"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

24 feb 2023

IL METAL NON RIDE - I. LA RILETTURA FOGGIANA DEI TESTI SACRI (IMMORTADELL)

 


Iniziamo questo percorso spirituale sulla parodia prendendo la questione di petto. Cosa si aspetta l'ascoltatore italiano medio da una parodia? Sostanzialmente, la scurrilità. O almeno è lì che spera vada tutto a finire, spesso a torto, perché la parodia scurrile ha un elevato rischio di scontatezza. Però siamo Italiani, e abbiamo le nostre debolezze. Se vi è mai capitato di trovarvi in un aeroporto straniero, in coda per l'imbarco, avrete sicuramente provato quell'emozione, nel mettersi in fila dopo l'annuncio del volo, dell'essere di nuovo a casa. Perché se il volo ha destinazione Italia, nell'arco di massimo cinque minuti avrete sicuramente sentito volare nell'aria un “culo”, un “cazzo” e un “coglioni”, e avrete tirato un sospiro di sollievo (Si torna casa, ragazzi!), come i soldati del Vietnam che erano reimbarcati dal fronte.

L'Italiano deve dire parolacce, esprime in questo una libertà fondamentale, indica e occupa il proprio spazio vitale. Quindi, capirete perché la prima cosa che viene in mente alla parola “parodia” è una serie gratuita di parolacce snocciolate su un tappeto di sonorità metal.

Ma c'è parolaccia e parolaccia. Tipicamente italiano è che l'umorismo vada a parare sul sessuale. Se questo vi infastidisce, sappiate che se non siamo in Italia e si scherza sul sesso, allora siamo in Germania e si scherza sulla merda. Fate voi.

La prima soluzione per conciliare metal e umorismo, e anche la più innocua se vogliamo, è la cover parodistica: cambiare le parole ad una canzone famosa mettendoci sconcezze e blasfemie varie. Però attenzione, ci sono vari livelli di parodia: c'è quella che ridicolizza il personaggio o il tema di una canzone, quella che lo ricalca ipotizzando evoluzioni alternative, oppure – ed è questo il nostro caso – quella che ridicolizza la sacralità della canzone.

Gli Immortadell ad esempio piazzano un ritornello fulminante sulle note di "Breaking the Law", ovverosia “Pigghj' u pingon'”, con tanto di look macho sado-maso stile gay club anni 70. Il punto non è l'oggetto della parodia, quanto il fatto di prendere un ritornello “sacro” del metal e stravolgerlo, perché il ritornello sacro, così come una formula, non è più un insieme di parole con un significato, ma una formula magica. Sostituirla potrebbe far sorridere in maniera gentile, ma il bello è proprio lo spregio gratuito, e quindi si rimpiazza la formula sacra con una volgarità grezza.

Il principio del “grezz metal”, come lo autodefiniscono, crediamo abbia a che fare con questo, appunto.

Altrettanto efficace il rifacimento di "Welcome to Dying" dei Blind Guardian in “Welcome to Foggia”, dove si capisce però che i nostri Immortadell non scelgono a caso, non giocano facile insomma. Prima di tutto, osano dissacrare anche i maestri moderni del metal, e scelgono anche un brano dalla struttura non elementare, il che arricchisce il valore del grezz metal.

Qui però il potere della parodia è esaltato dal tono epico del brano, così come anche nella cover di "Thor" dei Manowar, dedicata al muratore Tonino.

Una volta toltasi la soddisfazione della scurrilità sessuale, è chiaro che si passa alla carta della merda, in questo mazzo abbastanza prevedibile di varietà. Ed è su questo tema che si stravolge il testo di “Deathrider” dei primissimi Anthrax. I Nostri dovevano aver registrato una versione che non ritenevano valida, e quindi hanno provveduto a migliorarla: “Siccome avevamo la palla pesante abbiamo deciso di risuonare U Spurtagghion, anche perchè la versione che stava caricata prima faceva veramente schifo alla sborra “. Professionalità, innanzitutto.

Ma quando si inizia accettando di misurarsi con il “grezz metal”, poi ci sono solo sorprese in positivo. Ed è così che gli Immortadell si evolvono e cercano di dare alla loro parodia una forma letteraria più fine e sorniona, non senza rinunciare alla scurrilità gratuita, perché è quella che in fondo anche il parodista più fine va cercando segretamente.

Quindi in “Batteri” (sul tema della scarsa igiene) si coverizza “Battery”, ma scegliendo comunque di raccontare un testo assurdo, non semplicemente di sparare oscenità. Si generano ritornelli parodizzati come “sopr' a tazz' u cess' / me chiedon' o' permess /chien' chien' e bat-te-rì !”... senza poi far mancare momenti squisitamente gratuiti “io uso u lanciafiamm' / e vaffammocc' a mammt “.

Qui insomma il pretesto è il gioco linguistico, e benché la ragione ultima sia poter finalmente degenerare in una gratuita scurrilità sessuale, questa soddisfazione è riservata per il finale, e prima si sviluppa invece pazientemente il tema parodistico.

Le espressioni dedicate a mammt stanno particolarmente a cuore agli Immortadell, e sono irrinunciabili quasi in ogni loro testo, con varianti più o meno fantasiose.

A questo proposito, un altro esempio di parodia scurrile evoluta è la cover di “Shot in the Dark” ("A ciaciott' de mammt"), in cui il lo sparo nel buio diventa un proiettile di altra natura, che effettivamente in inglese si indicherebbe come “shot”. Un progresso ulteriore, che da Batteri/Battery, semplice omofonia, porta a shot/schizzo, sinonimia del termine inglese tradotta poi in pugliese foggiano. Gli Immortadell dimostrano alla fine qualcosa di fondamentale, e cioè che per ridere del metal si deve innanzitutto saperlo suonare a menadito. Avete presente quegli sketch sui metallari in cui siamo ridicolizzati come quelli che suonano in maniera approssimativa o cacofonica, al limite del rumore assoluto: ecco, quelli non mi hanno mai fatto neanche sorridere.

Gli Immortadell invece sviluppano la semplice idea di accostare la seriosità del metal, a cui rendono onore con un'esecuzione impeccabile di cover, se i testi parlassero d'altro. Idea semplice ma efficace, e soprattutto sostanzialmente rispettosa.

L'apice di tutto ciò è, a mio avviso “Va mur au larg”, cover di “Peace Sells” dei Megadeth. Qui almeno in gran parte si lascia perdere la volgarità. Si sceglie una linea vocale, ma soprattutto una performance vocale di riferimento, quella di Mustaine, che si adatta bene alla resa parodistica in foggiano. Laddove Mustaine pronuncia le parole con quel suo tono sofferente e isteroide, nasce spontaneamente il foggiano, con i suoi dittonghi sordi che colpiscono come un uppercut di un peso massimo. L'espressione “What d'you mean....” è resa perfettamente a livello sonoro con “Che s'ignific'”. Qui è l'intera prosodia e fonetica che è traslata, rispettando però anche il contenuto del testo, in qualche misura.

E se tutto questo fosse poi non lontano dalla verità? Sentendo i testi tradotti, ci farebbero ridere? I vari “fuck” o “motherfucker” di cui sono piene le canzoni sono forse così distanti dalle volgarità parodistiche degli Immortadell? In fin dei conti il messaggio linguistico dei pugliese non è banale: quanto più un linguaggio è vicino a al concreto e al quotidiano, tanto più fa ridere; tanto più è separato da barriere glottologiche, o di formulaicità, che lo rendono misterioso o sacro, tanto più siamo noi seriosi nel recepirlo. 

E chissà che alla fine non siamo proprio noi, non anglofoni, a perderci qualche spassosissima volgarità inglese, che magari ripetiamo a memoria con le braccia alzate, seri come monaci che recitano un mantra.

A cura del Dottore