"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

21 mag 2020

I MIGLIORI DIECI ALBUM (PIU' UNO) DEL METAL ITALIANO



Nella nostra rassegna sul Metal Italiano abbiamo espresso la tesi secondo cui, in Italia, non si sarebbe sviluppato un metal propriamente nazionale, ossia una aggregazione di tratti stilistici che possano essere identificati inequivocabilmente come “Metal Italiano”.

Si è visto che vari fattori (storici, culturali e sociali) ed una industria musicale sostanzialmente assente o addirittura avversa, hanno concorso affinché si instaurasse questo stato di cose, facendo sì che si creasse un panorama frastagliato, disomogeneo e, più in generale, caratterizzato da una tendenza ad inseguire modelli esteri piuttosto che coniarne di autoctoni.


E’ stato il caso di realtà importantissime per lo sviluppo di una scena metal italiana, come i Vanadium (che in pratica hanno sdoganato l’hard rock nel Bel Paese - degno di menzione il loro “Race with the Devil”, anno 1983) e i Vanexa (il loro omonimo debutto, sempre del 1983, è considerato il primo album metal italiano in assoluto), a cui portiamo un grande rispetto per determinazione e coraggio, ma a cui potremmo criticare una scarsa originalità.

Se il complesso di inferiorità rispetto allo stra-dominio delle band anglosassoni lo possiamo comprendere e dunque perdonare nella fase in cui il fenomeno doveva attecchire su un terreno sostanzialmente ostile come quello italiano, qualche perplessità sorge laddove lo stesso trend è più o meno proseguito nei decenni successivi.

Nonostante questo perdurante peccar di esterofilia, in Italia sono fiorite realtà di indubbia qualità. Di queste, dribblando i “falsi miti” del metal italiano (chi ha detto Lacuna Coil?), abbiamo individuato i dieci album (più uno) a nostro parere più significativi. Non i migliori secondo il mondo, né per gli italiani stessi, ma per Metal Mirror, che in questi lavori ha ricercato principalmente personalità ed un certo grado di “italianità”.

0) Antonius Rex: “Neque Semper Arcum Tendit Rex” (1974)
Il “più uno” della nostra top-ten è rappresentato dall’operato del marchigiano Antonio Bartoccetti, leader di formazioni misconosciute quali Jacula (avviati nello scorcio finale degli anni sessanta!) ed Antonius Rex (giunti più o meno ai giorni nostri, con una pausa dal mercato discografico quasi ventennale). Esse sono inafferrabili estrinsecazioni musicali ascrivibili più all’universo del rock progressivo che a quello propriamente metal, eppure l’oscuro rituale di Magus Antonio, la cui musica rimane concettualmente inscindibile dalla sfera dell’Occulto, è una creatura inquietante che saprà deliziare anche il palato degli amanti del "timpano rovente", grazie ad un riffing geniale di matrice sabbathiana (assai pesante per l’epoca) e l’organo funereo della moglie Doris Norton. Un suggestivo recitato oscillante fra italiano e latino aggiunge mistero all’esperienza, e ricollega il tutto alla tradizione italica: da qui indubbiamente prenderà piede quel "dark metal" (Death SS, Paul Chain ecc.) sviluppatosi negli anni ottanta e novanta che, a parere di chi scrive, costituirà la fase più interessante di sempre del metal tricolore.

1) Bulldozer - “Neurodeliri” (1988) 
Perdonateci il salto brutale: gli anni ottanta sono stati un decennio fondamentale per il metal, ma non in Italia, dove il metal nostrano veniva ancora penalizzato da produzioni artigianali e da una distribuzione pressoché assente. In quel decennio se vivevi in una piccola città era difficile reperire i prodotti e in ogni caso le incisioni non erano assolutamente competitive con i colossi europei e statunitensi. Laddove emergeva un certo grado di talento, esso veniva relegato allo status di culto. Si affermava nell’undeground quel dark metal di cui si accennava sopra e che non mancheremo di trattare nella nostra top-ten. E sempre nell’undeground si imponevano realtà estreme destinate a divenire seminali all’estero. Una di queste erano senz’altro i Bulldozer di AC Wild ed Andy Panigada: sorta di Bathory in salsa tricolore che imperversarono nella seconda metà degli anni ottanta con un efferato thrash metal che avrebbe fornito più di un suggerimento a quelle band scandinave che di lì a poco avrebbero avviato un nuovo corso del black metal. Con il loro quarto full-lenght, il capolavoro “Neurodeliri”, i Nostri furono fra i primi a distinguersi per un utilizzo significativo delle tastiere in ambito estremo: questo aspetto, associato ai suoni grezzi, alla velocità e ad una voce raggelante, rendeva il sound ancora più morboso ed inquietante. A fare da contraltare, una irriverente ironia (insolita nel settore) che si evinceva da titoli come “Minkions” ed “Ilona Has Been Elected”, dedicata a Cicciolina, nota pornostar del periodo. Con la motorhedianaWe are...Italians”, invece, si rivendicava con orgoglio il proprio paese di origine. 

2) Necrodeath - “Fragments of Insanity”(1989) 
Anche i Necrodeath appartenevano al medesimo "club" dei Bulldozer, ponendosi come avamposto estremo nel metal del periodo insieme ad altre emergenti realtà europee. Questo grazie alla forza distruttrice del drumming di Peso (che di lì a poco avrebbe mostrato anche una straordinaria sensibilità progressiva nelle fila dei Sadist) e dalle linee malate disegnate dalle sferraglianti sei corde di Claudio Bonavita e Nicola Ingrassia (in arte Ingo), anche alla voce. Importante aggiungere che se la band verrà vista con interesse dai futuri demiurghi del black metal, il merito sarà principalmente di chi sta dietro al microfono: il latrato di Ingo si avvicinava infatti ad uno screaming, inasprendo non poco le forme spigolose di un thrash metal tanto malvagio quanto dotato di una forza d’urto fuori dal comune. Se il debutto “Into the Macabre” (1987) aveva convinto appieno, per la nostra top-ten optiamo per l’opera seconda “Fragments of Insanity”, che mostra una band, certo furiosa, ma maggiormente padrona dei propri mezzi espressivi, artefice di atmosfere malate che di sicuro avrebbero fatto proseliti.
 
3) Death SS: “Heavy Demons” (1991)
La band di Steve Sylvester ha una lunga storia alle spalle, essendosi formata nel lontano 1977 in terre abruzzesi. Forse “Heavy Demons”, terzo full-lenght ufficiale, perde quel fascino sulfureo e criptico che animava i due ottimi predecessori: non vi è più la morbosità di una volta, quel fascino artigianale che aveva attirato l’attenzione di qualche ascoltatore amante delle atmosfere macabre (ricordiamo che l’apparato “scenografico” adottato dalla band fin dagli esordi avrebbe poi esercitato forti influenze sull’immaginario gotico di molte band black e gothic degli anni novanta). In compenso “Heavy Demons” costituiva il lavoro più professionale che la band avesse rilasciato fino a quel momento, rendendo il peculiare Horror Metal dei Death SS ancora più heavy ed anthemico come mai lo era stato in precedenza. Suoni potenti e nitidi, arrangiamenti curatissimi, musicisti in stato di grazia e un’ispirazione che sposava gusto melodico e piglio teatrale/cinematografico: tutto questo faceva del tomo in questione un capolavoro indiscusso del metal italiano, nonché un prodotto che non aveva niente da invidiare ai colleghi stranieri.

4) Sadist: “Above the Light” (1994)
Il debutto dei genovesi Sadist è un miracolo nel firmamento del metal tricolore. L’esperienza dietro alle pelli di Peso (reduce dai seminali Necrodeath) e le prodezze del virtuoso Tommy Talamanca (capace di suonare in modo egregio sia chitarre che tastiere, persino in contemporanea!) sono l’asse su cui si costruisce questo capolavoro di technical death metal. Correva l’anno 1994 e certo era determinante l’influenza dei lavori di Death, Cynic e Pestilence, eppure “Above the Light” non era riconducibile a nessuno di questi illustri predecessori, spingendosi ulteriormente avanti nella ricerca melodica: mai in precedenza il death metal era stato così elegante ed intriso di grazia, così intrinsecamente progressivo. Illuminato da un chitarrismo neoclassico di stampo malmsteeniano ed arricchito da partiture di tastiere che andavano ben oltre i “tappeti atmosferici” in voga nel periodo, “Above the Light” rimane ad oggi un gioiello insuperato nel metal estremo italiano e non.

5) Novembre: “Wish I Could Dream It Again” (1994)
Il debutto dei romani Novembre, sorti dalle ceneri dei Catacomb, è forse un lavoro acerbo, imperfetto nelle forme, ma che certo esprime un metal che in Italia era ancora ignoto ai più. Programmaticamente Carmelo Orlando, voce, chitarra e cuore della band, indossava nelle foto del booklet una maglietta di Burzum in tempi in cui i fatti sanguinari dell’Inner Circle non erano ancora sulla bocca di tutti. E proprio della poesia burzumiana è intriso questo lungo tomo che sa miscelare in modo ispirato metal e viaggio onirico. Le sfuriate death e i grevi passaggi gothic/doom vengono addolciti da stralci di cantautorato italiano (De Andrè su tutti) ed assolate ambientazioni mediterranee, in netta controtendenza con il metal estremo del periodo che favoriva suggestioni nordiche. Il riffing ispirato e la voce cantilenante di Carmelo, il drumming energico e complesso del fratello Giuseppe sono la spina dorsale su cui si sviluppa un metal libero nelle strutture e a tratti progressivo, anticipando di un soffio le gesta discografiche dei ben più blasonati Opeth e Katatonia.

6) Paul Chain: “Alkahest” (1995)
Anche Paul Chain ha una lunga storia da raccontare, prima con i Death SS, poi con i Violet Theatre ed infine con la sua brillante carriera solista diramata in molteplici rivoli, fra metal, psichedelia, progressive, space rock, cosmic music e avanguardia tout court. Di questa sterminata discografia scegliamo quello che potremmo definire il capolavoro formale del chitarrista pesarese, peraltro apprezzato all’estero e considerato fra i padri dello psycho-doom. “Alkahest” fissa quasi vent’anni di avventura artistica underground in una veste finalmente professionale, con la benedizione di Lee Dorrian (Cathedral) che presterà la sua voce catartica in ben quattro brani: il risultato è, questa volta, un doom senza tempo e dalla forte carica visionaria, tanto classico nel concepimento quanto marcato dall’estro inconfondibile di colui che potremmo definire senza indugio l’artista metal più geniale che terre italiane abbiano conosciuto.

7) Rhapsody (of Fire): “Legendary Tales” (1997)
I triestini Luca Turilli e Alex Staropoli uniscono le loro passioni per la musica classica, per le colonne sonore e per la letteratura fantasy e coniano una nuova forma di power metal dalle forti suggestioni cinematografiche: nasce quello che poi sarebbe stato definito Hollywood Metal. Orchestrazioni barocche (formidabile il lavoro di Staropoli alle tastiere) incontrano la velocità del power metal, con un sempre gradito tocco folk medievale che aggiunge  magia al tutto. “Legendary Tales” inaugura inoltre l’Emerald Sword Saga, che proseguirà con gli album successivi, caricando il prodotto di una forte carica epica. La voce limpida e coinvolgente di Fabio Lione, già con Athena e Labyrinth, fa il resto, prendendo per mano l'ascoltatore ed accompagnandolo in un viaggio a dir poco avvincente (nonostante qualche difettuccio di pronuncia qua e là...).

8) Labyrinth: “Return to Heaven Denied” (1998)
Se è stato coniato il termine Italian Power Metal, il merito va anche ai toscani Labyrinth, che grazie a questa opera seconda trovavano la quadratura del cerchio, consegnando all’Italia del metal un grande capolavoro. Ogni singolo brano, a modo suo, è un gioiello, premiato da classe esecutiva ed incredibile gusto melodico. La band, di fatto, si dimostrerà fin da subito (ed in particolare in questo album) in grado di scrivere melodie bellissime, di facile presa, ma mai banali, capaci di far brillare un power metal saettante baciato da frequenti divagazioni progressive, con le tastiere a ricoprire un ruolo non certo secondario. La voce di Roberto Tiranti (ex New Trolls, entrato in sostituzione di Fabio Lione, che aveva cantato sul debutto) illumina un cammino che continua a vedere al suo centro l'interazione delle due asce. Da segnalare, in particolare, le prodezze di Olaf Thorsen, chitarrista extraordinaire che in seguito darà vita ad un altro fondamentale capitolo del metal italiano: i Vision Divine.

9) Vision Divine: “Stream of Consciousness” (2004)
A costo di sovra-rappresentare il movimento power/prog, andiamo ad inserire questa acclamata opera terza dei Vision Divine, nati come progetto parallelo di Olaf Thorsen, chitarra dei Labyrinth, e Fabio Lione, voce dei Rhapsody of Fire. La dipartita del celebre vocalist non impedisce ai Vision Divine di rilanciare e raddoppiare con un lavoro splendido quale “Stream of Consciousness”, concept esistenziale raccontato attraverso gli occhi, la mente e lo spirito di un uomo in fin di vita. Molto del merito della buona riuscita del prodotto va alla new entry Michele Luppi (Mr Pig), straordinario dietro al microfono, dotato tecnicamente, coinvolgente, emozionante: probabilmente il miglior cantante metal italiano contemporaneo. Ma anche il comparto musicale non scherza, esprimendo un affiatamento ed un tasso tecnico di elevata caratura, con un altro provvidenziale innesto: lo straordinario Oleg Smirnoff (ex Eldritch e Death SS) alle tastiere, la cui simpatia per l'elettronica e i suoni futuristi conferisce modernità al power metal d’autore dei Nostri.

10) Void of Silence: “Human Antithesis” (2004) 
Forse non conosciuto da molti, questo gioiello "nero" merita senz’altro di presenziare nella nostra top-ten. La premiata ditta Ivan Zara-Riccardo Conforti (rispettivamente tastiere/programmazione e chitarra/basso), coadiuvati dall’ugola versatile di Alan Averill (gentilmente in prestito dagli irlandesi Primordial), confezionano uno dei momenti più alti che il metal estremo abbia mai conosciuto in assoluto. Lasciate alle spalle le asperità black degli esordi, “Human Antithesis” è un desolante affresco bellico dove affossante doom e grandeur pinkfloyfiano flirtano con martial-industrial e neo-folk, in una formula inedita che varrà al combo romano l’etichetta di apocalyptic doom. Suoni, arrangiamenti, scrittura, interpretazione: tutto si svolge a livelli stellari e i venti minuti della monumentale title-track, aperta da un messaggio in codice indirizzato ai partigiani italiani, adempiono nell’ardua impresa di narrare l’inenarrabile.

Avevamo detto che un vero metal italiano non esiste, ma scorrendo velocemente uno dopo l'altro questi lavori ci rendiamo conto che un comune tratto comune esiste: un innato talento melodico che, insieme ad una spiccata fantasia negli arrangiamenti ed uno spirito grandeur, scaturisce spontaneamente dalla nostra terra, favorito dall'illustre tradizione della musica classica, dal retroterra del rock progressivo degli anni settanta e persino dalla tanto vituperata musica leggera. Senza contare l'influsso esercitato dalla bellezza delle nostre città o da quella delle pellicole dei maestri del cinema nostrano.

In fondo il metal non è altro che un'estrinsecazione della nostra storia artistica a tutto tondo...E forse il problema è che, abituati a questa bellezza, finiamo per darla per scontata...