"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

29 giu 2018

L'INUTILITA' DELL'ORCHESTRA NEL METAL


Premetto che la mia indignazione nasce dall’ascolto di “Eonian”, ultima fatica discografica dei Dimmu Borgir. Criticare i Dimmu Borgir oggi è come sparare sulla croce rossa, ma io non lo farò. Primo, perché i Dimmu non mi sono mai piaciuti, quindi non gioca per me l’effetto delusione. Secondo, perché a tratti questo “Eonian” l’ho persino apprezzato: nelle parti in cui emerge la Norvegia, laddove rispuntano fuori le chitarre ronzanti, quando ripartono mid-tempo azzeccati, in occasione di qualche guizzo black’n’roll che mi ha ricordato gli ultimi Satyricon (ed è tutto dire…).

Pagliacciate a parte, a farmi innervosire più di ogni altra cosa sono stati i contributi dell’orchestra e del coro: soluzioni, armonicamente parlando, di una banalità sconcertante, che annacquano, anzi affogano, le poche idee buone dei norvegesi. Siamo onesti: il problema nell’ultimo album dei Dimmu Borgir non è certo l’orchestra in sé, ma la scarsa ispirazione della band (o quello che rimane di essa). Tuttavia per me questa è stata l’occasione per realizzare una volta per tutte che la formula metal + orchestra, vincente sulla carta, nei fatti si rivela il più delle volte fallimentare.

Voglio escludere da questa dissertazione quelle realtà che, fin dal principio, sono animate dalla vocazione di integrare metal e musica classica. E’ il caso della ottima Trans-Siberian Orchestra, progetto scaturito dalle menti di Paul O’Neill e Jon Oliva proprio per dare sfogo alle pulsioni sinfoniche che non potevano essere espresse in seno ai Savatage: fra barocchismi assortiti, rivisitazioni di canzoni di Natale e del repertorio di Beethoven, la Nostra, più che un’orchestra vera è propria, è un ensemble di musicisti di svariata provenienza che intende gettare un ponte fra i due mondi avvalendosi di componenti mutuate sia dalla musica classica che dagli universi del rock e del metal (se non del musical...). Un altro caso a parte è la simpatica operazione "Vivaldi: The Meeting" (del 1990), patrocinata dal direttore d'orchestra Lorenzo Arruga, accompagnato per l'occasione niente meno che da sua maestà Dave Lombardo: non altro che un album di musica classica tout court (per questo indicato più ai cultori del genere che al metallaro medio) con l'ex batterista degli Slayer a folleggiare dietro a pelli e piatti. Un ulteriore fenomeno che non vorremo trattare è quello degli Apocalyptica, che non sono proprio un’orchestra, ma un quartetto di archi nato più o meno con le ambizioni di una cover band e che solo successivamente ha vissuto uno sviluppo in direzione symphonic metal. Che gli esiti piacciano o meno, si parla di musicisti con un background classico che si sono prestati alla causa del metal. Noi invece vogliamo percorrere la corsia opposta: andare a vedere come se la son cavata i bufali del metal fra timpani, viole, violini, violoncelli e flauti traversi…
L’album con l’orchestra (che sia registrato in studio o dal vivo) è da sempre nel rock una ambizione che, sotto sotto, nutre ogni artista. Potersi avvalere del contributo dell’orchestra è sia un obiettivo artistico che un traguardo importante nella propria carriera, visto che disporre del budget per permetterselo è la prova incontrovertibile di una conclamata affermazione nel mercato discografico.
Sul fronte dei live i risultati sono stati per lo più deludenti, sia come proposta di materiale inedito che come celebrazione in pompa magna di un repertorio pre-esistente.
Partiamo dalla preistoria, anno 1969: “Concerto for Group and Orchestra”. Sul palco c’erano i Deep Purple (ragazzi che dal vivo in quegli anni non scherzavano) e la Royal Philarmonic Orchestra (una delle più prestigiose in terra d’Albione). Gli arrangiamenti furono curati da Jon Lord, uno che indubbiamente conosceva il proprio mestiere. Dunque un capolavoro assoluto? Macché, esso rimarrà un episodio minore (e per lo più trascurato) nella sfavillante discografia dei Purple. Questo perché, nonostante il talento dei musicisti, la loro professionalità e i mezzi a disposizione, non si riuscì a superare le difficoltà oggettive che si presentono nell’integrare due forme di musica così diverse (difficoltà oggettive perché, per esempio, i tempi espressivi degli archi mal si sposano con il linguaggio della chitarra elettrica o con le ritmiche di un brano rock).
Diversi anni dopo ci avrebbe provato anche un certo signore di nome Yngwie Malmsteen, uno che di musica classica se ne intende. Correva l’anno 1998 e lo svedese, spalleggiato dall’Orchestra Filarmonica di Praga, rilasciava il live-albumConcerto Suite for Electric Guitar and Orchestra in E Flat Minor, Opus 1”, ma anche in questo caso il risultato non fu esaltante: i virtuosismi del chitarrista tolti dal formato canzone perdevano irrimediabilmente mordente ed incisività. Quelle stesse scale barocche che avevano illuminato il canzoniere metal di Yngwie, disperse fra le partiture classiche di una orchestra, divenivano uno sfoggio di tecnica che non poteva in nessuna maniera competere con la genialità dei compositori classici, nemmeno quelli più sfarzosi. Il risultato fu un lavoro nella sostanza noioso che metteva in luce più i difetti che i pregi del chitarrista svedese.
Ma se hanno fallito gli immensi Deep Purple e persino un musicista dal forte background classico come Malmsteen, come avrebbero potuto cavarsela altri con minore preparazione?
Nel 1999 ci provarono anche i Metallica, che in quel periodo godevano della massima popolarità grazie alle nefandezze di “Load” e “Reload”. Proprio quando pareva che i Four Horsemen non sapessero più cosa inventarsi, ecco che dal cilindro spuntò fuori “S&M”, album dal vivo registrato con la San Francisco Symphony Orchestra, sotto la direzione niente meno che di Michael Kamen (mago delle colonne sonore, nonché compositore in vista nel music business con una lista di collaborazioni da paura sul curriculum). Quindi? Quindi niente: nemmeno in questo caso i risultati furono esaltanti, con l’orchestra in affanno ad inseguire il dinamismo (squisitamente metal) dei classici dei Metallica. Ovvio, il gioco può giusto funzionare con una “Nothing Else Matters” (per la quale, fra l’altro, lo stesso Kamen aveva curato gli arrangiamenti su disco), ma con brani come “Master of Puppets” la sovrapposizione dell’orchestra diviene quasi urticante.
Approdiamo, in modo ben poco scientifico, al nuovo millennio (anno 2015 per l’esattezza) con “Live at Opera (with Norwegian National Opera Chorus)” dei Satyricon. Qui non c’è l’orchestra, ma un coro di una trentina di elementi chiamato ad infarcire il repertorio della premiata ditta Satyr/Frost. In questo caso l’esito non dispiace, ma è anche vero che gli interventi del coro fungono solo da contorno, andando a sottolineare solo determinati passaggi, né più né meno come avrebbero fatto delle tastiere (e nemmeno utilizzate in modo invasivo) o delle basi campionate. Viene inoltre da sorridere a vedere tutti questi tenori, baritoni, soprani e mezzi soprani costretti ad eseguire trame melodiche di una semplicità disarmante. C’è da piangere, invece, ad immaginarsi certi compositori che, ingaggiati dalle case discografiche, scrivono in mezzo pomeriggio, o al cesso mentre defecano, partiture da quattro soldi per delle band che sicuramente in cuor loro disprezzano.
Visto che di composizione si parla, passiamo allo studio di registrazione. Non voglio stare a raccontarvi la storia del symphonic metal, storia che più o meno conoscerete, visto che il genere oggi è più in voga che mai grazie a nomi come Nightwish ed Epica. Ma per capire come sia nel tempo degenerata la situazione è necessario rammentare che questo filone prese avvio grazie a certe geniali sperimentazioni dei Celtic Frost nel corso degli anni ottanta. “To Mega Therion” (1985) vedeva la presenza della cantante operistica Claudia-Maria Mokri e di Wolf Bender al corno francese: prime timide ma importanti iniezioni di “musica classica” nel caos furibondo del proto-black ideato da Fisher e compagni, tutt’altro che pervaso da virtuosismi di ogni tipo. Due anni dopo, in “Into the Pandemonium” gli elvetici rincararono la dose con un’orchestra vera e propria che, ancora impiegata con senso della misura, andava per davvero ad apportare un valore aggiunto all'opera, concentrandosi in modo efficace solo in certi brani e dunque conferendo ulteriore fascino ad un sound che sapeva essere già di per sé atmosferico.
Queste intuizioni sarebbero state riprese e sviluppate dai Therion che, con album come “Theli” (1996) e “Vovin” (1998) avrebbero elevato l’utilizzo di orchestra e cori a cifra stilistica, tanto che il leader Christofer Johnsson decise di cedere il microfono in modo definitivo ad una schiera nutrita di coristi. La formula, rivoluzionaria all’inizio, avrebbe presto mostrato la corda per via della monotonia apportata da linee melodiche ed arrangiamenti assai semplici e spesso molto simili fra loro. Un artista metal, del resto, per quanto di ampie vedute  e supportato da professionisti del settore, manterrà sempre una visione limitata, o meglio, una sensibilità lontana da quella della musica classica. La musica classica ha infatti le sue dinamiche e soffre in modo vistoso se viene costretta a muoversi nei pattern di chi ragiona in termini di riff, melodie ricorsive e ritornelli anthemici
Questo sarà il problema di molte altre realtà degli ambienti gothic, laddove l’apporto dell’orchestra sarà nei fatti pressoché ininfluente, e persino deleterio se non supportato da un valido songwriting. Esempi a caso. Gli Haggard si imposero nell’immaginario collettivo con una formazione che è arrivata a contare fino ad una ventina di elementi: evidentemente questo è stato solo un modo per distinguersi dai molti competitor, visto che nella loro musica (scritta dal leader Asis Nassericon che ha sempre pensato ed agito da metallaro) le parti orchestrali avrebbero potuto benissimo essere gestite con delle tastiere. I Cradle of Filth, dopo aver corteggiato a distanza la musica classica per diversi album, con “Damnation and the Day” decisero di rompere gli indugi ricorrendo ai servigi della Budapest Film Orchestra and Choir: investimento che, nella sostanza, di poco alzò il tasso di “sinfonismo” già garantito, fin dagli esordi, dall’operato degli svariati tastieristi che via via si sono avvicendati nell’organico. Anni dopo (per l’esattezza nel 2012) i Vampiri d’Albione ci avrebbero riprovato con il “best of” “Midnight in the Labyrinth” (un obbrobrio sconclusionato di orchestrazioni e rantoli assortiti), pressoché la stessa impresa che un anno prima avevano tentato i My Dying Bride con “Evinta” (collage orchestrale/operistico di temi “celebri” della Sposa Morente) e gli Anathema con “Falling Deeper” (rivisitazione acustico/orchestrale del repertorio degli esordi): in tutti e tre i casi (un pelino meglio andò ai fratelli Cavanagh, con il vantaggio che da anni si erano allontanati dal metal) anche i fan più accaniti dovettero prendere atto che quei brani che in versione metal funzionavano così bene, ri-arrangiati con la sola orchestra divenivano d’incanto soporiferi e fondamentalmente inconsistenti. L’orchestra, ahimè, ha avuto in determinate circostanze un effetto persino controproducente, finendo per rovinare gruppi molto validi, come per esempio è accaduto con i Lacrimosa di Tilo Wolff, le cui composizioni hanno iniziato a peccare di una artificiosa pomposità appena si è ricorsi ad una orchestra: gradualmente gli album divennero da gradevoli a prolissi, fino a rasentare l'asfissia per noia (alzi la mano chi in "Fassade" ha trovato coinvolgenti i dieci minuti della title-track).
Insomma, finché si è trattato di incrociare due chitarre ed una tastiera, una voce maschile ed una femminile, il metal si è mostrato vincente e ricco di risorse. Altra cosa è però scrivere musica per una orchestra intera. Nonostante questa strada fin da principio si fosse rivelata ostica, le manie di grandezza nel metal non avrebbero ceduto al buon senso ed anzi sarebbero divenute a un trend inarrestabile. Soprattutto nel power metal, con band come Rhapsody of Fire e Nightwish, la fascinazione per le colonne sonore di film fantasy o d’avventura avrebbe finito per prevalere sulla volontà di scrivere buoni pezzi: quei pezzi che Helloween e Gamma Ray, per esempio, scrivevano ed eseguivano senza tante sciccherie.
Contrariamente a quanto accaduto nel metal estremo, in questi casi alla regia abbiamo potuto contare su musicisti con una preparazione classica come Alex Staropoli e Tuomas Holopainen (più tardi avremmo visto come avrebbe rincarato la dose il Turilli solista – che oggi si definisce più un compositore che un chitarrista...). Gli esiti sono stati sicuramente migliori, ma non è detto che essi siano stati all’altezza dei mezzi impiegati. Lunghe porzioni strumentali e grassi strati di sinfonismi caratterizzeranno molte produzioni degli anni recenti, ma, a leggere le recensioni sulle riviste di settore, diviene chiaro come per molti il succo di queste opere così grandiose stia ancora nei rimasugli di umile heavy metal sopravvissuto: piacciono ancora, quando funzionano, le belle speed-song di una volta, impelagate ahimè nel blob spersonalizzante di universi sinfonici che sembrano invero suscitare fra gli ascoltatori più sbadigli che esaltazione. Innanzi a cotanto dispiegamento di forze, torna alla mente, quasi con nostalgia, “Lingua Mortis” di quei sozzoni dei Rage, che nel 1996, incredibilmente avanti con i tempi, forse sfornavano uno dei migliori esempi di metal con orchestra (cinque brani, poco più di quaranta minuti di musica, povere stelle...).
L’idea dell’orchestra, in definitiva, continua a piacere, ma nei fatti questi famigerati album con orchestra sembrano annoiare la maggior parte dei metalhead. Quanto a me, queste collaborazioni con orchestre e cori le trovo persino urticanti, perché a volte riescono persino ad appesantire songwriting brillanti (mi vengono in mente certi passaggi ridondanti nelle metal-opere degli Ayreon, altrimenti illuminate dal talento incontestabile di Anthony Lucassen), e con regolarità finiscono per affossare, invece che salvarle, produzioni fiacche da un punto di vista dell’ispirazione. Come è il caso dei succitati Dimmu Borgir, ai quali consiglio caldamente di andarsi ad ascoltare gli album solisti di Ihsahn, che sa essere terribilmente magniloquente con la sola forza della sua creatività…
…e senza bisogno di un’orchestra...