"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

17 set 2023

ANCORA E PER SEMPRE LEE DORRIAN: "DAI MORTI CON AMORE"

 



Chi ci ha seguiti in questi 8 anni di vita, sa bene che tutta la redazione di Metal Mirror è irrimediabilmente doom addicted. Passano gli anni, cambiano le mode ma il doom non riusciamo proprio a farcelo venire a noia.

Detto ciò, non poteva quindi mancare una retrospettiva relativa ad una delle tante incarnazioni di chi del doom ha fatto una vera e propria ragione di vita: sir Lee Dorrian.

Lee ha una delle biografie, artistiche e personali, più interessanti del panorama metal e, meritatamente, ha raggiunto lo status di un guru in ambito estremo. Una credibilità che, chiaramente, gli è riconosciuta grazie all’immortale parabola realizzata con i Cathedral (1990-2013), band che, a ragione, può essere considerata la ‘figlia prediletta' partorita dal verbo sabbathiano.

Ad appena 45 anni, però, non si poteva certo pensare che il Nostro se ne stesse con le mani in mano e quindi ecco lì che, chiusa l’esperienza con la Cattedrale, il buon Dorrian decide di portare avanti la propria carriera su un doppio binario: da un lato, rinverdisce le sue radici grind-core/death riesumando un vecchio side-project degli anni novanta, i Septic Tank (con i quali aprirà un live, già nel maggio del 2013, per le death metal band Repulsion e Necrophagia). I Septic Tank pubblicheranno un EP e un LP (“Rotting Civilisation”) di estrazione crust/hard-core, con una copertina direttamente riferita all’epopea grind di fine anni ottanta (chi ha detto Napalm Death?).

Ma, soprattutto, in compagnia dei fidatissimi Tim Bagshaw (chitarra e basso) e Mark Greening (batteria) membri degli altri numi tutelari del doom, gli Electric Wizards, mette su i With the Dead coi quali, nell’arco di un paio d’anni, realizza un’accoppiata di full lenght (rilasciati tramite l’etichetta di casa Rise Above), passati piuttosto sotto silenzio.

Non essendo uscito più nulla negli ultimi sei anni, Metal Mirror, come suo costume, passa in rassegna la breve carriera degli albionici, in attesa di eventuali nuovi sviluppi...

WITH THE DEAD” (2015)

Il debut omonimo dei WtD, con una copertina davvero mal riuscita, è un disco godibilissimo che, programmaticamente, non aggiunge e non vuole aggiungere nulla di nuovo all’evoluzione del doom ma, aggiornandosi nei suoni, lavora in continuità con la passata discografia delle due band originarie del terzetto. L’approccio compositivo, quindi, è retrò, quasi come se “With the Dead” fosse una continuazione, estremizzata, del mitico debut dei Cathedral, “Forest of Equilibrium”.  Sei brani per meno di tre quarti d’ora di running time in cui la band non sbaglia un colpo. La prima metà del disco rimane nei solchi di un doom ispiratissimo, pachidermico, a tratti soffocante, con chitarre iper-distorte e 'fuzzate' (al limite della drone) ma con variazioni sul tema tali da far emergere la classe innata del terzetto (si vedano, a titolo esemplificativo, “The Cross” o le toccanti linee melodiche di “Nephthys”). La seconda parte si rivela leggermente più prog-oriented, ma i brani sono sempre doomicamente sulfurei con un Bagshaw che sforna riffoni da manuale. La title track, o la lunga e lenta chiusura di “Screams of My Own Grave”, ne sono ottimi esempi.

Insomma, nulla di rivoluzionario ma un disco che dimostra la capacità del genere, se supportato da un songwriting di qualità e idee a fuoco, di saper essere attuale anche nelle sue forme più classic e ossessive.

Voto: 7,5

LOVE FROM WITH THE DEAD” (2017)

Il sequel del debut cambia, nella forma, le carte in tavola. Il terzetto originario diventa un four-pieces (Bagshaw molla il basso ad appannaggio dell’ex-Cathedral Leo Smee) e la durata viene aumentata di parecchio (da 42 a 65 minuti). La copertina è stavolta azzeccatissima, con una mummia immersa nell’oscurità che, con le sue orbite vuote e la sdentata bocca aperta, tiene al collo una tavoletta con su inciso il titolo del disco (amore dai "con i morti").

Ma la sostanza, se possibile, viene ancor più estremizzata (e sì che non era facile…). I primi 4 brani sono una botta nei denti in termini di pesantezza: i WtD non mollano l’incauto ascoltatore, avviluppandolo nelle spire di un doom annichilente, fangoso, privo di variazioni, tanto che le quattro canzoni avrebbero potuto essere concepite come un’unica canzone monstre di 30 minuti.

Il primo momento di psuedo-pausa le nostre orecchie ce l’hanno con i 10 minuti abbondanti del rituale sciamanico rappresentato da “Watching the Ward Go By” (si, parola, non mondo), prima che si torni sui binari soliti con “Anemia”. Dorrian bercia brevi frasi in sottofondo, carico di malessere, senza neppure un accenno a quella vivacità freakettona del suo cantato cui ci aveva abituato con i Cathedral. Con i WtD sembra quasi come se fosse un profeta dell’Apocalisse sommerso dal fragore del chaos, e del Male, che lo sovrasta.

I 17-dico-diciassette minuti finali di “Cv1” è una sorta di auto-dissoluzione della musica proposta, una scarnificazione progressiva e dissonante, un’agonia che pare interminabile in cui gli accordi della chitarra di Bagshaw sono lasciati in sustain a sfrigolare e opprimere le nostre povere meningi. Chi arriva in fondo, merita una medaglia…

Per chi scrive, LFWtD è leggermente inferiore al debut, in quanto un po’ prolisso, ma non si può non riconoscere come Dorrian & co. dimostrino come il doom nella sua realizzazione più ‘pura’ sia ancora una musica non solo dolorosa, ma sadica ed implacabile.

Voto: 7,5

Insomma, non passa di certo dai With The Dead il futuro e l'innovazione del metal, questo è certo.

Ma per chi non ricerca questo, nonchè per tutti i fan di Dorrian e gli amanti del doom più annichilente, rimangono un passaggio da conoscere. 

A suo rischio e pericolo, però…

A cura di Morningrise