"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

08 gen 2016

METAL CHURCH, DI TUTTO UN PO'


I 10 MIGLIORI ALBUM DELLE CULT BAND (ANNI ’80)

1984: “METAL CHURCH”

E siamo così giunti a metà del viaggio tra le cult band anni ottanta, essendo infatti questo il 5° capitolo del nostro percorso in dieci tappe.

Dal 1980 al 1983 siamo rimasti nella terra d’Albione, fucina fondamentale per la storia della Musica Heavy, così come lo era stata per il Rock negli anni ’60 e ‘70.
Faccio fatica a lasciarla, come i nostri lettori più assidui avranno capito. Tanto da indugiarvi anche con l’intermezzo dedicato ai Raven.
Ma, come già accennato, la spinta propulsiva della New Wave dal 1983 circa era scemata, e la scena britannica sarebbe entrata per tutta la decade in una sorta di sonnolenza, dalla quale si riprenderà solo agli inizi dei '90, grazie soprattutto al movimento death-doom capitanato dalla triade Paradise Lost/My Dying Bride/Anathema.

A cura di Morningrise

Il 1983 aveva visto ormai spostare il baricentro del metallo negli States. E per capirlo basta leggere la splendida "intervista impossibile" a Cliff Burton del nostro Mementomori. Ma l’83 non è solo “Kill’em All”; è anche “Show No Mercy”, debut degli Slayer, disco che esemplifica appieno i prodromi del thrash che verrà e le influenze da un lato di matrice punk ma dall’altro di quell’heavy metal britannico (di cui la buonanima di Jeff Hanneman e lo stesso King erano grandi ammiratori) che abbiamo delineato nei nostri precedenti capitoli.

Ad ogni modo. L’84 è un anno fondamentale per la nostra musica preferita: escono una miriade di album memorabili. E sceglierne uno non è stato facile. Anche facendoci guidare dai requisiti che ci eravamo metodologicamente imposti nell’ Anteprima.

Così mi sono fatto guidare, oltre che dalla ragione, dall’istinto. E dalle curiose coincidenze. Come quella che è associata alla piccola cittadina di Aberdeen, U.S.A., stato di Washington, un paio di ore di macchina da Seattle. Questa piatta cittadina di poco più di 15.000 abitanti sarà per sempre associata al nome di Kurt Cobain, che lì vi nacque nel 1967, e ai suoi Nirvana.
Ma 6 anni prima del più famoso interprete del grunge, proprio nella stessa cittadina, era nato un altro Kurt. O più correttamente: Kurdt (con una “d” di troppo) Vanderhoof. Un chitarrista fenomenale, che, cresciuto a pane e Iron Maiden, decise di formare, dopo la consueta gavetta, i Metal Church.

Le fortune di Kurdt arrivarono nel momento in cui conobbe un altro fan sfegatato della N.W.O.B.H.M., e cioè David Wayne, dotato cantante nato e cresciuto anch’egli nei sobborghi di Seattle. Il connubio tra questi due artisti, supportati dagli altri validissimi membri della prima ora (in particolare il secondo chitarrista Craig Wells, coautore di quasi tutti i brani, e l’ottimo batterista Kirk Arrington), darà vita all'album qui in oggetto; disco epocale, forse la migliore espressione di quell’eclettismo e di quella varietà che caratterizzerà il c.d. “U.S. Power Metal”, una delle scene più interessanti e valide che siano sorte nei diversi decenni della Storia del Metal.

Personalmente ritengo che i M.C. furono i più capaci in quel periodo a fondere in un'amalgama perfetto il neonato heavy metal di stampo europeo con il nascente thrash americano e le solite, immancabili, influenze sabbathiane. Tanto da ricordarmi, in un azzardato paragone col mondo degli animali, l'ornitorinco che, in un vecchio libro regalatomi da bambino dai miei genitori, veniva descritto (per le sue bizzare e varie caratteristiche morfologiche) con la locuzione "di tutto un pò".

Ma tralasciando queste soggettive e poco interessanti "fantasie metalliche" e tornando ai Nostri, va detto che l’acclamazione di pubblico e critica fu unanime, mettendo d’accordo sia i fan delle sonorità heavy europee che i neofiti dello speed/thrash metal.
Questo straordinario debutto sarà un meritato grimaldello in mano alla band per aprirsi la via del successo. Dall’etichetta indipendente Ground Zero, che licenziò “Metal Church”, infatti il combo passo subito al contratto con la major Elektra, con la quale fece di nuovo centro nel 1986 con l’ottimo “The Dark” (per il quale i MC addirittura esordirono su MTV con il video dell’immortale “Watch the Children Play”).

Maconcentrandoci su "Metal Church" (ma quant'è bella la copertina??!): potendo contare su una sessione ritmica potente e quadrata, l’estro straordinario di Vanderhoof si esplicò in tutta la sua visionarietà, dando luogo a partiture epiche (e al contempo plumbee ed oscure) da brividi. 
E questo lo possiamo apprezzare in maniera plastica già nell'opener “Beyond the Black”, col suo intro da rito pagano che lascia spazio poco dopo ad un cavalcante mid tempo guidato da un riff assassino su cui la voce acidula di Wayne si erge sulfurea: probabilmente una delle migliori opener song degli anni ottanta, perfetto esempio di cosa era capace di creare la macchina messa in piedi dal chitarrista di Aberdeen. E che ha una sponda nell'altra top-song del disco che risponde al nome di “God of Wrath”, pezzo che parte dolcissimo, con un arpeggio evocativo su cui presto si innesta la voce, questa volta pacata e dolce, di Wayne. Ma è una calma apparente: dopo una novantina di secondi, l’elettricità esplode e la voce del singer torna a farsi acuta. Entrambi i pezzi, che superano abbondantemente i 6 minuti, riescono senza una nota fuori posto, a far emergere tutto il gusto, a tratti barocco, di Vanderhoof e Wells. Sia nei riff ritmici che nel contributo da solista, così come nei chiaroscuri arpeggiati, emerge cristallina la squisita fattura, compositiva ed esecutiva, di Kurdt.
Se la title track richiama con la sua sinuosa struttura l’opener, Vanderhoof dimostra di saper far centro anche nelle composizioni più tirate e di lunghezza medio-breve. Basti ascoltare l’abrasiva strumentale “Merciless Onslaught”, o “Hitman” (brano fortemente debitore delle sonorità inglesi) o ancora “(My Favourite) Nightmare” e la conclusiva "Battalions", prima che la riuscitissima cover di "Highway Star" dei Deep purple suggelli un'opera quasi perfetta.

E allora? Cosa successe per far si che il gruppo non proseguisse un'aurea carriera che sembrava poter continuare per molto? Per far sì che, ancora oggi riferendosi a quel periodo storico, si parli per il thrash americano di “Big Four of Thrash” (Metallica, Slayer, Anthrax e Megadeth) e non di “Big Five of Thrash”??
La risposta è: la solita dissoluzione della line-up. Wayne se ne andò, fiaccato da pesanti problemi personali. Fondò i Reverend nei quali resterà tra alterne fortune fino alla sua prematura morte dovuta a un incidente stradale.
Lo stesso Vanderhoof se ne andò, pur continuando a scrivere per la band da "esterno", per cercare una via solista nella quale, probabilmente, poter esprimere ancor meglio le sue potenzialità artistiche. Risultato alquanto scontato: i MC, dopo altri tre dischi senza i due mastermind, presero una brutta china, non ripidissima per la verità (la qualità delle produzioni rimase di livello medio) ma costante. Fino a che l’altro Kurt di Aberdeen, Cobain (e compagnia flanellosa), rivoluzionò il mercato americano: i MC si sciolsero amaramente  di lì a poco. pur ritornando negli anni ’90 con discreti lavori ma non paragonabili con i primi due full-lenght.

Quello che rimase fu un'influenza importantissima per tutto l’heavy metal americano underground, una testimonianza che nella seconda metà degli anni ottanta venne raccolto da diverse band, alcune delle quali di caratura internazionale. Ma altrettanto sfortunate. 

E sarà su di loro che la nostra attenzione si concentrerà nei prossimi capitoli...