"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

17 mag 2020

IL METAL ITALIANO NON ESISTE (parte seconda)



Gli anni novanta. Come accennato nella prima parte della nostra rassegna sul metal italiano, le cose, almeno a livello di popolarità, principiarono a migliorare, sull'onda del successo planetario di Metallica, Guns 'n' Roses e del fenomeno grunge, che risvegliava un sentimento rock dopo i sintetici e laccati anni ottanta.

Videoclip di band rock/metal italiane approdavano in TV, trasmessi da parte delle emittenti musicali, e grazie alla maggiore esposizione mediatica certi nomi iniziavano ad emergere dall’underground, favorendo l’ascesa del metal italiano a livello nazionale: conditio sine qua non per compiere il vero salto di qualità a livello internazionale. 

Gli Extrema, che per un certo periodo furono la band metal italiana più promettente, si presentavano come una copia spudorata dei Pantera. E' qui importante fare un parallelo: laddove da noi non si andava oltre l’emulazione, i Machine Head, che pure nascevano sull’onda del successo di album come "Cowboys from Hell" e "Vulgar Display of Power", sarebbero presto divenuti dei guru del groove metal, sfornando dischi epocali a partire dal debutto “Burn My Eyes”. Per non parlare dei Meshuggah, che seppero rielaborare l'universo post-panteriano per farne un genere nuovo di zecca (il djent). Gli Extrema, toccato l’apice della fama con una opinabile collaborazione con gli Articolo 31 (sulla falsa riga degli esprimenti rap degli Anthrax con i Public Enemy), sarebbero poi montati sul carrozzone del nu-metal, svendendosi al migliore offerente ma perdendo per sempre il rispetto dei fan della prima ora. Ahimè, il “tradimento” non avrebbe portato i frutti desiderati in termini di successo e l'interesse per gli Extrema si sarebbe velocemente spento. 

Gli In.Si.Dia, che invece guardavano ad un thrash d’antan, si giocarono la carta della lingua italiana: l’esperimento poteva avere il suo perché, ma alla fine la band per vari motivi andò incontro allo scioglimento, lasciandoci la certezza che la lingua italiana non si adattasse molto alle esigenze del metal. Con la lingua italiana avrebbero avuto più fortuna i Timoria, che, grazie anche ad uno spiccato gusto melodico ed alla grande voce di Francesco Renga, avrebbero raggiunto una discreta popolarità in Italia. Peccato che la scissione fra la band e il loro cantante avrebbe portato alla rinuncia di quelle poche componenti metal presenti nel loro sound ed alla predilezione di sonorità da alta classifica (sulla carriera solista di Renga stendiamo un velo pietoso). 

Lasciamo perdere Videomusic ed MTV e torniamo nel prolifico underground metallico dell’epoca: erano ancora gli anni novanta e l’apertura alle contaminazioni più disparate che il metal visse in quei giorni condusse il nostro metal a percorrere nuove strade. Paradossalmente la terra del sole e del mare continuava a dare il meglio in campo estremo. Due esempi edificanti: i Sadist, grazie all’estro del funambolico Tommy Talamanca (diviso fra chitarre e tastiere), si facevano artefici di un originale technical death metal dal gusto squisitamente progressivo: roba che poteva rivaleggiare con nomi del calibro di Pestilence e Cynic. I Novembre dei fratelli Orlando, partiti da un ferale gothic/black metal (che tuttavia non rinunciava a certi influssi di cantautorato italico), avrebbero anticipato di anni le forme libere e destrutturate di certo metal del nuovo millennio. I Nostri percorrevano tracciati non distantissimi dai colleghi Opeth e Katatonia, ma con quel tocco di mediterraneo che palesava la volontà di forgiare qualcosa di specificamente locale, in un contesto, quello del metal estremo dell’epoca, che vedeva il Nord Europa dominare con montagne innevate, foreste di conifere e saghe di vichinghi. 

Il black metal, così come professato in terra scandinava, si prestava ad essere l’espressione delle forze della Tradizione, per questo anche in Italia la scena black metal viveva di forti peculiarità autoctone, convincendo con nomi come Opera IX, Mortuary Drape e Necromass. Operazioni che, tuttavia, venivano penalizzate da produzioni artigianali ed una distribuzione non all’altezza. Gli Inchiuvatu, da parte loro, forgiavano un curioso black metal in salsa sicula, i Crown of Autumn, nel mentre, rispolveravano i fasti del Rinascimento; Stormlord, Graveworm e Theatres des Vampires si gettarono a corpo morto in ambientazioni epico-sinfoniche, ma è significativo il dover constatare che tutte queste band si ponevano come varianti di un modello estero predominante (quello ruvido e minimale proveniente dalle lande nordiche oppure la sua declinazione sinfonica delle brughiere inglesi). 

Evol e Monumentum costituivano un caso a parte nell'universo black, preferendo battere lidi folk/ambient. I secondi, guidati dal giornalista Roberto Mammarella, godettero di una sovraesposizione mediatica per il fatto di essere stati prodotti dalla Deathlike Silence Productions  di Euronymous: quanto agli esiti discografici, la loro formula traballava e l’atmosfera sfociava più che volentieri nella noia. 

Il black metal avrebbe iniziato a dire cose ben più interessanti successivamente, grazie a nomi come Forgotten Tomb, Aborym e Void of Silence, con i primi a cimentarsi (per primi in Italia) nel depressive black metal, i secondi a favorire pulsioni electro-industrial del tutto inedite per il genere, i terzi (i miei preferiti) in visioni (folk) apocalittiche, anch’esse innovative (per loro verrà coniata ad hoc l’etichetta di apocalyptic doom). 

Sull’onda del power metal europeo, erano emerse nella seconda metà degli anni novanta nomi come Arthemis, Domine, Drakkar, White Skull, produzioni finalmente professionali che supportavano, come già successo in passato, proposte ben poco originali (con un interesse per le saghe vichinghe del tutto fuori luogo). In contemporanea cresceva un solido movimento prog/power, i cui frutti fin dall’inizio sembravano più gustosi e convincenti. Formazioni come EldritchDGM, Athena e Time Machine si distinsero con onore nell'ambito, ma fu grazie ai Labyrinth e in modo particolare ai Rhapsody (of Fire) che si sarebbe iniziato a parlare di Italian Power Metal.

Di lì a poco, infatti, sarebbe sorta una rigogliosa scena power/prog che negli anni duemila avrebbe brillato grazie a nomi come Vision Divine, Secret Sphere, Pathosray (tanto per farne solo tre): una formula, questa, che riusciva a tirare fuori il meglio dai nostri musicisti, il più delle volte estremamente preparati ed ispirati da un innato talento melodico. In questa formula la grande tradizione rock progressiva degli anni settanta si riallacciava al patrimonio della musica classica del nostro paese, restituendo peraltro un "cappello nazionale" ad un power metal che guardava essenzialmente ai modelli teutonici e nord europei. Se proprio si vuol parlare di metal italiano, forse il modo più corretto per farlo è riferirsi al movimento power/prog di fine anni novanta-inizio anni duemila. A questo fenomeno si sarebbe poi affiancato un filone folk/epico di tutto rispetto (Elvenking, Furor Gallico, Folkstone): buone proposte che tuttavia stentavano ad affermarsi fuori dai confini nazionali. 

Parallelamente a tutte queste proposte, si registrava l’ascesa inarrestabile dei Lacuna Coil, germogliati come una gothic metal band nella media (niente di speciale in confronto ai competitor europei), poi decollati nel terzo millennio per divenire probabilmente la band metal italiana più popolare di sempre. Un successo che perdura fino ai nostri giorni, ma che da un punto di vista artistico paga il dazio ad un’indulgenza marcata verso sonorità mainstream. Decisiva fu l’influenza degli inconsistenti Evanescence che avrebbe condotto progressivamente all’appiattimento verso sonorità moderniste dalle forti connotazioni statunitensi. Di made in Italy, aggiungiamo noi, vi era stata solo la bellezza mediterranea di Cristina Scabbia.

L’importante, tuttavia, è che il mondo metal iniziasse a parlare di Italia. Nel corso degli anni duemila, il metal tricolore si sarebbe sparpagliato in una miriade di direzioni, non disdegnano territori alternative. Gli Ufomammut avrebbero provato a dire qualcosa di personale sul fronte dello stoner psichedelico, aiutati da un bell'apparato multimediale; Morkobot e Lento avrebbero invece detto la loro su quello del post metal, ma in nessuno di questi casi si sarebbe gridato al miracolo. Interessante il progetto sperimentale OVO, ascrivibile al mondo metal fino ad un certo punto (la miscela presentata dal duo mette insieme noise ed esoterismo). I Klimt 1918, dal canto loro, abbandoneranno presto le loro radici metal per sposare le cause del post-rock e dello shoegaze.

E il death metal? I massicci Hour of Penance portano tutt’oggi avanti con onore una tradizione, quella del death metal classico appunto, che in verità non si era distinta per grande prolificità entro i confini italiani (a memoria ricordo gli storici Electrocution, peraltro ritornati sulle scene di recente, autori di un death privo di particolari tratti distintivi). Gli Ephel Duath tentarono fuori tempo massimo la via di un avantgarde death metal già passato di moda da molti anni; i Disarmonia Mundi montavano invece sul carrozzone del melodic death metal, ma senza lontanamente avvicinarsi ai fasti né dei maestri del genere, né degli interpreti di seconda e terza generazione. I tanto blasonati Fleshgod Apocalypse, che paiono riscuotere successo anche all’estero, si distinguono per un death metal  tanto sinfonico quanto pacchiano (vuoi anche il modo di truccarsi dei componenti): in effetti la proposta  di per sé sarebbe anche originale, ma in qualche modo finisce per suonare poco genuina (sarà l’iper-produzione in stile Dimmu Borgir a togliere il sentimento?). 

Nell’anno di grazia 2020 possiamo dire che i Lacuna Coil continuano a riempire i palazzetti, rimanendo il vessillo più conosciuto ed apprezzato all’estero per quanto riguarda il metal italiano. Quanto all’altro gruppo importante, i Rhapsody of Fire, essi si ritrovano penalizzati dalla recente scissione che ha visto contrapporsi la band di Staropoli a quella degli ex Lione/Turilli (a proposito, molto valido il progetto di metal sinfonico Luca Turilli’s Rhapsody). Forse nel loro caso potremmo parlare di metal italico, in quanto, come si diceva, forti sono le influenze della tradizione classica italiana, ma purtroppo non si può dire che siano stati baciati dalla medesima popolarità della formazione capitanata da Cristina Scabbia, rimanendo un gruppo di seconda fascia dopo i colossi europei del power metal (Helloween, Blind Guardian e Nightwish su tutti). 

Può essere di consolazione il fatto che, culturalmente parlando, il "nostro metal" sia stato definitivamente accettato ed apprezzato entro i confini nazionali, senza pregiudizi esterofili come è accaduto in passato. Da questo punto di vista, si è inoltre registrato un miglioramento nelle produzioni, nel tour management e nell'organizzazione degli eventi, con un'industria musicale sempre più interessata ad un pubblico che, più di altri, si mostra ancora disponibile a comprare dischi ed andare ai concerti. Quanto all’estero, la consacrazione definitiva del metal italiano deve ancora avvenire, ma è innegabile che negli ultimi venti anni siano stati fatti discreti passi in avanti.