"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

21 ago 2022

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: HELLLIGHT


Ventesima puntata – HellLight: “As We Slowly Fade” (2018) 

Si completa la seconda decina di titoli che abbiamo selezionato per raccontarvi l’epopea del funeral doom. Se avevamo definito i primi dieci album come gli “Essenziali” era perché quei titoli avevano contribuito, più di altri, a descrivere i contorni di un nuovo sotto-genere. Questa seconda decina di album, invece, è servita ad illustrare al lettore come gli stilemi del funeral doom potessero essere modellati e come gli artisti ad essi consacrati potessero spaziare con estro e fantasia. Abbiamo visto i traguardi sinfonico/progressivi che il funeral doom ha saputo tagliare con band come Pantheist e Colosseum, abbiamo saggiato la variante blackish di Nortt e ci siamo persi con piacere nelle masturbazioni esoterico/psichedeliche dei Dolorian: nomi, questi, che hanno finito con l'assumere lo status di storicità all'interno del genere e che pertanto potevano benissimo figurare nel primo gruppo, se solo vi fosse stato spazio bastante per tutti. 

Completiamo questa seconda trance con un gruppo storico per davvero, attivo fin dal lontano 1996, ma che è approdato al primo full-lenght solo quasi dieci anni dopo con "In Memory of the Old Spirits" (del 2005). Parliamo dei brasiliani HellLight, autori anche di un secondo album (correva l'anno 2008) che si intitolava addirittura "Funeral Doom": titolo altisonante ma ingannevole, in quanto il trio di San Paolo non si è mai preposto l'obiettivo di farsi portavoce del genere, ma anzi ha percorso il suo cammino lungo sentieri periferici rispetto ai canoni tipici del funeral doom, fornendone una sua personale visione. Sono lenti, pesanti e dolenti, gli HellLight, ma anche fortemente ancorati a certo gothic-doom metal di novantiana memoria. Uno zuccherino, dunque, per tutti quei nostri lettori che non se la sentono di calarsi negli abissi profondi e melmosi del funeral doom più asfissiante...

Fondati nel 1996....un album intitolato "Funeral Doom"...la benedizione della Solitude Productions, etichetta che è una garanzia in campo funeral...tutto questo farebbe pensare alla tipica band seminale che solo per un destino avverso non è entrata nel gotha del funeral doom, ma in realtà le cose sono ben diverse ed anzi, scorrendo le varie recensioni, si nota sempre un certo malumore quando si legge degli HellLight, come se non fossero mai stati pienamente accettati dagli amanti del doom estremo. 

Stando alle "accuse" più frequenti, i Nostri sarebbero "colpevoli" di essere promotori di una versione soft e giudicata poco a fuoco del funeral doom, cosa che ha sempre lasciato interdetti gli addetti ai lavori, accigliati innanzi a continue interferenze da parte di stilemi del metal classico, in particolare negli assoli di chitarra e nell'abuso di epiche clean vocals, quest'ultime peraltro non esenti da sonore stecche. Complicava le cose una iconografia tipica da band black metal, con pentacoli in ogni dove, cosa che aumentava le perplessità dell'ascoltatore, continuamente sospinto fra gli estremi di un death doom di vocazione essenzialmente melodica ed un funeral che si palesa principalmente nel growl strascicato e nella lunghezza dei brani, indubbiamente consistente.  

Scegliamo dunque un lavoro recente di questi "finti veterani" perché ci è voluto del tempo affinché i Nostri trovassero un equilibrio soddisfacente nel disporre le varie componenti che caratterizzano il loro sound. Se i primi album ci suonano ancora un po' naif e penalizzati da un dilettantismo che, sia in sede di composizione che in ambito realizzativo, hanno azzoppato buone intuizioni, "As We Slowly Fade", targato 2018, rappresenta invece il vertice di una fase virtuosa per la band che proprio negli ultimi anni ha saputo inanellare un centro dopo l'altro. 

La formazione ruota attorno al leader e fondatore Fabio De Paula, chitarrista, tastierista e anche cantante. Ed è costui a fare il buono e il cattivo tempo negli HellLight, con il valido supporto del bassista Alexandre Vida (in organico dalle origini della band) e della new entry Renan Bianchi, dietro le pelli a partire da questo album. Sessantacinque minuti di ordinanza e brani che in media corrono sui dieci minuti sono il medium che la band ha scelto per descrivere il sentimento di dissoluzione evocato fin dal titolo e ribadito nella copertina, il cui tema astrale ci fa pensare ad un processo entropico pronto ad annientare, lentamente, l'Universo intero. Ma ciò avviene con l'eleganza e la policromia di un sound fluido e ben orchestrato, questo va riconosciuto. 

La maestosa title-track, posta in apertura dopo una breve intro, già mostra tutte le caratteristiche del platter: linee di chitarra lussureggianti (ancora una volta il riferimento sono i primissimi Anathema e gli imprescindibili My Dying Bride), qualche riff gelido in stile black metal - a rimarcare la tendenza a far confluire esperienze di metal estremo anche distanti - ed una prova vocale eclettica che sa alternare recitato, scartavetrante growl ed epico pulito. Chiude la partita un assolo superlativo a riconfermare quell’amore che la band nutre da sempre per il metal classico. Unica pecca: lo schema strofa/ritornello rende prevedibile lo sviluppo di un brano di quasi dodici minuti, cosa che indubbiamente non è un bene e che toglie punti ad una proposta di indubbio fascino. Un esempio su tutti: il ritornello in voce pulita è bellissimo, un canto eroico che sembra mettere insieme Ronnie James Dio e Bathory, eppure ripetuto per tre volte finisce per perdere inevitabilmente forza emotiva. Questo tuttavia non pregiudica più di tanto la bontà del prodotto: in fondo lo stesso problema penalizzava certe composizioni dei Pantheist del loro imperdibile esordio, che invece nessuno si sente di criticare.

Sebbene i brani procedano con estrema lentezza l’ascolto risulta scorrevole, grazie ad intarsi chitarristici di gran gusto, le onnipresenti tastiere che danno ulteriore spessore agli imponenti riff, una sezione ritmica attenta ad inserire preziose variazioni laddove è possibile e che si concede persino un passaggio in blast-beat ad esacerbare i toni al termine di “While the Moon Darkens”. Curiosi, ma emblematici, i break arpeggiati in “The Ghost” che evocano le ambientazioni di certe suite dei tardi Iron Maiden, rimarcando ancora una volta la passione per il metal tradizionale da parte del trio. 

Da sottolineare i passi avanti sui registri puliti compiuti dalla voce di De Paula, non certo impeccabile dietro al microfono ma dal gran cuore. La produzione cristallina lo supporta nell'evitare le stecche più dure e rende persino possibile la presenza di una pseudo-ballad interamente cantata in pulito: parliamo della conclusiva “Ocean”, altri undici minuti di afflizione sonora, ma questa volta attraverso i rintocchi tragici del pianoforte, canto femmineo e porzioni di doppia-cassa ancora a mischiare le carte in tavola. Passano gli anni e la proposta dei brasiliani continua a far convivere momenti di alto livello ad ingenuità che chi ha quella storia e quell’esperienza dovrebbe essere in grado di evitare. Ma se in fondo questa è la cifra stilistica dei Nostri, non vedo perché non dovremmo rispettarla almeno per quanto riguarda le scelte stilistiche. 

Molti puristi usciranno perplessi da questa esperienza, certo, ma era nostro dovere non ignorare questa importante e longeva realtà che, insieme agli argentini Fungoid Stream e ai cileni Mar De Grises e Procession, rappresenta la bandiera del funeral doom sudamericano nel mondo