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07 set 2016

MAI DIRE REUNION - IX POSIZIONE - I CANDLEMASS, LA NANA NERA DEL DOOM



Il nano nero….Ah, cosa avrebbero potuto inventare i Candlemass di un tempo con questo titolo. Ma anche Riccardo Schicchi, del resto. E invece resta l’amaro in bocca.

I Candlemass sono un gruppo irripetibile che iniziò in sordina con un disco programmatico, "Epicus Doomicus Metallicus", considerato l’album di riferimento del doom metal. Tristezza, abbandono, nostalgia canaglia, e tutti i temi cari al doom, ma anche storie di streghe, magia, come nel metal epico e classico. Lo stile è già particolare, e si completa con il contributo decisivo di Messiah Marcolin (accento sulla “i”, di padre veneto), una figura talmente imponente artisticamente da oscurare la comicità del nome d’arte.
Tutt’oggi non riesco a non prendere sul serio un nome come Messiah Marcolìn, perché la ieraticità dello stile, la possenza, la cappa di opprimente eleganza che riesce a creare nei brani merita solo rispetto. Nei capolavori "Nightfall" e "Ancient Dreams" emerge anche una rilettura doom del cristianesimo, decisamente interessante. Racconti parabolici ("Samarithan"), preghiere funebri ("Mourner’s Lament"), che anziché suggerire pietà e devozione inquietano come un presagio, una minaccia, un germe di contagio. Di Dio è sottolineata la dimensione mortifera, il mistero dell’amore che strappa la vita, il mistero della felicità che si compie altrove. Come Woody Allen fa dire ad un suo personaggio in “Crimini e Misfatti”, l’uomo nonostante gli sforzi non è mai riuscito a immaginare un Dio che esprima bontà, e anche quando questo è il dogma: gli atti di Dio esprimono sostanzialmente il dolore e la sua ineluttabilità, quando non addirittura una sorta di sadismo da parte della natura e del divino nei confronti dei mortali.

Questo è appunto il doom teologico dei Candlemass: la falce di Dio che miete in nome dell’amore, che toglie per dare, che promette la morte per poter donare la vita eterna. C’è in questo un alone di fregatura, di triste suggestione, di truffa spirituale.
Arriva il quarto lavoro, e nessuno si accorge che l’ancora discreto "Tales of Creation" è però un disco composto in gran parte di vecchie composizioni, una già edita nel primo album ma riproposta con la voce di Marcolin.

Può essere un caso, ma la sequenza degli album dei Candlemass sembra descrivere un percorso analogo a quello dantesco della Divina Commedia (un’illustrazione di Doré è peraltro la copertina di "Tales of Creation"): I primi due dischi descrivono la morte, la perdita, il buio. Più colorato e nostalgico "Ancient Dreams", sospeso tra la prospettiva della fine ma anche il rimpianto della felicità trascorsa. Vicino ad una nuova felicità, quella della beatitudine, "Tales of Creation", più solare, addirittura con un brano strumentale veloce. Inferno-Purgatorio-Paradiso, quindi. Più che un’evoluzione nel tempo, l’espressione di una trilogia del sentimento doom. La fatalità del dolore, del tempo, della morte vissute però in chiave prima pessimistica, poi ambivalente e possibilista, quindi mistica e positiva. I temI della rinascita e della resurrezione dominano l’ultimo album. Le copertine si illuminano: nera con un teschio la prima, una luce che esplora la tenebra in "Nighfall", un’alba in "Ancient Dreams" e raggi di sole che dominano la scena in TOC.

A questo punto la commedia divina sembra conclusa. Leif Edling, mente del gruppo, si toglie la sedia da sotto il sedere allontanando Marcolin. Il disco successivo non ha proprio voglia di comporlo. La copertina nera con delle iscrizioni dal senso non chiaro. Il titolo, “capitolo 6” (il 5 era stato un live interlocutorio). Il logo gotico eliminato, la scritta Candlemass senza alcuna stilizzazione. La voce non è una voce doom. Come non bastasse, si ha l’impressione che, come nel caso dei nuovi Mercyful Fate, ci sia un tentativo di fare del pop-doom, un mostro senza testa che non morde in nessuno dei due casi.

Sarà anche che Edling fosse il compositore principale, ma lo spirito dei Candlemass sopravvive di più nel nuovo gruppo di Marcolin (i Memento Mori) che non nei Candlemass di Edling.

Negli anni successivi Edling, disinteressato al metal classico, fa altro, ogni tanto sotto il nome Abstrakt Algebra, ogni tanto utilizzando il nome Candlemass (tanto è suo, quindi lo mette dove cazzo gli pare), ma il pubblico non capisce più granché del progetto musicale. Ed ecco la prova del nove: rientra Marcolin, per un tour commemorativo (che è uno degli esperimenti pilota delle reunion, per misurare sul campo quanti ti cagano ancora per convincere la casa discografica a finanziarti un album). Lo zoccolo duro dei fans ai concerti c’è ancora, quindi pare che ce ne sia di spazio per muovere. Ma niente, contenti per il successo inaspettato, Edling e Marcolin si scazzano di nuovo. I fans e la casa discografica li prendono per un orecchio, e allora finalmente nel 2005 a pedate in culo esce il disco della reunion ("Candlemass"), di una spontaneità e decisione senza precedenti. Marcolin ce la mette tutta, va detto, ma quando si intitola un brano Il nano nero ("Black Dwarf" è l'opener di "Candlemass") ci si gioca il tutto per tutto. Ed è qui che, durante l’ascolto del nano nero, mi balenò per la prima volta l’idea che forse il nome Messiah Marcolin aveva qualcosa di fondamentalmente ridicolo. Ma non voglio pensarci, è una ferita ancora viva. Insomma, inutile impegnarsi in titoli del genere se non si fa sul serio. Le composizioni sono semplicistiche, Leif Edling cerca di fare del doom facile, in forma-canzone. Non c’è più nulla da raccontare, in termini di doom. Atmosfere cupe e minacciose, ma come ce ne sono tante, nessun tema portante, nessun clima dominante. Poteva comunque essere un nuovo ciclo, ma i membri del gruppo si guardano negli occhi e dicono “Ehi, ma noi ci eravamo rimandati in culo giusto poco tempo fa ? Qualcuno si ricorda perché ?”. Una volta che hanno messo a fuoco, scatta la rissa e si sciolgono ancora.

Prendiamo quindi il “nano nero” in senso astronomico: dicesi nana nera un frammento completamente spento di una stella, un sassolone freddo e annerito che non ha più niente da dire. Si ritorna nel nero dell’inizio, ma senza calore.

Ora, se hai riprovato a unire la formazione delle origini, ed è andata male due volte, senza concludere granché. La cosa più memorabile del periodo breve della reunion sono le ristampe dei primi lavori. Abbiamo distrutto un mito facendogli cantare “il nano nero”. Ma Edling, titolare anche di altri due gruppi, non molla il nome Candlemass. Non c’è più neanche da parlare di assenza di continuità, perché ormai siamo a oltre 20 anni di distanza dal ciclo storico dei Candlemass. Semplicemente ci sono degli individui che si aggirano per il mondo metal con questo nome. Attualmente suonano del discreto metal melodico, dai ritmi abbastanza sostenuti, e inseriscono anche cover dei propri stessi pezzi. Il cantante Lowe non è male, e speriamo che faccia qualcosa di indipendente in futuro, scrollandosi di dosso questa ingombrante carcassa doom.


A cura del Dottore

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