"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

03 set 2016

DIECI ALBUM (PIU' UNO) PER CAPIRE IL FOLK APOCALITTICO: ORPLID, "NACHTLICHE JUNGER"




Ottava puntata: Orplid

Parlando dei Fire & Ice abbiamo anticipato che con il nuovo millennio, dopo tre lustri di strapotere inglese, le aree del centro e del nord Europa sarebbero divenute terreno fertile per il folk apocalittico.

Il genere, infatti, da un lato stava perdendo la forza propulsiva degli esponenti della Vecchia Scuola, dall'altro prometteva di germogliare in nuove forme grazie ad un fisiologico ricambio generazionale. Abbiamo già saggiato questo fenomeno con gli :Of The Wand & The Moon:, dalla Danimarca, ma è indubbiamente la Germania l'area geografica che ha rappresentato il laboratorio più fecondo per i "nuovi esperimenti apocalittici".

Un folk, quello di matrice teutonica, che conserva sì gli umori marziali e i proverbiali squarci di musica industriale che sono caratteristici del genere, ma che guarda principalmente al folclore popolare, dove le chitarre acustiche si intrecciano con flauti e violini, e grevi voci maschili, spesso scartavetrando parole in lingua madre, duettano con quelle femminili, a metà strada fra il lied schubertiano e il rito pagano.

Forseti, Sonne Hagal, Darkwood, Orplid sono un poker di assi che ben rappresenta le potenzialità offerte dalle fredde lande tedesche.

I Forseti si formavano a Jena nel 1997 per mano di Andreas Ritter, che deve la propria fama al fatto di aver suonato la fisarmonica in "All Pigs Must Die" dei Death in June. Douglas P. ricambierà il favore comparendo in "Black Jena", brano conclusivo dell'album di debutto dei Forseti "Windzeit", del 2001. Come molte altre compagini tedesche, il suono dei Forseti è più vicino al folclore che al folk apocalittico in senso stretto: l'idea è quella di una ricongiunzione panica fra Uomo e Natura, fra Uomo e Tradizione. Punto di riferimento per le ballate paganeggianti di Forseti è la musica dei Fire + Ice, e non a caso nel successivo ed altrettanto bello "Erde" (2004) l'ospite d'onore sarà niente meno che Ian Read. Purtroppo un ictus fulminante interromperà tragicamente nel 2005 la promettente carriera di Ritter.

I Sonne Hagal, che sono un gruppo vero e proprio, possono essere definiti come i "cugini" dei Forseti, visto che le due formazioni si assomigliano e hanno avuto occasione di collaborare spesso. Nella loro discografia, fra Ep e lavori minori, vi si trovano anche lavori che sperimentano in direzione industriale, ma è nel loro full-lenght di debutto "Helfahrt" (2002) ed in misura ancora maggiore nel successivo "Jordanfrost" (2008) che scoviamo la loro essenza più intima e profonda: un folk bucolico tanto semplice nella forma quanto dotato di spessore per quanto riguarda le capacità descrittive e di suscitare intense emozioni in chi ascolta. Nel secondo album citato, "Jordanfrost", la loro musica diviene corale, prevedendo l'album il coinvolgimento di svariati artisti della scena tedesca, alla stregua di un "Swastikas for Noddis" versione 2.0.

Colui che invece sta dietro ai Darkwood è un solo individuo e risponde al nome di Henryk Vogel: uno che scriveva musica per diletto personale e che solo in seguito ha deciso di diffonderla, fondando persino una sua etichetta incaricata di promuovere i suoi album. La nostra preferenza ricade indubbiamente su "Notwendfeuer" (del 2006), la prima opera dei Darkwood costruita interamente con strumenti acustici, i quali finalmente andavano a sostituire tastiere e sintetizzatori, restituendo autenticità alle ballate austere di Vogel. La sua voce ferma e decisa, la sua musica solida e fiera, pur in un contesto di mestizia assoluta, sono un'altra importante sfumatura del variegato panorama dei progetti tedeschi avviati fra la fine del novecento e l'inizio del nuovo millennio.

La lista dei nomi da fare è infatti lunga e il tema meriterebbe una rassegna a parte: Werkraum con "Unsere Feuer Brennen!" (2004) e Falkenstein con "Heiliger Wald" (2008) offrono altri due begli esempi di "cantautorato nordico e paganeggiante", venato di oscuri richiami marziali; Leger Des Heils con "Memoria" (2008), invece, alla strumentazione acustica affianca synth, drum machine ed imponenti orchestrazioni; infine gli Sturmpercht (che tiriamo dentro, ma sono della vicina Austria) con "Shattenlieder" (2009) si fanno promotori della riscoperta del folclore dell'area alpina.

Tutti questi sono ulteriori tasselli che vanno ad arricchire un composito e variegato mosaico, un mosaico che noi decidiamo di rappresentare (essendo la nostra, per ovvi motivi di spazio, una scelta obbligata) con una sola opera: "Nachtliche Junger" degli Orplid, anno 2002.

Gli Orplid sono un duo composto da Uwe Nolte e Frank Machau. Non sono proprio dei bei ragazzi, ma del neo-folk essi danno un'interpretazione estremamente personale che si svincola da riferimenti palesi ai maestri del genere: la voce baritonale e certi fraseggi di chitarra possono ricordare i Death in June, mentre la potenza cristallina e l'eleganza con cui sono rivestiti i brani evocano i Current 93 dell'era Cashmore, ma si parla di analogie molto sui generis: l'Orplid-sound è qualcosa di grandioso, monumentale ed annette al suo interno sia elementi folk che industrial. In entrambi i casi, al cuore di queste forme plastiche e formalmente perfette, si percepisce una forte tensione verso l'Assoluto, la volontà di trascendere il Reale per lanciarsi verso la dimensione dell'Ideale.

Nella musica degli Orplid, più che altrove, risplende il più autentico spirito tedesco, romantico e razionale, austero e passionale, ardente e rigoroso al tempo stesso. Goethe, Hegel, Nietzsche, Schiller, Wagner e tanti altri, il loro impeto totalizzante, universalizzante, rivivono in queste note.

Per carpire di che pasta sono fatti gli Orplid, consigliamo di dare un ascolto a "Erzengel Michael", brano di apertura che irrompe dopo una breve introduzione. Parliamo di una poderosa ballata che parte sorniona con una chitarra arpeggiata e il suono magico dello xilofono. L'oscura voce tenorile ricorda quella di Pearce, ma il ritornello evocativo, venato di un'asprezza tipicamente teutonica, è già una avvisaglia del fatto che non ci troviamo di fronte ad una delle tante band-clone della Morte in Giugno. A confermarci l'impressione arriverà un clamoroso cambio di passo a metà del brano, dove archi e fiati esploderanno in una travolgente cavalcata che sembra voler mimare, fra le nuvole e il vento, il volo spericolato delle Valchirie. Epocale, universale, eterno: questi i termini atti a descrivere visioni di una intensità davvero rara, dove le chitarre epiche, le orchestrazioni tragiche, il fruscio dei piatti, il rimbombare delle percussioni scandiscono il trascorrere di epoche intere, e dove la voce metallica e tonante ci sgrida dall'alto della volta celeste. Le orchestre collassano, la voce si stempera in un grido deformato che sembra precipitare dalle stelle, risuona nel vuoto il suono dello xilofono. Silenzio.

Quanto appena descritto è quello che sono in grado di fare Nolte e Machau, ma il segreto del loro "successo" sta nel confezionare un lavoro equilibrato, ottimamente bilanciato nelle sue componenti e con trovate e soluzioni ben collocate, al fine di rendere l'ascolto coinvolgente e pieno di sorprese.

Citiamo altri episodi per tratteggiare ulteriori sfumature del composito sound degli Orplid. "Spater Tag" si apre con fraseggi elettrici che accompagnano l'imperante chitarra acustica ed irrobustiscono il folk dei Nostri, alzandone di non poco il tasso di epicità: a venirci in mente è un altro campione del Nord, l'indimenticato Quorton. La title-track, invece, ci mostra il volto più oscuro degli Orplid: un crescendo per percussioni ed organo, con tanto di soprano che emerge imperioso ed un fosco ed appassionato recitato a fare da solenne didascalia. Il canto è pregno di pathos e rischia continuamente di scivolare nel grottesco, per questo risulteranno provvidenziali le incursioni "mitigatrici" di una controparte femminile. Questo accade, per esempio, in "Das Madchen aus der Fremde", che configura il versante più poetico dei Nostri: l'angelica voce di Nadine Spindler, chiamata a recitare i versi immortali di Friedrich Schiller ed accompagnata da un malinconico pianoforte, apre uno squarcio di sogno fra le ballate severe degli Orplid.

Ballate che ora evocano un'arcadia persa nella notte dei tempi, ora si ammantano di una pomposità che a tratti raggiunge un'intensità morriconiana, ora precipitano in incubi che esprimono una ruvidità ed un impeto marziale che fa da contraltare ai momenti di intimo raccoglimento.

È questo il corposo armamentario a disposizione degli Orplid, che con il tempo dimostreranno di avere molte altre frecce nella propria faretra: essi non si accontenteranno dunque di ripetere l'eccellenza espressa in questa opera della maturità, ma decideranno presto di virare subito verso nuovi ambiziosi orizzonti. Il verbo folk, ahimè, andrà progressivamente ad essere accantonato lungo il loro ardito percorso artistico: in parte nel successivo "Sterbender Satyr" (2006), che affonda un piede nella dimensione acustica ed uno in quella elettronica, e definitivamente in "Greifenherz" (2008), nel quale la chitarra verrà (salvo momenti sporadici) riposta nella custodia per lasciare spazio ad un martial-industrial che non snaturerà lo spirito peculiare dei Nostri.

E' tuttavia con le quattordici gemme di "Nachtliche Junger", straboccante di una ispirazione che con il tempo andrà scemando, che gli Orplid trovavano il loro insuperabile capolavoro.

Discografia essenziale:

Forseti: "Windzeit" (2001)
Forseti: "Erde" (2004)
Sonne Hagal: "Helfahrt" (2002)
Sonne Hagal: "Jordanfrost" (2008)
Darkwood: "Notwendfeuer" (2006)
Orplid: "Nachtliche Junger" (2002)
Orplid: "Sterbender Satyr" (2006)
Werkraum: "Unsere Feuer Brennen! (2004)
Falkenstein: "Heiliger Wald" (2008)
Leger Des Heils: "Memoria" (2008)
Sturmpercht: "Shattenlieder" (2009)