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01 apr 2017

"DECEM": ANTEPRIMA ASSOLUTA E RECENSIONE DELL'ULTIMO ALBUM DEI TOOL




31 marzo 2017: una data da scolpire nella pietra. Esattamente 3986 giorni, quasi undici anni, abbiamo dovuto aspettare, penare, per poter ascoltare "Decem", il nuovo album dei Tool.

Sebbene non sia ancora ufficialmente uscito, l'agognato successore di "10,000 Days" è finalmente disponibile in rete. E noi di Metal Mirror non potevamo resistere alla tentazione di ascoltarlo e raccontarvelo in anteprima!

Partiamo dalla fatidica domanda: il frutto di questo parto travagliato, infinito, accompagnato da mille voci contraddittorie, ci ripaga dunque di questa estenuante attesa? La risposta è indubbiamente: si! Non senza qualche riserva e vediamo perché.

Abbiamo ascoltato l'album solo tre volte, cercando di carpirne nel più breve tempo possibile l'essenza, cosa non semplice considerata la sua complessità e la sua lunghezza. Facendo uno sforzo di estrema sintesi, possiamo comunque anticipare un dato fondamentale: vi sarà da faticare, gente! Ma procediamo con calma...

Tempo fa abbiamo provato ad azzardare delle ipotesi, mettendo insieme e incrociando gli indizi che i quattro guasconi hanno disseminato nel corso della loro prolungata assenza discografica. Facendo delle ragionevoli supposizioni, prevedemmo un lavoro lungo, che non intaccasse più di tanto la formula dei Nostri e che ne esasperasse certi aspetti (quelli progressivi, per esempio), magari con un occhio al passato, ossia a quegli "ascolti di gioventù" che vanno dai Led Zeppelin ai King Crimson, passando per i Black Sabbath. In altre parole, senza troppo fantasia avevamo delineato i contorni di un possibile successore di "10,000 Days" come era lecito immaginarselo, con tutti i limiti di una proiezione basata su pochi elementi reali (dato che non siamo indovini...).

Quanto si discosta, dunque, da codesta nostra proiezione, il quinto full-lenght dei Tool? Partiamo dalle analogie: "Decem" è intanto un doppio album; si conferma inoltre quella misteriosa scaletta apparsa per un brevissimo lasso di tempo in rete e poi subito rimossa, probabilmente dalla band stessa. Solo adesso capisco il senso di quella "spoilerata": il fatto sostanziale è che quei titoli (tooliani fino al midollo tanto da assomigliare a dei possibili fake) non dicono assolutamente nulla sui contenuti, alla stesso modo in cui un titolo come "A lei piace il sesso anale" non dica nulla sulla trama di un film porno. Purtroppo non disponiamo dei testi dell'album, ma dai titoli verrebbe da presupporre che i Nostri siano tornati su un terreno squisitamente spirituale: un percorso che questa volta sembrerebbe addentrarsi nelle vastità dell'"Ignoto Spazio Profondo".

Ma chi tuttavia si aspettava un album più umano da parte dei Tool (più caldo, più suonato, più "rock" e più intimo nei testi - del resto avevamo lasciato Maynard alle prese con sua madre..), rimarrà molto deluso: "Decem" è semmai l'album più algido, freddo, calcolato che la band americana abbia mai rilasciato. Forse fra uno, cento, mille anni lo capiremo, e forse da qui passerà la Storia della musica: quello che possiamo oggi affermare è che i Tool sono dei grandi musicisti, ma non hanno più idee.

Sembra infatti che tutti questi anni non abbiano visto lo sviluppo di un processo di chiarificazione, ma semmai un aggrovigliarsi di riflessioni che ha portato ad un risultato ostico, difficilmente comprensibile ed a tratti contraddittorio. Come se il risultato fosse stato l'esito dello scontro fra due spinte opposte: quella verso una complessità crescente e quella esattamente contraria verso la semplificazione, che con la vecchiaia diviene una meta auspicabile. Da un lato i Tool ambiziosi che vogliono superare se stessi e stupire tutti con trame sonore sempre più intricate; dall'altro i Tool stanchi e fiacchi ed annoiati da loro stessi che vorrebbero concentrarsi su un minimalismo dai forti risvolti concettuali.

Questa dialettica si palesa chiaramente nella prima parte dell'album, forse quella più classicamente Tool. Premere play significa entrare in medias res, senza preamboli, nel più prevedibile maelstrom tooliano, fatto di bassi vorticosi (forse addirittura due, o uno solo, ma mooolto riverberato), da una batteria forse un po' più jazzy del solito e da tortuosi feedback di chitarra. Per udire la voce di Maynard James Keenan (su questa diremo poi) dovremo aspettare il sesto minuto (del resto il brano ne dura quasi quattordici!). Questa era "Abscissa", l'impegnativa opener dell'album, ma tutti i sei brani di questo primo tomo, ai limiti dell'asfissia, presentano le medesime caratteristiche, finendo un po' per assomigliarsi, non potendo essi contare su ritornelli o significativi tratti distintivi.

Anni di riflessioni e tentativi sembrano aver condotto i quattro musicisti alla semplice conclusione che l'unico modo per suonare complessi ed al tempo stesso incisivi, asciutti, non prolissi (la loro vera sfida in questa nuova prova discografica) era dividersi i compiti. A Justin Chancellor e Danny Carey le partiture più complicate, ad Adam Jones e Keenan lo studio di nuove soluzioni e il restringimento, a poche note, delle soluzioni melodiche. Quindi se il basso arpeggiato e pulsante del primo e il drumming potente e tentacolare del secondo non saranno certo una novità (anzi, a dirla tutta, suonano anche troppo autoreferenziali e uguali a loro stessi!), le vere sorprese le rinverremo sul fronte di chitarra e voce.

Jones, anzitutto, sembrerebbe voler relegare in secondo piano il suo strumento per concentrarsi sui sintetizzatori e sulle tastiere: e così il suo riffing, quando non si scioglie in fruscianti droni, si farà meccanico, ripetitivo, troppo ripetitivo, tanto che viene il sospetto che, tramite qualche diavoleria elettronica, il Nostro abbia campionato dei riff e li abbia messi a girare in loop ad infinitum. L'esito non è distante da certe progressioni djent. Su questa base si innestano le variazioni melodiche della batteria, del basso e, udite udite, dei sintetizzatori, che in questa release acquisiscono una grande importanza, conferendo al tutto una nuova profondità ed un'inedita impronta sci-fi: poche note, ma azzeccate, un minimalismo melodico che alla lunga ipnotizza e coinvolge.

Per quanto riguarda la voce, Maynard preferirà nascondersi dietro alle manipolazioni di un vocoder, così che si completa la sua opera di mimesi originata molto anni or sono: il suo diviene così il canto "megafonato" di un muezzin che recita oscure ed impalpabili salmodie da un minareto sperduto e vagante nello spazio. Oppure il farneticare di anime fluttuanti in dimensioni sconosciute, come accadeva negli album dei Residents: un'idea interessante, ma che richiede impegno all'ascoltatore, costretto a districarsi fra gli effetti vocali più disparati. Forse parte del carisma del vocalist va perduto in questo processo, ma la sua è comunque una scelta condivisibile ed a tratti si rivelerà vincente, ricordando non poco certe soluzioni dei Radiohead di "Kid A".

Un boccone duro da inghiottire, se si pensa che la durata dei brani oscilla fra i dodici e i quattordici minuti, ma qui gioveranno probabilmente gli ascolti ripetuti, che riveleranno le mille e mille sfumature in questo sound drammaticamente stratificato e, diciamola tutta, più angosciante del solito. Per fortuna qua e là troveremo disseminate delle provvidenziali "tracce di vita", che ci daranno fede e speranza nel proseguire l'ascolto, come la chitarra arpeggiata e la voce pulita (finalmente!) all'inizio di "Regresolution" o il pianoforte ed archi posti a conclusione di "Divinotus", accolti con sollievo dopo un estenuante tour de force elettrico. Da segnalare, infine, l'episodio più particolare del lotto, "Astral", che chiude il primo lato dell'album all'insegna di sonorità cosmic e kraut, con Jones sugli scudi dietro ai suoi sintetizzatori e la solita voce "vocoderizzata" in perfetto stile Kraftwerk.

Il bilancio di questa prima metà è in sostanza positivo, anche se l'impressione è che la band abbia agito più di testa che di cuore, e purtroppo i guizzi degni di nota sono veramente pochi rispetto alla quantità di note dispiegata.

Fosse terminato qua il quinto album dei Tool ci saremmo comunque potuti ritenere soddisfatti, ma ecco che arriva il secondo tomo a cambiare completamente le carte in tavola, con scelte che faranno sicuramente discutere. Il sound monolitico cede qui il passo ad una maggiore versatilità. E' in queste sei ulteriori tracce che rinverremo l'intervento di collaboratori esterni.

Si parte con l'amico Buzz Osborne che presta la sua chitarra a "Descending": una traccia strumentale che, totalmente priva di appigli ritmici, potremmo definire ambientale, se non fosse per il tocco doomy del leader dei Melvins che la rende un alienante esercizio sabbathiano, via via scosso da fremiti industrial.

E' poi la volta della title-track che di contro si avvale delle percussioni aggiuntive di Pat Mastelotto (King Crimson), riconducendoci alle gradite atmosfere di "Lateralus": qui Keenan torna a ruggire e gliene siamo grati, in quanto la sua voce ci era tanto mancata, e non fatichiamo a credere che la traccia farà faville sul palcoscenico. Peccato però che essa rimarrà un episodio isolato e che anche in questo secondo lotto di brani il cantante si diletterà a giocare a nascondino, preferendo dare una mano a Jones con i sintetizzatori o buttare qua e là spennellate della sua voce processata, alla stregua di uno strumento vero e proprio: che sia la fusione dell'anima nell'infinito ed ignoto Reame dello Spazio Siderale?

Meno male che anche nel brano successivo, "Lesous", la voce di Keenan continua ad ergersi protagonista, abbandonandosi questa volta ad eterei lamenti, in quella che potremmo definire la "ballata" del disco, con le sue atmosfere cosmiche, i ricami psichedelici della chitarra dell’ex Guns ‘N Roses Chris Pitman e le percussioni etniche a rinvigorire il lato più spirituale dei Tool: non altro che la "quiete prima della tempesta", un soffuso spartiacque che fa da preludio alla parte più sconvolgente dell'album. Tenetevi pronti.

"Principles of March" si apre con un riff che ricorda da vicino quello di "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin (eccoli finalmente!) e che verrà ripetuto senza pietà per i dodici minuti di durata del pezzo. Ma non è finita qui: come guest-vocalist viene chiamato niente meno che il produttore pop (!!) Pharrell Williams, la cui voce in falsetto verrà anch'essa campionata e replicata all’infinito, con risultati non troppo dissimili da quanto fatto dai Daft Punk nel tormentone di successo "Get Lucky", sempre con Williams dietro il microfono. Non siamo sconcertati (in fin dei conti i Tool son sempre stati dei provocatori, e certo il loro sound oscuro e ossessivo non potrà mai essere definito "pop"), ma sinceramente la faccenda viene tirata troppo per le lunghe e se si trattava di uno scherzo, o di un esercizio intellettuale di trasfigurazione degli stilemi del pop, possiamo dire che l'esperimento è riuscito solo a metà.

Ma le sorprese non finiscono qui: in "Pascal's Wager" troviamo addirittura come ospite miss Stefani Joanne Angelins Germanotta, altresì detta Lady Gaga, che non è estranea al mondo metal, basta aver presente il suo duetto con i Metallica. Ringraziando il Cielo ci viene risparmiata un’ulteriore e non richiesta testimonianza dei Tool in salsa pop, visto  che è la cantante questa volta a piegarsi alle esigenze della band, vagando con la sua voce spiritata ed ansimante in torbidi scenari fatti da cascate di droni ed effetti spaziali: paradossalmente uno dei momenti più intriganti  ed estranianti dell'album.

Quasi terrorizzati da quanto potrebbe ancora succedere in questo bizzarro scorcio finale dell’opera (a questo punto ci manca solo Gigi D'Alessio!!), tiriamo un sospiro di sollievo nell'udire l'accorta opera di remix di Aphex Twin, che in "Zeta" deturpa a colpi di drill 'n bass ed allucinante techno-ambient il materiale (solito impasto di chitarra, basso e voci sintetizzate) messo a disposizione dalla band.

L'impressione, infine, è che in questa seconda metà i Tool, non pienamente soddisfatti dal rigore e dalla prevedibilità del primo tomo, abbiano voluto sparare dei fuochi d'artificio per poter dimostrare a tutti che i Tool possono fare il cazzo che pare loro. Un po' come Metal Mirror che vi ha riempito fino ad adesso di stronzate totalmente inventate riguardo ad un album che non è ancora uscito e che forse non uscirà mai: pesce d'Aprile!