"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

20 giu 2016

DAVE MUSTAINE FOR PRESIDENT?



È tempo di elezioni negli Stati Uniti D'America. Sono appunto terminate le primarie che hanno decretato i nomi di coloro che concorreranno all'ambita carica presidenziale: Hillary Clinton per la fazione democratica, Donald Trump per quella repubblicana. Da un lato una vecchia volpe della politica che ha anche il pregio di potersi arrogare lo status  di potenziale prima presidentessa donna degli USA, ma che tuttavia risulta essere ancora troppo legata all’establishment ed ai poteri forti per accattivarsi le simpatie degli elettori, che invece sembrano aver bisogno di ben altra freschezza; dall'altro un personaggio ricchissimo, potente, istrionico ai limiti dell’impresentabilità (vi ricorda qualcuno?), un vero outsider la cui candidatura all'inizio sembrava essere solo uno scherzo di cattivo gusto, ma che con il tempo ha saputo generare attorno a sé inaspettati e crescenti consensi, forse proprio grazie a quelle gaffe, a quelle posizioni estreme e populiste che il mondo intellettuale avversa ferocemente, ma che la parte conservatrice del popolo americano sembra gradire.

In mezzo a tutto questo, qualche giorno fa sono iniziate a circolare in rete delle foto che ritraevano magliette, cappellini e spille che indicavano Dave Mustaine quale ulteriore candidato nella contesa. Uno scherzo, ovviamente, ma che ci pone su un piatto d’argento un nuovo tema di riflessione: voi votereste il leader dei Megadeth? Considerati i personaggi in gioco, non sarebbe un'opzione da escludere a priori...

Megadeth e politica sono sempre andati a braccetto, e lo stesso Mustaine, con il suo caratteraccio, non ha risparmiato nel corso degli anni esternazioni di natura politica. Anche guardando il solo lato artistico (ossia gli album) potremmo vedere l'intera carriera della band americana come una emanazione, più o meno felice, delle convinzioni politiche del suo leader.

Non c'è bisogno di scendere nei dettagli o di leggersi i testi, basta gettare uno sguardo d'insieme alla discografia dei Nostri. I Megadeth si formano negli anni ottanta, decade torbida per eccellenza dove la "buona novella del benessere e del progresso" viene malamente offuscata dalla guerra fredda e dalla minaccia nucleare. Non è un caso che il nome stesso della band sia una storpiatura del termine Megadeath (termine coniato da Herman Kahn nel suo libro “On Thermonuclear War” ed unità di misura che va ad indicare “un milione di morti”) e che la mascotte (tale Vic Rattlehead) sia un “simpatico” personaggio con al posto della testa un teschio con ostruzioni metalliche per occhi, orecchie e bocca (non è da escludere un riferimento a Tipper Gore, “censuratrice” per vocazione e promotrice del famigerato P.M.R.C., che nel corso degli anni ottanta si scagliò contro l’universo heavy metal).

I primi cinque lavori dei Megadeth risentono di questa atmosfera, culminando con il capolavoro dei capolavori "Rust in Peace", anno 1990. La fine della guerra fredda era stata anticipata dalla caduta del muro di Berlino e poi certificata da quella dell'Unione Sovietica, avvenuta nel 1991. Fino ad allora gli album dei Megadeth erano stati furiosi e corrosivi, sospinti dal sarcasmo velenoso e dal carisma acido ed intossicato di Mustaine, che, tanto per aggiungere bile alla bile, era pure incazzato con i Metallica, che parevano riscuotere un successo maggiore.

Gli anni novanta saranno un territorio contraddittorio per i Megadeth. Con "Rust in Peace" e l'arrivo di Friedman e Menza si era trovato finalmente un equilibrio, ma nel frattempo Mustaine si era ripulito, perdendo in parte quell’irrazionalità e quella tracotanza che erano state forse il motore primo della sua ispirazione. Storicamente parlando, la fine della guerra fredda aveva da un lato rasserenato gli animi, dall'altro gettato nuove inquietudini relative ai rinnovati assetti fra potenze mondiali, mentre lo spettro del capitalismo avanzato, oramai libero di fagocitare l'economia e di mietere le sue vittime, si estendeva a macchia d’olio sulla superficie del pianeta. Musicalmente parlando il metal si batteva contro il grunge e il vecchio thrash si avviava ad affrontare la sua prova più difficile. Dulcis in fundo: con il “Black Album” gli odiati Metallica si vendevano al mercato maistream, raccogliendo un successo strepitoso. Questo insieme di cose fece sì che i Megadeth affrontassero in modo convulso la nuova decade: ancora in uno stato di grazia compositiva, riuscirono a pubblicare un ultimo grande album, "Countdown to Extinction" (1992), che però, da un punto di vista politico, era già più vago, anche perché non aveva nemici letali nel mirino, tant’è che il tutto si limitava a qualche rigurgito di antipolitica ("Symphony of Destruction") e sprazzi di ecologismo apocalittico (la title-track). Il resto degli anni novanta saranno una rapida debacle, dall'ancora dignitoso "Youthanasia" di due anni dopo (segnato dagli umori positivi di un Mustaine definitivamente fuori dalla droga - ma quanto cazzo è moscio quell’album!), al pasticciato "Crypting Writings" (che nel 1997 spingeva il thrash dei Nostri ad una dimensione più radiofonica, in linea con quanto i rivali Metallica combinavano con la doppietta “Load”/”Reload”), fino all'imbarazzante "Risk" (1999), su cui tacere è bello.

Eccoci dunque ai Megadeth del terzo millennio, ultima fase artistica che sarà segnata da un pronto ritorno alle sonorità thrash. "The World Needs a Hero" è il capostipite di questo nuovo corso, un lavoro che tuttavia non convince appieno, a partire dalla copertina truculenta che cerca di riguadagnare consensi fra i fan della prima ora. Ma attenzione, siano ancora al maggio del 2001, qualche mese prima dell'attentato alle Torri Gemelle, vero punto zero della Storia recente. Il cambiamento di stile non è dunque da addurre a motivi sociologici, quanto alla necessità di batter cassa dopo i disastri combinati con le ultime uscite. Sarà il trittico di album successivi a segnare la rinascita effettiva della band. "The System has Failed" (2004), "United Abominations" (2007) ed "Endgame" (2009) sono lavori di pregevole fattura che, pur non potendo rivaleggiare con il passato, certificano da un lato il recupero delle sonorità thrash, non tralasciando dall’altro gli spunti più riusciti delle sperimentazioni compiute nella decade precedente. Ma soprattutto essi hanno la caratteristica di esprimere in modo vivido quello che è l’attuale pensiero politico di Mustaine.

Dal rabbioso anarchismo dei primi lavori a posizioni reazionarie sempre più vicine a quelle professate dai neocons nell'era dell'amministrazione Bush figlio, che peraltro Mustaine ha appoggiato pubblicamente. Ad inasprire il tutto, un’inaspettata conversione al cristianesimo (cosa non così rara nel metal degli ultimi anni, si tenga a mente il redento Blackie Lawless), aspetto che rende il cinico e rosso crinito ancora più indiavolato contro la minaccia del terrorismo islamico e tutto quello che ne consegue (per inciso: "United Abominations" è una palese invettiva contro l'O.N.U. vista come un ostacolo alla libera iniziativa degli Stati Uniti per quanto riguarda la politica estera). Si potrà non essere d'accordo con le tesi guerrafondaie di Mustaine, ma è innegabile che il momento storico ha giovato alla sua ispirazione, come se quella stessa ispirazione si alimentasse delle forti criticità del periodo di volta in volta vissuto: questi sono infatti non solo gli anni della lotta al terrorismo, ma anche quelli della grave crisi economica e finanziaria che dal 2008, a partire proprio degli Stati Uniti, si è estesa all'intero mondo occidentale.

A questo punto farei un salto in avanti di due album, tralasciando "Thirteen" (2011) e "Super Collider" (2013), poco significativi ai fini della nostra analisi (il primo un insieme di scarti per onorare il contratto con la Roadrunner, il secondo un tentativo maldestro di tornare ad un sound commerciale): evidentemente gli anni di Obama (eletto presidente nel 2009), ossia un faticoso, ragionevole e sobrio percorso per risalire dalla crisi (a mio parere un modo di procedere vincente) non rendono scorrevole la penna di Mustaine, che nella ragionevolezza perde verve ed energie.

Giungiamo dunque ai nostri giorni, alle presidenziali 2016: nel medesimo anno esce "Dystopia", ultima fatica discografica dei Megadeth. L'opener "The Threat is Real" si apre all'insegna di atmosfere mediorientali ed è tutto dire. Mi son permesso di dare un occhio ai testi, che, in verità, non ho trovato molto illuminanti, esprimendo essi in modo vago ed impreciso, con le solite tinte apocalittiche, la sempiterna inquietudine nei confronti dell’Odierno (minaccia islamica, crisi valoriale dell’America, manipolazione dei mezzi di comunicazione, propaganda, le solite invettive contro le bugie della politica ecc.). Quel che però conta è che, innanzi al profilarsi della fine dell'era Obama (che per molti americani ha rappresentato l’infrangersi si una promessa, un'utopia disattesa), Mustaine abbia ritrovato una rinnovata ispirazione e con essa abbia saputo tratteggiare la sua "distopia", sfornando peraltro quella che è probabilmente la migliore prestazione dai tempi di "Countdown...". Complice l’ennesima rivoluzione della line-up che viene rinnovata per metà: oltre al fido Ellefson, troviamo due comprimari di lusso come il batterista Chris Adler (direttamente dai Lamb of God) e il chitarrista Kiko Loureiro (addirittura dagli Angra!!!): il primo con tecnica sopraffina e dinamismo, il secondo con un impareggiabile gusto melodico, ma anche con una strabiliante capacità di amalgamarsi allo stile più spigoloso del leader, riescono ad iniettare linfa vitale al sound della band, laddove, in ogni caso, il buono e il cattivo tempo continua a farlo Mustaine, che a questo giro sembra essere davvero in forma, sia a livello vocale che a livello di scrittura. “Dystopia” è dunque non altro che l’ennesimo saggio di thrash by Megadeth fatto di ritmiche frenetiche, assolo strabilianti e continui cambi di tempo, ma presenta una freschezza che ce lo fa gradire più del solito.

Se dunque Mustaine si candidasse alla presidenza degli Stati Uniti e io fossi un cittadino americano, non lo voterei, in quanto le sue posizioni, da buon repubblicano, non si discostano molto da quelle di Trump, che in ogni caso riesce ad essere ancora più becero e superficiale del rosso crinito (ed è tutto dire…). Ad ogni modo, come ex fan della band, sono contento di ritrovare i Megadeth ancora così efficaci dopo trent'anni di carriera (e dopo almeno cinque album di merda che avrebbero fatto scomparire chiunque dal mercato discografico). C'è solo da augurarsi che non sia necessario lo scoppio della Terza Guerra Mondiale per poter ascoltare nuovi capolavori targati Megadeth....