Lo Spettro della Vecchia Scuola risorge... - Old Tower, "The Rise of the Specter" (2017)
Non ho mancato di menzionare in sede di introduzione come quella delle copertine sia una dimensione conturbante all'interno dell'universo artistico del dungeon synth. Ve ne sono di bellissime, per lo più in bianco e nero, realizzate a mano, rilucenti di quel fascino artigianale e "fai da te" che spesso possiede la musica che si cela dietro di esse. Come per quello musicale, anche per il lato estetico delle produzioni vale quel concetto - centrale nell'universo artistico del dungeon synth - che ho provato a descrivere nei seguenti termini: la massimizzazione del rapporto virtuoso fra mezzi (poveri) e risultati (a volte) eccellenti.
Tra le più belle ed accattivanti copertine dell'intera epopea del dungeon synth vi è senz'altro da indicare quella di "The Rise of the Specter" degli Old Tower: una raffigurazione che racchiude molti elementi tipici del genere, dal castello sull'altura al tizio incappucciato in stile templare, dall'ambientazione tetra ed invernale alla cornice barocca, il tutto rincupito ulteriormente da un misterioso globo nero sullo sfondo (sarà il sole, la luna o cos'altro?). Una immagine talmente emblematica che avrei utilizzato per il capitolo introduttivo della rassegna se non avessi poi deciso di recensire l'album stesso. Questo lavoro, infatti, oltre a bearsi di una splendida copertina, tanto suggestiva ed intrigante quanto morbosa ed inquietante, è anche molto valido per quanto riguarda i contenuti. Per questo ne stiamo a parlare oggi.
Facciamo tappa in Olanda, una location che non era ancora stata toccata nel nostro cammino. Partiamo da tale The Specter, conosciuto anche come Vaal, ossia colui che si cela dietro al monicker Old Tower. Stando alla sua pagina su Metal Archives, si direbbe che il Nostro sia un tipo molto attivo. Prima di fare la solita lista della spesa, diciamo che il Nostro milita o ha militato in una miriade di band principalmente black metal, dal black più raw a quello maggiormente incline al versante ambientale: Blood Tyrant, Dragon King, Fír, Tirgûl (i progetti attivi); Ravenzang, Staar, The Vampyric Specter, Ungolianth, Vaal e Wyvern (quelli ad oggi non più esistenti). Gli argomenti trattati sono i più disparati: dall'occultismo al fantasy passando per il folclore medievale, per tematiche spaziali e persino per il nazional-socialismo (ahia).
In tutto questo spicca il progetto dungeon synth Old Tower, da considerare fra i più importanti della cosiddetta new wave degli anni dieci. Di questa ondata, il progetto in questione si schiera senz'altro entro il filone maggiormente arroccato entro i dettami della vecchia scuola. Il background black metal aiuta in questo senso, ossia contribuisce a restituire quelle forme sonore che rappresentano la nascita del dungeon synth come costola atmosferica del black metal stesso. Non a caso The Specter esprimerà ammirazione per i pionieri del dungeon synth, in primis Mortiis, Burzum e Vond (altro progetto di Mortiis). In particolare ci tiene a precisare che Burzum è letteralmente "intoccabile", autore di landscape sonori tanto semplici quanto efficaci, a suo dire ancora oggi freschi e vibranti. Ha anche buone parole per certe strumentali dei primi Satyricon, a dimostrazione del forte legame con il black metal novantiano.
Non ci stupiamo dunque se con grande sdegno Vaal guarda alle "nuove" tendenze del dungeon synth, quelle più fantasy oriented per intenderci, e che a partire dal 2017 (anno in cui Bandcamp ha iniziato a sdoganare al mondo intero tali sonorità) hanno proliferato snaturando i presupposti iniziali del genere (dov'è finita - si chiederà in modo retorico - la componente "dungeon" del dungeon synth?). Tanto che il Nostro, con fare stizzito e toni austeri che suggeriscono non proprio una grande simpatia, si smarcherà presto dal movimento per abbracciare stilemi dark ambient tout court, influenze peraltro presenti fin dagli esordi del progetto.
I primi passi risalgono al 2015 con la pubblicazione di un paio di split: "Keepers of the Ancient Flame", in compagnia di Orodruin, e "...From the Dark Outlands", insieme a Sacred Dominions. Il debutto discografico vero e proprio, "Spectral Orizons", risale al 2016: un monolito nero come la pece che in poco più di 20 minuti sapeva ricreare quell'alone di malvagità e quella tensione marziale che si potevano respirare nei primi esperimenti del dungeon synth.
L'apice di questa prima fase, ancora afferente alle sonorità dungeon synth, si ha appunto con "The Rise of the Specter", edito nel 2017, quello che lo stesso Specter indica come l'anno di frattura nella storia recente del dungeon synth, con il filone fantasy da un lato e dall'altro quello oscuro, medievaleggiante e irriducibilmente old school di cui il Nostro ha fatto fieramente parte prima di spostarsi stilisticamente verso altri lidi.
Il lavoro non raggiunge la mezz'ora e si divide in due lunghe composizioni di circa un quarto d'ora ciascuna: non altro che le due parti della suite "The Rise of the Specter". Considerata l'omogeneità di umori ed ambientazioni che accomunano le due tracce (che sono una la continuazione dell'altra) verrebbe da pensare che la suddivisione sia dovuta solo alle esigenze imposte dal formato della musicassetta (nemmeno del vinile!) con le due proverbiali facciate.
L'album deve dunque essere assaporato come un'unica esperienza: un'esperienza catartica perché la musica degli Old Tower, a detta del suo autore, non è solo escapismo ma anche convergenza di forze ed energie misteriose, in quanto essa non può prescindere da una dimensione più prettamente spirituale.
Colpisce il rigore e la compostezza con cui suoni e suggestioni sono assemblati attraverso un modus operandi che sa ammaestrare tanto le influenze dal primo dungeon synth (i già citati Mortiis e Burzum) quanto quelle derivate dal post-industrial di nomi provenienti dalla scuderia della Cold Meat Industry come Arcana, Raison d'être, MZ. 412, Coph Nia, Atrium Carceri. Passando - aggiungo io - da certo martial industrial in stile Der Blutharsch.
L'ascesa dello spettro viene dunque a consumarsi nella fusione letale di gelidi tappeti di tastiere con cori severi (sia maschili che femminili) e fiati ottenebranti che disegnano scenari di una mestizia assoluta, il tutto scandito dal rimbombo lento e funereo dei tamburi militari. Vengono in mente silenti campi di battaglia cosparsi di corpi senza vita riversi a terra e martoriati da armi conficcate nel suolo ancora sporche di sangue rappreso.
Rispetto ad altre forme più "belligeranti" di dungeon synth, in "The Rise of the Specter" prevale una sensazione di staticità. Il che non equivale a dire che si tratta di un lavoro monotono e ripetitivo, anzi, proprio secondo le lezioni del maestro Vikernes (del quale si adotta il modus operandi ma non le soluzioni stilistiche), il signor Specter edifica un rituale oscuro dal grande potere suggestionante, traslandolo in un suono compatto, solido e stratificato che procede lentamente o addirittura a tratti giace immobile, con il solo scopo di stringere la testa dell'ascoltatore entro la morsa micidiale di una tenaglia metafisica.
Non a caso il Nostro, stuccato dagli sviluppi del dungeon synth della seconda metà degli anni dieci, preferirà descrivere la sua musica semplicemente come dark synth music.
Già dal successivo "Stellary Wisdom" il suono si smarcherà dai dettami del dungeon synth per recuperare certi influssi della musica cosmica. Un processo di allontanamento progressivo che si perpetuerà nei lavori successivi, sempre più vicini alle istanze del dark ambient, fino ai giorni nostri. Ma tornando al 2017, "The Rise of the Specter" rimane un lavoro fondamentale per capire le modalità espressive con cui si è configurata la rinascita del dungeon synth nel nuovo millennio: nel caso di Old Tower possiamo lecitamente parlare di efficace fusione fra dungen synth degli anni novanta e le propaggini più evocative di certa musica post-industriale.
Un must assoluto (e non solo per la copertina!).
