"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

06 mag 2015

IL LATINO NEL METAL: THE BLACK



Avete presente i testi di “anatomia patologica”, la famosa trovata dei Carcass di comporre i testi con espressioni e frasi ricavate dai manuali di medicina, titoli compresi, magari ritoccati o selezionati anche con un certo gusto del grottesco e dell'esasperazione comica? Il testo funziona per ciò che evoca, e il termine medico-scientifico è utilizzato per questo alone evocativo, anche senza sapere di preciso di quale poltiglia sanguinolenta stiamo parlando.

Questa dei Carcass è solo una premessa utile ad introdurre il tema di oggi: il potere evocativo della parola o, più in generale, di un immaginario ad essa legata. Dovendo pensare a una metodologia a-la-Carcass, ma applicata al doom, una buona idea ad esempio sono i testi in latino. No, non veri e propri testi scritti in lingua morta, piuttosto latino come testo. E non stiamo parlando dell'approssimazione dei Morbid Angel, che sbagliano le declinazioni, ma di latino esistito, che qualcuno ha pensato, letto, pronunciato, per lo più di autori o testi religiosi. D'altronde per definizione la Bibbia è un compendio, se non letterario, di formule e immagini lessicali, utile al pittore come al predicatore, e, perché no?, al compositore metal.


Come dice Daniele Luttazzi a proposito della Divina Commedia: “Nelle librerie è possibile imbattersi in edizioni rilegate di un libro intitolato "La Divina Commedia" di Dante Alighieri. Ed è ugualmente vero che se si apre uno di questi volumi a pagina uno, è possibile leggere un'opera che comincia con le terzine: "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”. Ma se si continua a leggere, arrivati più o meno al verso 37 ("E qual è quei che disvuol ciò che volle...") di colpo ci accorgeremo che fino a quel momento non si è capito una mazza. Il libro termina dopo più di tremila pagine con una riga del tutto priva di senso ("L'amor che move il sol e l'altre stelle"). Capito l'inganno? La Divina Commedia non è altro che un enorme conglomerato di parole messe giù a casaccio tanto per riempire le pagine. Ci trovi di tutto: brani di dizionario, un elenco telefonico, pezzi della Bibbia, qualche ricetta di suor Germana, note sul funzionamento dei motori a scoppio, cento canzoni di Mogol, e un manuale di elettronica completo di basette”.

Allo stesso modo ci si può imbattere nei dischi degli abruzzesi The Black di Mario Di Donato, concept-album su temi religiosi, magari attratti da uno dei bei dipinti dello stesso Di Donato che fa da copertina, e può venire la curiosità di sapere che cosa mai si declama in latino. Prendiamo ad esempio “Peccatis Nostris”, suddiviso in capitoli intitolati ciascuno come uno dei sette peccati capitali. Ci aspetteremmo quindi una caratterizzazione per esempi, o una discussione generale sul concetto di peccato declinato nelle sue diverse forme.

Nell'iniziale "Pigritia", per esempio, si trova una frase della lettera di San Paolo ai Corinzi (cap.11), a cui sono interpolate le espressioni “Le nubi tireranno fuori la voce” e “Le nubi daranno voce” (a Dio), ma si direbbe che San Paolo ce l'abbia con i Corinzi, i quali, mentre egli cerca di istruirli, cazzeggiano invece di “militare” a fianco di Dio. In “Avaritia”, invece, si esordisce con una frase subordinata: “Che per voi e per tutti è versato in remissione dei peccati, nei secoli dei secoli” (il sangue di Cristo, per chi è pratico della messa, nda).

In "Superbia" c'è un passo del Vangelo secondo Luca a proposito della condanna e della morte di Cristo. Possiamo supporre che condannare Cristo sia il massimo atto di superbia che l'uomo non potrà mai perdonarsi, certo però che la storia è ricostruita allineando con il contagocce un pugno di parole in maniera ermetica che neanche Ungaretti...

In "Luxuria" si esordisce con “Cosa buona e giusta”; poi si continua con “Sono rivolti a Dio” (sempre la messa, risposta durante la cerimonia al sacerdote che dice “In alto i cuori”). E infine “I cieli sono pieni”. Fine della lussuria. E qui vi sfido a trovare il nesso.

"Gula": “Dio esaudisci la mia preghiera, concedi a noi la remissione dei peccati, benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Fine della gola, e anche qui il riferimento al peccato è quanto meno nascosto. 

Invidia: un frullato del salmo 50, che più o meno direbbe “Contro di te solo ho peccato, e il male che ho fatto è sotto i tuoi occhi: secondo quel che tu dirai, avrai ragione quando mi giudicherai”. Sì, ma l'invidia? Boh, il testo è finito. 

Un contentino finale lo otteniamo con la conclusiva "Ira", in cui almeno qualche volta ci imbattiamo nella parola "ira". Nel suo testo, infatti, rinveniamo una formula della “pratica delle sacre cerimonie” (“Culpa mea ira tua”) e il motto “Ira mea tristis est, culpa mea ira tua”, il quale potrebbe voler dire che l'ira trova ragione nel dar la colpa agli altri, quindi colpevolizzare è la scusa per giustificare l'ira. Questa è l'unica frase pertinente che emerge nel contesto di un altro frullato di frasi liturgiche sul padre che speriamo ci perdoni dei nostri peccati.

Già che ci siamo, diamo un'occhiata anche ai testi del secondo album che, nell'edizione in formato CD, troviamo insieme a "Peccatis Nostris": parlo di "Capistrani Pugnator". Il capitolo dedicato al Guerriero di Capistrano in sintesi ci racconta che è di Teramo e combatte contro i Romani, anzi, a giudicare da come si esprime non si deve essere completamente ripreso dalla battaglia, o dall'osteria: “Sono un cittadino di Teramo, la mia anima è turbata, lo spettacolo è finito, l'invidia è compagna della gloria / Sono un cittadino di Teramo, l'ira è un breve furore, a memoria perpetua dei fatti i Romani sono nemici dell'umanità / Son un cittadino di Teramo, all'uomo ingiusto male incoglierà al momento del trapasso / (Dio) Sorgi e giudica !”. Non ce ne vogliano gli abruzzesi, ma poteva un guerriero ridotto in questo modo aver ragione sui Romani? Anche qui si trovano espressioni liturgiche frammiste a modi di dire (acta est fabula). 

Si prosegue con “Miserere”, testo ridotto ad una formula liturgica: “Abbi pietà di noi, verrà la fine / Dona loro la pace / Dona loro la preghiera / Dona loro la confessione / Dona loro la resurrezione” (mah!). Quindi una preghiera propiziatoria (almeno, nel dubbio interpretiamo così) del guerriero perché Dio lo protegga dai suoi nemici, certo in chiave pessimistica: “Al tuo cospetto sono tutti quelli che mi tormentano, liberami da coloro che mi odiano, e dagli abissi marini, sono immerso a fondo dentro la melma, e tocco terra / Onoratelo!”. Si conclude con la descrizione del guerriero, ma qui mi areno perché il testo che inizia con “Obscurus milite ignoto” è in effetti oscuro. 

Segue un distico che è un pezzo (ma proprio “pezzo” nel senso del macellaio) di un brano del “De Ira” di Seneca, che, preso così, è privo di senso compiuto ("Accipitrem impetus, columbam fuga est"), ma nel testo originale significava: “Il rapace può contare sullo scatto, la colomba sulla rapidità di fuga”, a proposito di come ogni qualità sia funzionale alla sopravvivenza di una specie. Il resto mi risulta incomprensibile con un eccesso sospetto di declinazione accusativa, anche se si capisce vagamente che stiamo parlando sempre del guerriero abruzzese che valorosamente si oppone ai Romani.

Abbiamo capito abbastanza poco della storia del guerriero e sui peccati capitali, ma ci siamo ripassati la messa, in quello che a tutti gli effetti collocherei nell'ambito del white metal, in una sua variante che, almeno testualmente, è definibile come messale-metal.

Eppure gli argomenti dei The Black mi affascinano, e quindi mi cimento anche con i testi di "Gorgoni", perché la mitologia in questione è accattivante. Allora, ci sono tre mostri, le figlie di Forco, rese mostruose forse per vendetta degli dei contro la loro bellezza, e che rappresentano la pervesione ai suoi tre livelli: sessuale, morale, intellettuale (rispettivamente Euriale, Steno, Medusa).

La più famosa è Medusa, soprattutto per l'episodio in cui Perseo deve ucciderla, e deve trovare uno strattagemma per riuscire ad affrontarla evitanto di incrociare il suo sguardo, cosa che lo trasformerebbe in pietra. Risolverà seguendo le mosse del mostro tramite uno specchio durante il duello. Vediamo un po' sul tema delle mostruosità e delle perversioni quali immagini riesce a rendere il latino.

Monstrum: si inizia con "mostro orrendo" e subito dopo "dura lex sed lex"...dopo di che il "mostro orrendo, nemico del genere umano" (espressione ricorrente questa) e si chiude enigmaticamente con il solito "brano" avulso e scippato brutalmente da una frase della "Vulgata" della Sacra Bibbia, probabilmente frammentatosi durante lo strappo e ricucito alla meglio con una certa incongruenza. Nell'originale "corpora ipsorum in pace sepulta sunt et nomen eorum vivet in generationes et generationes" (cap.44 v.14)" e nella versione del disco "Sunt et nomen eorum-vivit, Vivit isporum in pace sepulta , In generationem". Crediamo che "loro" (il loro nome vivrà in eterno) sia riferito ai mostri orrendi, che però sono al singolare, per cui la cucitura rimane oscura oltre che irregolare.

Medusa: si parte in quarta con il profeta Ezechiele, salmo XVIII, 5, poi tranciato di netto per chiudere dopo pochi versi con La Medusa che "dice ai suoi discepoli: chi ascolta voi, ascolta me"... comunque è una frase di Gesù nel Vangelo secondo Matteo, ai suoi discepoli. Mettere in bocca parole di Gesù alla Medusa, che di discepoli non ci risulta ne avesse, è un'ottima intuizione satanica, ma dubitiamo che Mario abbia voluto significare questo.

Perseo: "Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum. Memória mea in generatiónes sæculórum" parrebbe la fonte* ("Il mio spirito infatti è più dolce del miele, e la mia eredità più del miele di tutto l'alvelare. La mia memoria durerà per generazioni attraverso i secoli"). Naturalmente nel frullatore la cosa diventa:

Et hereditas mea spiritus...Spiritus enim meus super mel dulcis Et hereditas mea super mel et favum
Perseus rex rex rex
Et clamor meus et clamor meus
Ad te veniat spiritus ad te veniat Spiritus
Memoria mea in generationes Saeculorum saeculorum saeculorum

*Missale Romanum a.D. 1962 promulgatum – 16 Luglio EPISTOLA  Léctio libri Sapiéntiæ. Eccli. (Sir) 24, 23-31

E poi a seguire si chiude con un'invocazione a Dio dal Salmo 101, che ci fa sempre piacere. Oddio, la storia di Medusa e Perseo l'avrei raccontata con qualche dettaglio in più, che so, almeno uno....Ma speriamo di rifarci con le altre due Gorgoni, quelle meno famose, magari impariamo qualche bella leggenda.

Gorgone numero 2: Euriale (la pervesione sessuale). Ecco qui si fa parlare niente meno che la Madonna (sempre dal Messale Romano, stessa fonte), che dice"Ego mater pulchræ dilectionis et timoris et agnitionis et sanctæ spei. In me gratia omnis viæ et veritatis", ovvero: "Io sono la madre del santo amore e del timore e della scienza e della santa speranza. In me ogni grazia di dottrina e di verità; in me ogni sapienza di vita e di virtù". E poi, piantato come un chiodo in mezzo a questa frase: "Euriale è un mostro".

"Ego mater pulchrae dilectionis
Timoris et agnitionis sactae spei
In me gratia omnis viae et veritatis
In me gratia omnis 
euriale monstrum est
Omnis spes vitae et virtutis"

Gorgone numero 3: Steno. L'immagine di un tempio che crolla e di persone che invocano Steno. Sibillino, ma almeno l'ipotesi della Gorgone che si accanisce contro un simbolo delle pietas morale la possiamo buttare lì. Ma perché si debba invocarti la perversione morale "tra i lamenti in questa valle di lacrime" mi è poco chiaro.

l padre delle Gorgoni, Forco: una scusa per infilarci il salmo 103, che parla della parola del signore e dei mezzi per diffonderla, ma -perché no- appiccicando prima un pezzo slabbrato del Breviario Romano, con l'apparizione dell'arcangelo Gabriele, che qui invece figura come il padre delle Gorgoni.

Quindi, risultanto sconcertante: una sorta di messa impazzita in cui una Gorgone parla con le parole di Cristo, un'altra con quelle della Madonna, mentre la terza è invocata durante il crollo di un tempio, e il loro padre Forco è l'arcangelo Gabriele. Resta un po' ammaccato il latino, ma lo spunto è geniale.

Rendiamo merito ai The Black di aver ricreato quell'effetto straniante di fusione della mitologia precristiana con sprazzi di liturgia e di immagini bibliche, ed elementi della cultura paesana. Un'opera frankesteiniana e certamente curiosa. Mi sentirei quasi di suggerire però al grande Marione Nazionale (a cui vogliamo un mondo di bene!) di raccontarci direttamente la messa in latino senza tante scuse e tranelli, e - finito questo sfogo da white metal-  di utilizzare direttamente il dialetto abruzzese per i testi dei prossimi album.

Così, Mario, ci racconti più cose e non divaghi.

A cura del Dottore