"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

06 gen 2016

CRADLE OF FILTH: "QUEEN OF WINTER, THRONED"


I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL ESTREMO
8° CLASSIFICATO: “QUEEN OF WINTER, THRONED” (CRADLE OF FILTH)

Nel 1994 la mia vita musicale veniva sconvolta dall’uscita di “The Principle of Evil Made Flesh”. Oggi, se confrontato con i lavori appena successivi, il debutto dei Cradle of Filth può sembrare a tratti acerbo, ma da un punto di vista di scrittura e realizzazione, i brani in esso contenuti erano già eccellenti saggi di quella suprema arte vampirica, fatta di metal estremo e seducenti atmosfere gotiche, di cui gli inglesi furono gli ideatori primi e i migliori interpreti, almeno nell’arco delle prime quattro uscite discografiche.

Due anni dopo, nel 1996, qualche mese prima che vedesse la luce il capolavoro assoluto “Dusk and Her Embrace”, veniva rilasciato il succulento EPVempire or Dark Faerytales in Phallustein”, la cui copertina di sicuro non avrà lasciato indifferente colui che passava davanti alla vetrina o fra gli scaffali dei negozi di dischi. Fra rivisitazioni e brani inediti, l’extended play conteneva sei episodi da annoverare fra i momenti più ispirati di sempre dei Vampiri d’Albione. Fra essi primeggiava “Queen of Winter, Throned”, la composizione più lunga del lotto, “misurando” essa ben dieci minuti e ventisette secondi: continua così la nostra classifica dei migliori brani lunghi del metal estremo!

Criticati da molti perché ritenuti commerciali, adorati da altri (ed in particolare dai patiti delle atmosfere romantiche e decadenti, fra cui si registra una forte presenza femminile), i Cradle of Filth seppero farsi notare e distinguersi fin dall’inizio per una proposta indubbiamente originale, che incarnava varie tendenze del periodo, non solo in campo musicale. Erano gli anni del “Dracula di Bram Stocker” di Coppola (1992), del “Frankenstein di Mary Shelley” di Branagh e del mediocre ma popolare “Intervista col Vampiro” di Jordan (1994). Il metal, parimenti, iniziava a bramare scenari gotici, forse un po’ patinati, ma meno truci e nel complesso più rassicuranti. My Dying Bride, Type O Negative, Moonspell da un lato, Cradle of Filth e tutto il movimento black sinfonico che seguirà dall’altro, rappresentavano le due facce della stessa medaglia. Il metal aveva bisogno di “sensualità a corte”, vampire lesbiche, procaci demonesse ed angeli stuprati? I Cradle of Filth erano lì apposta per questo, pronti a servire su un piatto d’argento tutte queste suggestioni, a partire dall’iconografia fetish/pornografica per arrivare alle atmosfere neoclassiche da colonna sonora di film horror, passando per le liriche elaborate, pregne di una poesia grondante macabro erotismo.

Tutta la poetica dei Cradle trovò un’ulteriore estremizzazione in “Vempire…” condensato di ispirazione incandescente per il combo inglese. I Nostri erano al top della forma fisica, non si risparmiarono, ritrassero immagini ancora più vivide; il loro sound si fece massimalista, denso, stratificato; la loro musica divenne eccessiva (prima ancora che estrema!), un’orgia blasfema che oscillava continuamente fra cattivo gusto e sublimi visioni, tutto governato con grande perizia e padronanza di mezzi. L’insicurezza che aveva minato il comunque ambizioso debutto si dissolse definitivamente, schiacciata da un approccio più sfrontato ed irriverente, oserei dire arrogante: i Cradle capirono di valere e di piacere, decisero pertanto di enfatizzare le loro caratteristiche peculiari, che avrebbero presto suscitato così tanto amore ed odio nel popolo metal. Contrasti più accentuati, parti veloci ancora più veloci e parti lente ancore più lente, interventi vocali femminili più presenti e la prestazione sopra le righe di un onnipresente Dani Filth, che oramai si era lasciato tutti i timori alle spalle. Il suo screaming acutissimo sparato a mitraglia acquisiva forza e carisma, divenendo il trademark inconfondibile della band, insieme ad una straordinaria versatilità vocale fatta anche di corposi growl e pastose narrazioni.

Even a man who is pure in the heart
And speaks in prayer by night
May become a wolf when the wolf’s bane blooms
And the winter moon is bright”

Ed è proprio il vocione narrante di Dani Filth ad aprire il brano, che subito esplode tramutandosi nella bellissima “A Dream of Wolves in the Snow”, presente nell’album precedente.

“Vempire…” (o “V Empire…” che dir si voglia) è infatti anche un’opera di rivisitazione. In scaletta troviamo il rifacimento del classico “The Forest Whispers my Name” e l’edizione di un brano della prima ora quale “Nocturnal Supremacy”. Mentre in “Queen of Winter, Throned”, appunto, riconosciamo un estratto dalla breve “A Dream of Wolves in the Snow” che in origine era stata affidata al canto borioso dell’ospite Darren White. A proposito di Darren White, l’oramai ex cantante degli Anathema aveva nel frattempo deciso di fondare The Blood Divine, chiamando a sé il batterista Was dei December Moon (che in passato aveva militato nei Cradle) e portandosi via metà della formazione presente in “The Principle…”, ossia i fratelli Paul e Benjamin Ryan (chitarra e tastiera) e Paul Allender (chitarra): cosa non da poco nell’economia del sound di una band dedita al black sinfonico! In realtà la resa finale non ne risentì oltremodo e già da questo secondo lavoro la band mostrò un’altra sua peculiarità: quella di saper, non solo sopravvivere ai continui rimpasti di formazione, ma anche continuare a muoversi ad altissimi livelli.

In sostituzione dei tre dimissionari troviamo Damien Gregori alle tastiere e Stuart Anstis e Jared Demeter alle chitarre (corrono voci che quest’ultimo neppure esista e che sia stato un personaggio inventato dalla band), i quali non fanno rimpiangere i loro predecessori. La band, del resto, trovava certezze non solo nella voce poliedrica di Dani Filth, ma anche nel pulsare del basso di Robin Graves (solida impalcatura dietro alla sfarzosa messa in scena allestita dai Nostri) e nelle forti braccia del formidabile Nicholas Barker (secondo il parere di chi scrive fra i migliori “picchiatori” in ambito estremo), il quale pilotava magistralmente i brani, facendosi garante della velocità, della precisione e del dinamismo che li animavano.

Ma torniamo alla nostra “Queen of Winter, Throned”. Avevamo lasciato Dani fra lupi e il pianoforte a recitare il celebre “Oh listen to them, the children of the night, what sweet music the make” (citazione tratta direttamente da “Dracula” di Bram Stocker). La quiete di un attimo, perché da quel momento il brano sarà una corsa forsennata in cui ritmiche in continua mutazione, chitarre taglienti e sontuosi tappeti di tastiere, saranno un tutt’uno, con sopra un Dani che combina praticamente di tutto, tranne che cantare: vomita growl putrefatti, si doppia continuamente accostando acuti inarrivabili con raschiate vocali di ogni specie, spesso accompagnato dalle voci stonate di donzelle che ben si calano nei panni delle vampire battone che sono chiamate ad impersonare (da segnalare la presenza, per la prima volta in formazione, del soprano Sarah Jezebel Deva)!

La penna di Dani è brillante, anche se i testi che da essa scaturiscono sembrano più volti ad inanellare frasi ad effetto che esprimere argomentazioni dotate di senso compiuto. Avevamo non a caso menzionato i Cradle quando abbiamo parlato dei Venom di “At War with Satan”: sia nel testo che nelle musiche, i Cradle adottano la metodologia di Cronos e soci, procedendo per accumulo di elementi, dispensando fendenti a destra e manca, allestendo in definitiva un’orgia irresistibile di suoni e parole. Tanto che potremmo sostenere che tutta l’idea dei Cradle è un po’ figlia del modus operandi dei Venom (e non è un caso che Cronos sarà chiamato a fare una comparsata nel successivo “Dusk and Her Embrace”, definitiva consacrazione per la creatura di Dani Filth). Ovviamente il paragone è lecito se si va a ricalibrare il tutto in base alle eccelse capacità espresse dai musicisti che ingrossano le fila dei Cradle of Filth, superiori al trio di NewCastle sia sotto il profilo tecnico che sul piano della fantasia compositiva.

Inutile andare a perdersi nella miriade di dettagli che sa dispensare nel suo tortuoso e coinvolgente percorso questo capolavoro targato Cradle of Filth. Basti citare due frangenti: la pausa atmosferica registrata a cavallo fra quarto e quinto minuto, repentinamente seguita da una delle ripartenze più micidiali e violente della carriera dei Cradle (a dimostrazione che quando i Nostri decidono di premere sull’acceleratore non temono confronti con le realtà più blasonate del panorama estremo). E gli ultimi minuti del brano, roba da manuale, fra sospiri lussuriosi e trascinanti cavalcate perfettamente orchestrate: un tour de force dove tutti danno il meglio di sé, da Dani che si spolmona come un dannato, ai funambolismi di tastiere e chitarre, passando per i cori di Sarah Jezebel Deva e per la strabiliante performance dietro alle pelli di Barker, che schiaffeggia i piatti fino allo sfinimento, come se il suo strumento fosse un destriero da percuotere per farlo correre più spedito.

L’adozione di schemi articolati e dallo sviluppo imprevedibile era un'altra delle caratteristiche che rendevano unici i Cradle of Filth, in un contesto in cui il metal estremo era sì formato da musicisti dotati, ma spesso interessati ad impiegare la propria tecnica per massimizzare l’impatto sonoro, in poco tempo e in strutture elementari o ripetitive. Questo, insieme a tutto quello che abbiamo detto prima, permetterà ai Nostri di buttarsi in composizioni di lunga durata, tanto che di brani fra i sette e gli otto minuti abbonderà la discografia dei Cradle of Filth. Con la quarta uscita discografica “Cruelty and the Beast”, del 1998, daranno alla luce la loro composizione più lunga: quella “Bathory Aria”, suite divisa in tre sezioni lunga più di undici minuti, che costituirà l’ultima grande prova di una entità artistica che in seguito perderò l’ispirazione, ma non quel mestiere che gli permetterà di vivere di rendita per molti anni ancora.

Si pensi quel che si vuole, ma i Cradle of Filth dei loro primi quattro album sono stati veramente un miracolo nel metal…pazienza per chi si è fermato alle apparenze e ha continuato ad ascoltare i Malevolent Creation