"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

31 ago 2018

I MIGLIORI 10 LIVE DEL METAL - "ALIVE III" (KISS)


Capitolo 7: "ALIVE III" (1993)

“You wanted the best and you got the best! The hottest band in the world…KISS!”

E’ con queste parole che i quattro rockers mascarati erano soliti aprire le danze ai propri concerti nel periodo di loro massimo fulgore. Cioè la seconda metà degli anni settanta.

Trattare i Kiss è un terreno fottutamente sdrucciolevole, così come ogni volta che si provi a dire qualcosa di originale e sensato su quelle che sono delle vere e proprie icone, delle leggende del Rock. Cosa che oggettivamente i Kiss sono. E questo a prescindere dalla valutazione di merito artistico collegato alla loro musica. Del resto quando vendi oltre 130 mln di copie di dischi in 45 anni di carriera vuol dire che…hanno avuto ragione loro!


Amati da masse multigenerazionali di rocker e non, e odiati dalla maggior parte dei metalhead (anche in redazione questa dicotomia è presente…), per tanti critici i Kiss sono poco più che delle facce pitturate su magliette, bandane e mutande. Macchine da soldi, sfruttatori di una trovata commerciale  capace di "bucare", dopo la strada spianata dallo shock rock di Alice Cooper, anche tra i giovani borghesi della East Coast, vogliosi di anticonformismo e imbevuti di ribellismo di facciata. Un fenomeno che, di concreta qualità musicale, non ha nulla.

Ma andiamo al sodo e al fulcro di questo post. Non mi vergogno a dirlo: per me i Kiss esistono solo in quanto entità live. Non mi sono mai troppo interessato ai loro dischi in studio. Li ho ascoltati, certo, e la cinquina di album successivi al debut omonimo (da “Hotter than hell” a “Love gun”, cinque dischi in meno di 4 anni) rappresentano il meglio della band newyorkese; album che, per la quantità di pezzi memorabili ivi presenti, possono essere considerati quasi sorte di Greatest Hits, piuttosto che album in studio (in particolare i grandissimi “Destroyer” e “Love gun”).

Ma è inutile girarci attorno: per un gruppo che ha fatto della spettacolarità, del colore, della provocazione e dell’immagine la sua fortuna e la sua sostanza, la dimensione live è la situazione in cui tutta la loro ragion d’essere si sublima. “Alive!” (1975), “Alive II” (1977) e “Alive III” (1993) sono tre tomi (i primi due doppi nonostante fossero sotto i 75’ di durata) imperdibili per avere un’idea della caratura dei Nostri. E questo perché le versioni dei brani, in tutti e tre i casi, sono decisamente più potenti, heavy e trascinanti delle versioni in studio, grondanti come sono di sudore e bestiale carnalità, e nelle quali i musicisti danno sfogo di grandi capacità interpretative (supportate dal delirio del pubblico) e doti tecniche importanti.

Se “Alive!” diede fama internazionale alla band, consacrandoli ad appena due anni dal debut album tra i Big del Rock (peraltro con un repertorio ancora striminzito in scaletta); ed “Alive II”, pubblicato ad appena due anni dal suo gemello, cercò di replicarne senza riuscirci il successo (nonostante potesse contare su carichi da 90 come “Detroit rock city”, “Calling Dr. Love”, “Christine sixteen”, “Hard luck woman” e “Beth”, per citarne solo alcuni…), nella nostra Classifica inseriamo formalmente “Alive III”, che di fatto è il live più heavy della band, quello che un metallaro potrebbe maggiormente apprezzare e con una scaletta meravigliosa, che non va mai a vuoto. Dallo scoppio elettrico iniziale di “Creatures of the night”, passando per i momenti più riflessivi ed emozionali (“I still love you”, “Forever”) fino alla conclusiva “God gave rock and roll to you II”. Una band che, grazie anche all’apporto di un grandissimo Bruce Kulick (che alle sei corde non fa di certo rimpiangere il fuoriuscito Ace Frehley), fa vedere di che pasta è fatta sulle assi di un palcoscenico. 

Ma non solo: "Alive III”, oltre ad essere una sorta di summa definitiva di tutta la saga Alive dei Kiss, a differenza dei suoi due vecchi predecessori, è quello con caratteristiche diverse: fu il primo album dal vivo senza la formazione originale (Bruce Kulick ed Eric Singer avevano sostituito Frehley e Criss rispettivamente alla chitarra e alla batteria) e quello nel quale i componenti della band (con la notevole presenze del guest Derek Sherinian alle tastiere!) non si presentarono mascherati. Via il face painting quindi, via i personaggi costruiti a tavolino. Solo musica&sudore, quasi a rivendicare talento e capacità compositive, al di là, appunto, dell’immagine. Un live unmasked a 20 anni esatti dalla loro nascita. E nel quale venne inserita nel booklet anche un albero genealogico delle diverse line up che si erano succedute fino a quel 1993, quasi come a dire: questi siamo noi adesso ma siamo anche il prodotto di quello che è stato in queste due decadi.

E per chi ancora pensa ai Kiss come ad una bolla di sapone, a musicisti insipienti passati alla Storia del Rock più per il numero di donne avuto, agli eccessi di droga e alcool ed ai soldi guadagnati, piuttosto che per la loro caratura artistica, beh…i tre Alive, e soprattutto questo ”Alive III”, è una smentita chiara e forte, bissata appena tre anni dopo da quel capolavoro immane che sarà il loro “MTV Unplugged” (per chi scrive uno dei live più belli di sempre), dove componenti vecchi e nuovi si uniranno per dare vita ad uno show da lacrime, colmo di pathos (ascoltatevi “Beth” con Criss alla voce e poi ditemi) con una tracklist da far rimanere di stucco.

Ma soprattutto la saga Alive dei Kiss, oltre ad essere un compendio di una carriera unica e irripetibile, è idealtipica di tutto un movimento storico, quel genere definito in mille modi (hair/glam/AOR/pop/hard n' heavy) che trovò artisticamente la sua più importante ragion d’essere nei grandi spazi dal vivo. Nelle arene.

E del quale, volenti o nolenti, i Kiss rimarranno i più grandi. Per sempre…

A cura di Morningrise