"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

10 set 2016

DIECI ALBUM (PIU' UNO) PER CAPIRE IL FOLK APOCALITTICO: BLOOD AXIS, "BORN AGAIN"



 
Nona puntata: Blood Axis

Death in June, Current 93, Sol Invictus: le tre eminenze del folk apocalittico, il "triangolo" imprescindibile per comprendere ed apprezzare il genere intero. Se invece volessimo figurare il folk apocalittico come un "quadrilatero", dovremmo certamente aggiungere alla terna i Fire + Ice. E se infine esso fosse visto come un "pentagono", sarebbe doveroso includere i Blood Axis.

Il motivo per cui ci ritroviamo a parlare ufficialmente dei Blood Axis alla nona puntata della nostra rassegna, e non prima, è il fatto che il progetto americano, fondato nel 1989 da Michael Moynihan (giornalista e pubblicista, autore fra l'altro del libro sul black metal "Lords of Chaos"), nasce come entità industriale (un industrial oscuro ed evocativo di chiara impronta dark-ambient) e solo in seguito si dirigerà verso sonorità folk, che è poi l'ambito che stiamo trattando. Complice anche l'assidua frequentazione del Nostro degli ambienti del neo-folk (e non a caso nell'anno 1990 troviamo Moynihan a fianco di Boyd Rice e Douglas Pearce nel famigerato "Music, Martinis and Misanthropy" uscito sotto l’etichetta Boyd Rice & Friends, che già abbiamo avuto modo di trattare).

E poi, se abbiamo "dovuto aspettare" il 2010 per parlare dei Blood Axis nella nostra trattazione (rigorosamente redatta in ordine cronologico) è perché fu in quell'anno, dopo più di venti di esistenza, che i Nostri giungevano con "Born Again" al traguardo del secondo full-lenght!

Non si può infatti dire che i Blood Axis siano una band prolifica: come una mitologica bestia marina, essi sono emersi raramente dai mari oscuri dell'Oblio, per poi ogni volta discendere lentamente negli abissi e dimorarvi per lunghi periodi. Aspetto, questo, che ha proiettato intorno a loro un'aura di leggenda: una leggenda che, al di là di una manciata di tracce rilasciate in solitaria, un live, collaborazioni e partecipazioni a compilation varie, poggia sulle forti spalle del capolavoro "The Gospel of Inhumanity", che vide la luce nell’oramai lontano 1995. Abbiamo deciso di lasciare fuori dalla nostra trattazione questo album importantissimo per il panorama post-industrial solo per motivi metodologici (non è folk!), ma due parole sul suo conto vanno doverosamente spese.

All'epoca i Blood Axis erano un duo dove accanto al genio visionario di Moynihan (vocalist e percussionista) troviamo il fondamentale Robert Ferbrache (tastierista, sound-designer e chitarrista), colui che dava corpo alle visioni del compare. Definire la musica contenuta in questo monolite di malsane sensazioni non è semplice: dall'invocazione sinfonica della title-track (con folle accelerazione nel finale) alle tremende scudisciate di chitarra della conclusiva ed epicissima "Storm of Steel", il Gospel annette a sé in modo coerente elementi di musica classica, ambient, elettronica, industrial, avanguardia, esoterismo, post-punk e metal sabbathiano.

I due musicisti lavorano tramite le tecniche del campionamento e dell'assemblaggio, edificando mostruose costruzioni sonore che ospitano gli accostamenti più impensabili, operando principalmente nella sfera subliminale ed agendo sull'inconscio dell'ascoltatore. In "The Voyage (Canto I)" le malinconiche partiture di organo di una sonata di Bach accompagnano la voce farfugliante del poeta Ezra Pound (le registrazioni risalgono agli ultimi tempi in cui era rinchiuso e fatto impazzire in un manicomio). È invece il profondo recitato di Moynihan a dare corpo ad un passaggio del "Così parlò Zarathustra" di Nietzsche, su un tappeto ambient scosso dal guaire di lupi e da impennate orchestrali di intensità wagneriana ("Between Birds of Prey"). Dal carcere, invece, proviene la voce metallica di Charles Manson, a cui viene cucito intorno un crescendo di musica sacra (ancora Bach), con tanto di organo e coro ecclesiale (é il caso di "Herr, Nun Las in Frieden"). Ma c'è anche spazio per l'elettricità, che strabocca irruentemente in occasione dei classici "Eternal Soul" e "Reign I Forever". Il primo è un pregevole brano post-punk che irrompe brutalmente dopo inquietanti nenie da seduta spiritica: drum-machine, accordi acidi di chitarra e il vocione spossato di Moynihan, con campionamenti di sospetti discorsi in tedesco a condire la pietanza. La seconda rappresenta l'apice emozionale dell'opera: piove a dirotto, tuona, la chitarra elettrica di Ferbrache s'insinua subdolamente nella tempesta tessendo una lenta danza sabbathiana, fin quando il brano esplode in tutta la sua prepotenza e forza visionaria con il celebre tema del "Romeo e Giulietta" di Prokofiev caricato in loop e con le declamazioni da invasato di Moynihan (che recita versi di Henry Longfellow).

Come si sarà capito, la musica dei Blood Axis è arte della trasfigurazione, un luogo dove sacro e profano copulano torbidamente: la celebrazione della follia, della misantropia e della autodeterminazione che calza vesti oscure ed apocalittiche. Di folk, però, nemmeno l'ombra…

Sarà con l'ingresso in formazione della moglie di Moynihan, la violinista Annabel Lee, che il suono dell'Asse virerà verso altri lidi. Già nell'ottimo live-album ufficiale "Blòt: Sacrifice in Sweden", rilasciato nel 1998, si avranno le avvisaglie di questi cambiamenti. La metamorfosi danza al suono fiero di "The March of Brian Boru", rivisitazione di un tradizionale irlandese reso magnificamente dal violino adrenalinico della Lee e dalle percussioni roboanti di Moynihan. In questo live portentoso, fra un classico e l'altro (è in pratica riproposta buona metà del Gospel), trovano spazio anche "Seeker" (pescata direttamente dal repertorio dei Fire + Ice dell'amico Ian Read), una bella rielaborazione acustica della tronfia "Lord of Ages" (classico della prima ora) ed un'ottima "The Hangman and the Papist" (David Cousins, 1971) che sotto il trattamento dei Blood Axis diviene una scaltra ballata in stile Nick Cave.

Giungiamo dunque al 2010, giungiamo a "Born Again", seconda opera rilasciata dopo ben tre lustri dall'uscita del Gospel. Nel frattempo i tre Blood Axis avevano pubblicato qualche pezzo qua e là, collaborato con diverse formazioni neo-folk ed industrial (Fire + Ice, In Gowan Ring, The Lindbergh Baby, Les Joyaux de la Princesse ecc.) e girovagato per gli Stati Uniti e per l'Europa, sostando nel natio Colorado, in Austria e in Portogallo, dove i Nostri ebbero modo di suonare insieme ai Sangre Cavallum, fiore all'occhiello del neo-folk portoghese. E proprio degli influssi folcloristici dei lusitani si tingerà la nuova opera dei Blood Axis, che nel 2010 sembrano essersi lasciati definitivamente alle spalle i grigiori dei trascorsi industriali.

Si riparte dalle baldanzose movenze folcloristiche già espresse da "The March of Brian Boru": il folk dei Blood Axis è vigoroso ed orchestrato, potendo esso contare sulle capacità sopra la media di Robert Ferbrache (chitarrista e tastierista di un certo livello, arrangiatore ed accorto produttore) e di Annabel Lee (divisa fra violino, fisarmonica, pianoforte e canto), nonché sul carisma di Michael Moynihan, la cui aspra voce baritonale, fra recitato ed fiere declamazioni, tingerà di nero i dodici pezzi che vanno a comporre questo nuovo lungo viaggio targato Blood Axis (più di un'ora è la durata del platter).

Dal passato viene ereditato il modus operandi fatto di rivisitazioni ed audaci accostamenti: "Born Again", di fatto, si apre con versi tratti dalla "Metamorphoses" di Ovidio ed indaga sui temi del cambiamento e dell'essenza unica, lo spirito immortale che sopravvive oltre i rivolgimenti superficiali dell'esistenza. Nel dividere fra futile e fondamentale, la ricerca di Moynihan si spinge laddove può arrivare la conoscenza umana, rispolverando persino i testi Veda, fra i più antichi che l'umanità conosca. Enorme è stata l'opera di ricerca, riscoperta, traduzione, adattamento ed interpretazione di testi dalle provenienze più disparate: Moynihan, di conseguenza, canterà in latino, inglese arcaico e moderno, tedesco e sanscrito vedico, palesando una volontà di guardarsi sempre più indietro e dentro, in un passato remoto che finisce per sovrapporsi agli abissi dello spirito umano.

I Blood Axis, dunque, non si propongono più come fenomeno di avanguardia, ma semmai marciano nella direzione opposta, verso la scoperta della Tradizione e dell'Essenziale oltre le increspature delle contingenze.

La fisarmonica festante di "Song of the Comrade" è chiara negli intenti che verranno portati avanti nell'opera: atmosfere paganeggianti e le proverbiali narrazioni di Moynihan ad iniettare una vena dark al tutto. Musicalmente siamo dalle parti di Sol Invictus e Fire + Ice, sebbene il marchio di fabbrica impresso dalle tre personalità (fortissime ed oramai unite in una entità dissolubile dopo tanti anni di sodalizio artistico) renda il tutto inevitabilmente ed irrimediabilmente Blood Axis.

Un folk tosto e ben arrangiato, dai forti spunti personali, quello che ritroviamo in ballate come "Wulf and Eadwcer", "Churging and Churging" e "Erwachen in der Nacht", evocanti un passato ancestrale in cui vanno rinvenute le verità ignorate dal caotico mondo odierno. La Lee sale in cattedra con il suo sublime volino, mentre la robusta chitarra acustica di Ferbrache le dà manforte con epici e solenni accordi che in certi passaggi non disdegnano l'antico brivido elettrico. Vero è che l'Asse oggi sciocca di meno, calzando delle vesti più mature ma anche più pacate. Solo le tre parti di "Madhu" echeggiano l'imprevedibilità di un tempo, evolvendosi il brano in modo sinuoso, cambiando passo più volte e rievocando a più riprese lo spettro esoterico.

Discorso a parte andrebbe fatto per la splendida "The Vortex" che rispolvera l'approccio ambient: per l'occasione la Lee siede dietro al pianoforte ed elargisce un mostruoso giro di note, ipnotico, imponente, sopra il quale il marito sciorina con voce ferma ed apocalittica quesiti insolubili dell'esistenza (il testo è tratto da "The Story of the Heart" di Richard Jefferies). Altri brani degni di menzione sono la title-track (una vitaminica cavalcata strumentale che tradisce i trascorsi alt-country di Ferbrache nei 16 Horsepower) e "The Path" (dall'andamento ritmato e dark-wave, con la Lee dietro al microfono ed un bel ritornello a doppia voce che ricorda ancora una volta le murder ballad di Nick Cave). Ma al di là del valore dei singoli episodi, è nel complesso che l'inatteso ritorno dei Blood Axis convince: un lavoro di sostanza che riluce di una ispirazione sviluppatasi in così tanti anni. Un compendio, più che un album, di quanto di buono sia stato concepito e realizzato in quindici anni, senza pressioni, senza fretta, senza costrizioni, raccogliendo con il misurino il frutto parco delle migliori energie creative. L'ennesimo prova convincente da parte di una formazione che non ha mai fallito un colpo.

Lo dimostra la raccolta "Ultimacy MCMXCI - MMXI", uscita l'anno successivo, che nei suoi quasi ottanta minuti raccoglie tutto il materiale rilasciato a pezzi e bocconi nel corso di una più che ventennale carriera: materiale di primaria qualità che può stare tranquillamente a fianco, senza sfigurare, a quanto proposto nei due capolavori in formato LP. Il fan dei Blood Axis potrà finalmente gustare classici che hanno il sapore di leggenda come "Electricity" (martial-industrial al top delle sue possibilità), "The Storm Before the Calm" (desolante perlustrazione ambientale dal fascino perverso) e l'irresistibile cavalcata post-punk "Walked in Line" (brano dei Joy Division con testo ed umori provvidenzialmente cambiati). Chapeau.

Bibliografia essenziale:
"The Gospel of Inhumanity" (1995)
"Blòt: Sacrifice in Sweden" (1998)
"Born Again" (2010)
"Ultimacy MCMXCI - MMXI" (2011)