"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

02 ago 2015

IL TOCCO LEGGIADRO DELLA "GRAZIA DIVINA"



Dopo aver trattato le storie di ottimi gruppi troppo presto finiti nel dimenticatoio, come Ophthalamia e Promethean, Metal Mirror vuole con questo post chiudere una sorta di trittico ideale, con un’altra band di buonissima qualità che ha in comune con le altre due succitate non solo altrettanta sfortuna e scarso riscontro commerciale, ma anche il fatto di essere stata messa coraggiosamente sotto contratto dalla lungimirante etichetta lombarda Avantgarde Music
Parliamo dei finlandesi As Divine Grace.

A cura di Morningrise

Siamo in quel particolare periodo della storia del metal, la metà degli anni novanta, che MM ha più volte sottolineato come critico, di sbandamento e indecisione per il Mondo Metal: l’ondata black aveva già raggiunto il suo apice, il death di inizio decennio pure e stava compiendo una decisa parabola discendente, e la domanda “What’s next?” sorgeva spontanea nella mente degli affamati metallari (e a tal proposito è istruttivo rileggere l’Anteprima della Rassegna sul “Nuovo Metal” del nostro Mementomori).

Come è forse congenito alla natura stessa della Musica, e come descritto mirabilmente in quell’Anteprima, non si assistette a una vera e propria impasse: la crisi portò da un lato a rifuggiarsi verso lidi conosciuti e sicuri, quasi come una sorta di reazione all’estremismo del decennio precedente (dal che il grande revival dell’heavy classico, con l’esplosione in particolar modo della scena power tedesca capitanata dal sublime Guardiano Cieco); e dall’altro si cominciò a sperimentare, formando nuovi accrocchi musicali, alcuni dei quali molto intelligenti e audaci.

E, tra le varie espressioni fuoriuscite da quella fucina di esperimenti, vi fu tutta quella genie di gruppi che cominciarono a destrutturare e a rimiscelare, con una particolare predilezione per sonorità gothic/dark su una base doom. Questo fu anche il filone nel quale si sdoganarono le donne come lead singer grazie anche al dirompente ingresso sulla scena dell’incantevole e sensazionale Anneke van Giesbergen e del suo esordio con i The Gathering del 1995, l’inarrivabile “Mandylion”.

Tornando ai protagonisti del nostro post: era il 1997, anno in cui ero totalmente assorbito dal c.d. Gothenburg sound, che con grande nonchalance mischiava incestuosamente le brutali partiture death con le melodiche influenze maideniane (forse a tutt’oggi, per me, il sotto-genere più esaltante, trascinante e...bello degli ultimi 20 anni metallici!), che proprio allora se ne veniva fuori con quelli che, a posteriori, potremmo considerare gli ultimi suoi due veri capolavori, “The Mind’s I” dei Dark Tranquillity e “Whoracle” degli In Flames.
Tra una lezione universitaria e l’altra passavo le mie giornate a cantare a squarciagola nella mia cameretta “Insanity’s crescendo” e “Jotun”, quando mi giunse tra le mani, non ricordo come, il primo full-lenght degli As Divine Grace, “Lumo”, che fu una graditissima scoperta perché se erano già un po’ di anni che masticavo sonorità gothic/dark, raramente mi era capitato di ascoltare una delicatezza così profonda e leggiadra nel trattare la materia.

Così come il “nostro” Timo Iivari, fondatore dei Promethean, anche gli ADG arrivano dalle lande periferiche della grande Terra dei Laghi, e precisamente da Pori, cittadella sul Golfo di Botnia, dirimpetto alla Svezia, famosa non di certo per la musica Metal, ma all’uso perchè vi si svolge annualmente un rinomato festival di musica afroamericana.
Le sonorità proposte dal five pieces erano quelle appannaggio delle band leaders nel genere goth-doom, provenienti per lo più da Inghilterra e Olanda; ma anche la Germania e la Scandinavia tutta stavano scrivendo pagine importanti in quel settore, e la Finlandia seppe dare un contributo importante al filone, distinguendosi dai colleghi per aver saputo innestare, negli stilemi comuni ai più, anche quella tipica sensibilità finlandese per atmosfere soffuse e “liquide”
Un aggettivo chiave quest’ultimo per leggere il disco, visto che proprio il chitarrismo “liquido” è uno degli elementi conduttori di tutto il sound degli ADG, concettualmente vicino a quello che avevano fatto i loro conterranei Decoryah negli immediati anni precedenti, (“Fall-dark Waters” venne rilasciato nel 1996).

Schiacciando play sul lettore cd ci accoglie “Perpetual”, brano che si rivelerà tra i migliori del lotto e con il quale facciamo la conoscenza di Hanna Kalske, ottima cantrice delle nenie melodiche degli ADG. Da questa opener track, dallo sfondo doom su cui agiscono sia ricami elettrici ed acustici di chitarra che una tastiera sempre delicata e mai invadente, capiamo subito che i Nostri non hanno fretta e si muovono con partiture ampie e dilatate, riuscendo a miscelare con intelligenza le innegabili influenze sabbathiane con l’ambient, l’atmospheric e il goth rock di classe. I suoi 7 minuti sono già un compendio di quello che ci attenderà successivamente.

Ad eccezione della strumentale “Out of the azure”, i restanti titoli superano infatti sempre i 7 minuti (alla fine avremo appena 8 pezzi per un’ora esatta di musica), toccando i 12 con la monumentale “Gash”, un highlight del disco, con un tema portante da brividi, tanti cambi di ritmo, pur mantenendo sempre un mood malinconico e depressivo, come si confà al genere. A metà canzone, l’atmosfera si fa rarefatta, eterea ed entra in gioco la voce filtrata del bassista della band, Jari Makiranta, che, seppur si senta che non è propriamente un cantante, spezza decisamente con il filo conduttore creato dalla voce della Kalske che, in composizioni del genere, lunghe e compassate, è sicuramente un toccasana per le orecchie; accorgimento usato anche nell’ottima “Wave theory”, dove gli inserti delle clean vocals del bassista nella parte centrale del brano ne fanno salire considerevolmente la resa.

Nonostante il disco paghi una produzione non eccelsa e, a tratti, una certa pesantezza dovuta a un’eccessiva omogeneità dei brani, va riscontrato come la band in fase di scrittura provi a variare e far brillare di luce propria ogni pezzo. E quindi, all’interno della suddetta omogeneità, troviamo brani quasi interamente strumentali, dal forte senso progressivo (“Grimstone”); altri, come ad esempio “In Low Spirit”, in cui protagoniste diventano le chitarre, alternandosi in continui inseguimenti e intersecazioni con le tastiere di Jukka Sillanpaa; ed altri ancora (“Rosy Tale”) in cui la band sperimenta robusti inserti ambient.

Proprio questa stratificazione di suoni è una delle peculiarità della band, come si può riscontrare in più occasioni: come detto nell’opener “Perpetual”, brano praticamente perfetto, ma anche nella complessa e affascinante “The Bloomsearcher”, caratterizzata da una marcata intro operistica, seguita da accordi di accompagnamento dilatatissimi sui cui agisce il canto della chitarra solista. E come se non bastasse ecco delicati arpeggi acustici, partiture di tastiera e uno scoppio inaspettato di doppia cassa, ai limiti del death/doom. Un brano davvero “a tutto tondo”!

Ma è innegabile che il fulcro del disco rimanga sempre la Kalske, frontwoman che non è riuscita a lasciare il segno delle sue colleghe che stavano spopolando in quegli anni con i gruppi della stessa branca. Il suo timbro è infatti particolare e comunque molto distante dalla profondità, ampiezza e potenza di una Anneke van Gisbergen o di una Sharon den Adel, che proprio in quell’anno saliva alla ribalta con i Within Temptation grazie all’ottimo debut “Enter”; Hanna si avvicinava invece più ai sussurri di una Rosan van der Aa dei compianti Orphanage, ma con una maggiore preparazione tecnica che le consente, con immancabile leggiadria, di avventurarsi ripetutamente in emozionanti vocalizzi da contralto di stampo operistico.

Purtroppo il successivo “Supremature” del 1999, discreto ma meno ispirato ed emozionale, non mantenne le premesse di “Lumo” e il destino della band fu quello dello scioglimento.

Un vero peccato perché a mio modo di vedere, assieme al coevo “Songs of Moor & Misty Fileds” dei tedeschi Empyrium (molto diverso da “Lumo” ma altrettanto valido), costituisce la risposta migliore e più originale allo strapotere dark/gothic olandese e britannico, riuscendo a regalare a piene mani quello che tutti noi ricerchiamo dalla musica: emozioni. Kiitos, As Divine Grace...