"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

26 mag 2015

IL "NUOVO" METAL: LA CLASSIFICA DEI MIGLIORI DIECI ALBUM



QUELLI CHE ASPETTANO…
IL “NUOVO” METAL:  I MIGLIORI DIECI ALBUM

Quando ogni anno andiamo a consultare speranzosi la scaletta dei gruppi reclutati per il Gods of Metal o per altre manifestazioni concertistiche analoghe, soffermandoci sui nomi degli headliner, finiamo con il chiederci esterrefatti: ancora Iron Maiden? Manowar? Judas Priest? Ma davvero il metal dagli anni novanta in poi non ha saputo partorire nuovi big capaci di scalzare dal trono le vecchie glorie degli anni ottanta?

Il fatto è che è impossibile rimpiazzare le eminenze del “vecchio” metal: non tanto per i meriti artistici (comunque notevoli), ma per una questione principalmente culturale. L’heavy metal classico, per quanto si sia nel corso degli anni nettamente distinto come genere musicale a sé stante, nasce culturalmente dall’hard-rock degli anni settanta e da esso si è poi allontanato progressivamente sulla via della estremizzazione sonora, ma senza mai recidere del tutto il suo cordone ombelicale con il background di origine. Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, ma non solo: l’idea della band “maschia”, le lunghe criniere al vento, il front-man “animale da palcoscenico”, la figura del guitar-hero, la virilità, tutta un immaginario simbolico che è stato praticamente spazzato via all’inizio degli anni novanta con l’avvento del grunge. Orde di ragazzi normali, in T-shirt a righe o camicia a quadri, introversi, sfigati agli occhi della bella gente, hanno rappresentato il nuovo modello di “rock-star” che in un sol colpo ha sostituito addominali scolpiti, capelli cotonati, divise in pelle e borchie luccicanti.

Non vogliamo però essere disfattisti a tutti i costi: sono conseguiti innegabili benefici da questa sorta di tsunami culturale. Intanto l’importanza di molti schemi e cliché è stata ridimensionata (moto, birre, scopate – che poi vorrei vedere quanto hanno scopato molti metallari…). L’hair-metal, l’A.O.R., il glam, lo street, il pomp-rock e “compagnia patinata” sono stati giustamente spazzati via e relegati al posto che compete loro (ossia in spot, emessi a notte fonda, relativi a compilation vendute a prezzi stracciati e destinate alla filodiffusione nei bar). E’ innegabile tuttavia che anche l’heavy metal, che a quel mondo era collegato, abbia accusato il colpo. Se band “leggendarie” come Iron Maiden e Manowar sono riuscite a protrarsi più o meno intatte fino ai nostri giorni, senza la necessità di cambiare una virgola del loro sound, non è per loro bravura, ma solo grazie al conservatorismo oltranzista, tenacemente professato da musicisti e pubblico, che caratterizza il retroterra culturale del metal.

Nonostante questa “resistenza al nuovo”, da un punto di vista artistico gli anni novanta sono stati un momento ancora fortemente creativo per il metal. E’ passato molto tempo, e già possiamo analizzare quel periodo con sguardo, se non oggettivo, sicuramente distaccato. E’ storia, non più contemporaneità, ma nonostante questo la decade novantiana non appare ai nostro occhi come un qualcosa di omogeneo, bensì come un insieme di tendenze. Quattro sono i moduli che abbiamo individuato: correnti culturali, prima ancora che stilistiche, che, sovrapponendosi o scontrandosi, hanno caratterizzato il metal degli anni novanta. 

Capitolo I: From the Eighties to the Nineties

Vi fu anzitutto un poker di band che seppero dire qualcosa di nuovo pur muovendosi all’interno del vecchio paradigma: parlo di Dream Theater, Faith No More, Pantera e Sepultura, che fra 1992 e 1993 rilasciavano rispettivamente “Images and Words”, “Angel Dust”, “Vulgar Display of Power” e “Chaos A.D.”. I primi sdoganavano il prog-metal come oggi lo conosciamo e che in futuro avrebbe conosciuto fortunatissimi sviluppi, e lo facevano forgiando un sound personale e non eccessivamente tributario nei confronti dei mostri sacri del prog settantiano. Mike Patton & soci seppero invece mettere a punto una formula originale che, poggiando su un intelligente eclettismo, scardinava gli schemi del vecchio metal, annettendo in un unico melting pot tendenze “alternative” che andavano dal funky, al rap, passando dall’avanguardia (soprattutto a livello vocale). I quattro “Cowboys from hell”, dal canto loro, avrebbero rivoluzionato il linguaggio del thrash metal, aggiornando e rinfrescando le lezioni di Metallica e Slayer, in un formato più diretto ed accattivante, fatto di riff potenti ed un groove travolgente, decisamente alla portata delle nuove generazioni assetate di brani di facile presa e dal forte impatto. Stessi esiti per il sound tribale e hardcoreggiante della band capitanata dai fratelli Cavalera, che, a loro volta, spostavano l’attenzione su temi sociali, ambientalisti e persino terzomondisti. Questi artisti furono dei grandi innovatori, ma conservavano ancora una concezione “da stadio” del metal, fatta di classici da ripetere ad ogni appuntamento live, ritornelli da ricordare, anthem da cantare a squarciagola, in certi casi ballate strappalacrime.

Lo sforzo di queste band, che il meglio l’hanno dato nella prima metà della decade, è da vedere tuttavia come lo strascico dell’onda dirompente del decennio precedente. Per il resto, il metal visse una fase di forte disorientamento, che però non equivale a dire che non vi siano state delle buone intuizioni.

Capitolo II: contaminazione ed estremizzazione

In un primo momento prevalse la dimensione del crossover, inteso come incrocio fra generi diversi (i Rage Against the Machine coniugavano metal e rap; i Ministry, i Godflesh, gli Scorn flirtavano con l’industrial; i Kyuss professavano lo stoner, efficace incrocio fra metal, psichedelia e blues desertico). Ma fu soprattutto la scena estrema (ed in particolare quella Europea) a godere dei benefici di questa maggiore liberà d’azione: di fronte al metal, finalmente, si spalancavano i cancelli della contaminazione. In Inghilterra, per mezzo di pionieri quali Paradise Lost, My Dying Bride ed Anathema nasceva il gothic-metal, sorta di nuovo sotto-genere che intendeva ammantare la pesantezza del death-metal e del doom con lo spleen decadente dell’immaginario dark. La Svezia rispondeva con il melo-death di At the Gates, In Flames, Dark Tranquillity e (volendo) Edge of Sanity che rimodellavano il death metal facendo ampio uso di melodie mutuate dal metal classico. In Norvegia si sviluppava nel frattempo il black metal dei vari Mayhem, Darkthrone e Burzum: sebbene si trattasse di uno degli ultimi rigurgiti di autentica creatività per il metal, il black era un genere troppo estremo, troppo elitario, troppo orientato verso un pubblico di nicchia, per portare alla ribalta band-rivelazioni che potessero affermarsi come i nuovi paladini del metal tutto.

Capitolo III: Defenders vs Posers

In un secondo momento la pulsione creatrice del metal, intesa come ricerca stilistica, si affievolì, arenandosi nella sterile disputa fra defender e poser. Complici anche i Metallica, i quali, con il loro controverso Black Album, avevano qualche anno prima (nel 1991, per l’esattezza) spaccato il pacifico mondo del metal in due fazioni contrapposte. E così, per reazione, qualche anno dopo (il tempo di riprendersi dallo shock e di imbracciare le armi) la spinta conservatrice si sarebbe accentuata: mentre le glorie del passato acquisivano rinnovato rispetto nei confronti delle nuove generazioni, raggiungeva il massimo dello splendore il power metal, sotto-genere “classicista” inaugurato qualche anno prima in Germania da Helloween e Gamma Ray. Ma non fu solo un fiacco revival volto alla restaurazione: da tutto il mondo emersero contributi originali da parte di band che seppero attizzare nuovamente le braci quasi spente del metallo. Chi con estro, originalità e grande cuore (Blind Guardian, Angra), chi con atmosfere fantasy ed imponenti orchestrazioni di gusto neoclassico (Stratovarius, Rhapsody), chi ricorrendo a  massicce dosi di battente thrash metal (Nevermore, Iced Earth). L’alto tasso tecnico era conditio sine qua non, a dimostrazione di quanto il metal avesse ancora bisogno di ostentare la propria virilità.

Lungo un binario parallelo si sviluppava il nu-metal, fenomeno principalmente americano, destinato a bruciarsi nel tempo di una scorreggia. Tolti i pochi nomi che seppero dire qualcosa di buono (Korn, System of a Down, Deftones, Slipknot), il nu-metal costituirà nella storia del metal un fuoco di paglia, dove le uniche innovazioni si sarebbero poi rivelate dei semplici accorgimenti formali, come il ribassamento degli accordi delle chitarre, l’attenzione al groove, l’eliminazione degli assolo ed un’attitudine vocale più eclettica, in cui si passava con scioltezza dal growl a clean vocal e strofe rappate. 

Paradossalmente gli acerrimi nemici power metal e nu-metal non erano altro che le due facce della stessa medaglia: ossia un metal che pensava ancora “vecchio” e puntava alla canzone, all’adrenalina, al pogo, al ritornello, ai cori da stadio, al front-man che incalza la gente dal vivo ed altre amenità. La vera rivoluzione, in verità, si stava già preparando da tempo nell’oscurità, ad opera principalmente di due band statunitensi, che più di tutte avrebbero segnato il cammino del metal nel terzo millennio.

Capitolo IV: Verso il “Nuovo Metal”…

Da un lato vi erano i Tool, che all’inizio non erano nemmeno considerati metal, ma una forma oscura di post-grunge. Al metallaro però piacevano, sia per i video orripilanti che passava MTV, sia perché le chitarre pesanti e le ritmiche possenti ricongiungevano la band ad una passabile ortodossia metallica. “Undertow”, nel 1993, ebbe uno straordinario successo, e non solo grazie ad azzeccate strategie di marketing: i Tool erano infatti portatori di novità, non solo stilistiche, ma anche culturali. Una in particolare: i musicisti scomparivano dietro alla musica, complessa e raffinata via di mezzo fra rock alternativo, metal, sfumature industrial e suggestioni visive. Per dirne una: il cantante Maynard James Keenan era calvo, si presentava sul palco in mutande e voltava la schiena al pubblico tutto il tempo, mentre su grandi schermi venivano proiettati i loro celebri video. Una cosa oscena per il metallaro medio, che ha in mente un Bruce Dickinson che arringa le folle e corre interrottamente su e giù per il palco, o un Joey DeMayo ed un Eric Adams in perizoma, armati di spade, immortalati in pose plastiche tese a valorizzare le curve dei loro muscoli.

Dall’altra parte vi erano i Neurosis, che, partiti da una forma nevrotica di musica estrema che alternava sfuriate hardcore e rallentamenti sabbathiani, approdarono presto ad un nuovo modus operandi che prendeva l’hardcore e lo dilatava, slabbrava fino a fargli assumere forme psichedeliche. Completavano il quadro inserti industriali ed una forte componente tribale. A partire da “Enemy of the Sun” (sempre del 1993), la musica del sestetto (che, come i Tool, si muoveva anche in territori multimediali, tanto da annoverare nella formazione un visual-artist), si faceva trascendentale, filosofica, introspettiva, pur non perdendo un briciolo dell’originaria, primitiva energia (verrà poi coniata l’etichetta “post-hardcore”). Inutile aggiungere che in brani di dieci minuti costellati da dissonanze, accordi monumentali e grida disumane, il vecchio ritornello valeva di per sé meno di zero.

Se Tool e Neurosis sono i due volti del “Nuovo” Metal (nemmeno noi sappiamo cosa voglia dire), gli uni metodici, gli altri istintuali, entrambi colti e concettuali, capiamo perché al Gods o al Wacken continueremo ad imbatterci nei soliti noti. Assistere ad un festival che non contemplasse le mitiche compagini del metal degli anno ottanta, significherebbe vedere sul palco solo gente brutta (non che Dee Snider sia bello, beninteso), gente pelata, con barba sfibrata e in tenuta casalinga, che suona immobile guardandosi i piedi. E scalette di sole cinque/sei composizioni dalla durata estenuante, dall’andamento torrenziale, urla lancinanti se va bene, altrimenti solo caos strumentale. L’impossibilità per noi, infine, di saltare, battere le mani, interagire con i musicisti, o intonare un singolo ritornello.