divari abissali con il resto della popolazione, tanto che oggi in molti rimpiangono il "comunismo". Ma almeno per un istante, grazie al metal, anche quei ragazzi hanno avuto la possibilità di liberarsi la mente dalla tristezza e dalla frustrazione, ed abbandonarsi alla bellezza di emozioni forti, di emozioni vere.

Chissà che bel ricordo portano costoro di "Enter Sandman"...