"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

7 feb 2023

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: ELYSIAN BLAZE



Trentatreesima puntata: Elysian Blaze – “Blood Geometry” (2012)  

E cosi, senza pietà per nessuno, ci approprinquiamo ad immergerci nei centrotrenta (CENTOTRENTA, capito??) minuti di “Blood Geometry” degli Elysian Blaze: non proprio un dischetto snello ed alla portata di tutti. Lo avevamo detto che questa appendice sarebbe stata una vera discesa negli Inferi, no? 

E qui il sentiero si fa scosceso e pericolosamente accidentato. Rimaniamo in Australia, e rimaniamo in area blackish: gli Elysian Blaze sono un'altra commistione fra funeral doom e black metal, questa volta presente nella sua variante atmosferica. I puristi storceranno ancora una volta il naso, visto che non stiamo parlando della versione più ortodossa del genere, e rispetto ai già trattati Abyssmal Sorrow, la one-man band capitanata da Mutatiis si muove in zone ancora più prossime al versante del black metal. Ma definire gli Elysian Blaze come una band black metal sarebbe riduttivo, in quanto il Nostro intende prediligere una libertà compositiva che rende la sua musica nei fatti inclassificabile. Noi, per comodità, lo chiameremo atmospheric black/doom.

Come per molte realtà del nuovo millennio, le classificazioni lasciano il tempo che trovano, e va bene così: il mondo dell’Estremo è divenuto un pentolone capiente ove cuochi sempre più generosi e meno aderenti alle antiche ricette gettano una quantità considerevole di ingredienti. Come già fatto per gli Esoteric, vorrei dare una ideina dei contenuti di un (doppio) album come "Blood Geometry" riportando la scaletta dei brani con le relative durate: 

Disc 1: “Arcane Throne & Mourning Star” 

1. “A Choir of Venus” (4:30) 

2. “The Temple is Falling” (18:25) 

3. “Sigils that Beckon Death” (23.55) 

4. “Blood Geometry” (9:00) 

Disc 2: “Blood Conduit & Void Pursuit” 

1. “A Blade for Twilight” (3:45) 

2. “Pyramid of the Cold Son” (22:21) 

3. “Blood of Ancients, Blood of Hatred” (36:36)

 4. “Void Alchemy” (11:11) 

Eccoci, cosa dunque aspettarsi da brani di oltre venti minuti e da uno addirittura di trentasei? Una volta chiarito che il sound allestito dal buon Mutatiis è ricco e ben lontano dai minimalismi professati in genere dal black metal, sarà chiaro che nothing is impossible in un album come “Blood Geometry”.

Tanto le suggestioni che si ripetono sono le stesse per tutto l'arco dell'album che le otto tracce (inclusi un intro ed un “outrone” ambient di undici minuti) potevano essere benissimo un unico brano di due ore e dieci. Descrivere l’uno o l’altro episodio è chiaramente inutile, oltre che impossibile. Basti dire che la tavolozza di colori a disposizione del Mutatiis è ampia e ben fornita: le ritmiche (generate con una drum-machine programmata in modo elementare ma molto efficace) vanno da tempi lentissimi a furiosi blast-beat, passando per spericolate galoppate. Non mancano inoltre lunghi passaggi in cui la componente ritmica è del tutto assente e che io definirei come i momenti di maggiore suggestione. 

Le chitarre si lanciano in riff rozzi ed impastati (si pensi all’incipit di “The Temple is Falling”, marcissima e confusa, con rigurgiti provenienti direttamente dagli abissi proto-black di Celtic Frost e Bathory) o edificano sontuose liturgie doom. Non vengono ovviamente disdegnati stilemi propriamente black metal: le chitarre, ricorsive, zanzarose, possono essere tranquillamente lasciate a friggere da sole con il solo accompagnamento delle tastiere oppure con disinvoltura lanciate a tutta velocità in micidiali up-tempo. Non manca una robusta iniezione di metal sinfonico, con un pianoforte classicheggiante (molto presente) e maestose tastiere ad edificare scenari dal forte impatto visivo. 

Ho riportato la scaletta dei brani, ma in fondo potevo invitarvi direttamente ad osservare la copertina, che rispecchia in pieno i contenuti dell’album: un senso di sacro, mitico, quasi biblico pervade queste mostruose composizioni dalla sviluppo imprevedibile e dall’epico incedere. I brani vivono di pieni e vuoti e sembrano seguire un filo narrativo ben preciso o gli sviluppi di una pratica rituale. E’ incredibile come il factotum Mutatiis sia in grado, da solo, di edificare mondi interi, pulsanti di vita, pregni di vicende che possiamo facilmente re-disegnare nella nostra mente: per davvero chiudere gli occhi durante l’ascolto può portare lontano, può condurre in luoghi desolati, gelidi, irreali, terreno di contesa fra forze oscure. 

Scarni paesaggi naturali fanno da sfondo ad imponenti templi in cui si praticano riti misterici. Di grande suggestione l’utilizzo di canti sacri ben centellinati lungo il lavoro. Particolarmente agghiaccianti, inoltre, i momenti in cui la voce lontana e riverberata di Mutatiis (uno screaming disarticolato ed altezzoso) si staglia dietro ai lunghi passaggi di sole tastiere, generando sensazioni inedite anche nel cuore del più scafato dei cultori di metal estremo. 

La produzione confusa ed arraffazzonata è congeniale all'ergersi di imponenti “silhouette sonore” che si rispecchino nella mente dell’ascoltatore sotto forma di luoghi, personaggi, azioni. Sottolineerei, infine, un evidente gusto melodico che permea l'intero lavoro e permette al Nostro di non annoiare un istante, ma anzi di condurre per mano l’ascoltatore attraverso melodie riuscite e dal sicuro impatto, sia che si voglia graffiare sia che si intenda far sognare (le atmosfere oniriche dei primi Tiamat potrebbero essere un ulteriore punto di riferimento per inquadrare la proposta). 

Descritto (a mio parere impropriamente) come lo “Xasthur australiano”, Mutatiis muove semmai la sua penna in sintonia con l’operato di rinomati artisti dell’atmospheric black metal quali The Ruins of Beverast e i conterranei Midnight Odyssey per la stessa indulgenza verso brani/album lunghi, medesima imprevedibilità e consueto effetto straniante. 

Insomma, togliamoci i paraocchi e gettiamoci senza reticenze e timori nel mondo metafisico e multiforme di Elysian Blaze: una dimensione a metà fra l’incubo e il rito misterico che sapranno apprezzare in modo particolare gli ascoltatori più dotati di immaginazione e propensi ad immedesimarsi in luoghi di (perversa) fantasia.  

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