Ai cancelli dell'Inverno Eterno: Jääportit - "Kauan Koskematon" (1999)
Dopo aver passato in rassegna quelli che secondo noi sono stati i nomi più significativi del dungeon synth novantiano (la cosiddetta first wave of dungeon synth), ci permettiamo una piccola deviazione di percorso, ma senza allontanarci troppo dalla via maestra.
Tuomas Mäkelä è un artista libero, compositore e sound-designer visionario, abile poli-strumentista ed arrangiatore che nel corso della sua carriera quasi trentennale ha saputo spaziare fra i diversi generi realizzando album con il progetto Jääportit, ma anche lavorando per cinema, TV, radio, pubblicità, sempre mantenendo una solida e coerente visione artistica. Non a caso sul sito ufficiale dei Jääportit campeggia in bella mostra lo slogan: “From Winter Dungeon Synth to Electronic Ambient Frost-Rock”.
E se è vero che nel corso degli anni il suo suono si sarebbe arricchito di elementi mutuati dall’elettronica, dall’ambient, dal post-rock, dalla psichedelia e dal progressive, le origini del suo percorso sono ben radicate entro i meandri del dungeon synth. O, per meglio dire, del winter synth...
Ma cosa cazzo è anzitutto il winter synth?
Winter synth è una etichetta volta ad identificare uno specifico filone di sonorità volte a rappresentare maestosi paesaggi invernali: un'area sonora adiacente al dungeon synth, con il quale condivide importanti sovrapposizioni tanto che potremmo considerarli diverse sfumature del medesimo approccio alla composizione e alla realizzazione di musica.
Rispetto al dungeon synth, il winter synth tende ad essere più minimalista e più propenso a confondersi con il dark-ambient e la drone-music. Ha un approccio, se vogliamo, più contemplativo, paesaggistico, meditativo: non a caso il tema maggiormente ricorrente è la stagione invernale, immersa ovviamente in un contesto di paesaggio naturale. Dunque foreste, montagne, distese desolate, il tutto celebrato in un tripudio di ghiaccio, neve e gelo.
Rispetto al dungeon synth, il winter synth tende ad essere più minimalista e più propenso a confondersi con il dark-ambient e la drone-music. Ha un approccio, se vogliamo, più contemplativo, paesaggistico, meditativo: non a caso il tema maggiormente ricorrente è la stagione invernale, immersa ovviamente in un contesto di paesaggio naturale. Dunque foreste, montagne, distese desolate, il tutto celebrato in un tripudio di ghiaccio, neve e gelo.
La sensazione complessiva è di “spazio aperto”: il winter synth ha un carattere più disteso rispetto al dungeon synth, che invece tende a rinchiudersi in sotterranei, prigioni, segrete, castelli ecc. Traendo ispirazione dalla Natura, il winter synth tende a coglierne la bellezza e la maestosità, aspetti che si ripercuotono nella sostanza dei suoni e delle melodie, ipnotiche e votate a mimare il respiro millenario della natura. Per questo motivo le composizioni del winter synth non necessariamente si incaponiscono su atmosfere cupe ed oscure, bensì vanno a tratteggiare, pur con uno sguardo tendente al malinconico, la grandiosità, la purezza e l’incommensurabilità di un paesaggio naturale incontaminato.
Tecnicamente parlando, laddove il dungeon synth ama indugiare su una strumentazione retrò e suoni sintetizzati ai limiti del parodistico, il winter synth sembra avere un approccio meno ingenuo e "bambinesco", offrendo di solito prodotti professionali e curati nei suoni e negli arrangiamenti, lambendo il confine con le produzioni più nobili di ben più celebrati sound-designer contemporanei.
Quanto alla storia del winter synth, Tuomas Mäkelä è senz’altro da considerare fra i primi mover, se non il primissimo in senso cronologico, visto che il progetto Jääportit (dal finlandese “I cancelli di ghiaccio”) viene avviato nel 1997 e il primo EP (“Halki Lumisen Metsän”, anno 1998) viene indicato come la prima manifestazione in assoluto di winter synth su questo mondo. Ovviamente si parla di una definizione che è stata data successivamente. Diciamo dunque, più semplicemente, che il Nostro sarebbe stato fra i primi a concentrarsi su una musica ambientale votata alla celebrazione di gelidi scenari invernali...
Fra gli altri pionieri di questo sotto-genere scoviamo anche una nostra vecchia conoscenza: lo svizzero Wintherr, meglio noto sotto le insegne di Darkspace e Paysage d’Hiver. Proprio sotto l'egida dei Paysage d'Hiver (già dal monicker incentrati tematicamente sull’inverno) il Nostro realizzava nel 1998 la demo “Die Festung”, non altro che una coerente divagazione ambient rispetto ai binari del fosco atmospheric black metal di marca burzumiana professato dal progetto. Nonostante l'accantonamento della strumentazione "metal", questo album di sole tastiere rispecchia in pieno la visione artistica del musicista elvetico, offrendo quattro lunghe tracce che traggono ispirazione principalmente dalla cosmic music di settantiana memoria per ergere un imponente monolito di ghiaccio che si colloca con grande credibilità nella nutrita discografia della leggendaria one-man band. Insomma, un altro valido lavoro che siam costretti a sacrificare nella nostra rassegna per motivi di mero spazio. Gli abbiamo infatti preferito “Kauan Koskematon”, epocale opera prima rilasciata a nome Jääportit nel 1999.
Come da copione la copertina (ad opera dell’artista finlandese Aslak Tolonen e dal titolo “Tyhjä portti” - in italiano “Cancello vuoto”) instrada l'ascoltatore entro gli umori dell’album: 40 minuti divisi in otto tracce che conservano una loro individualità pur scandendo il lento respiro di un unico viaggio. Si è già detto: con il tempo Mäkelä avrebbe espanso la propria visione artistica, ma il suo debutto è ancora immerso fino al collo negli elementi stilistici classici del primo dungeon synth. Del resto lui stesso avrebbe affermato di aver avviato il progetto con ben in mente la musica di Mortiis, Dead Can Dance ed Arcana (per chi non li conoscesse gli Arcana sono validissimo progetto ethereal-folk/dark-ambient promosso in origine dalla lungimirante etichetta svedese Cold Meat Industry).
L’impressione di ambivalenza fra dungeon synth ed altre sonorità diviene palpabile ascoltando l’ottima opener “Askeleet Valottomuuteen”: da un lato suoni nitidi e potenti, gli intrecci melodici memorabili che fanno intendere che lungo i tasti si muove una mano sapiente ed animata da una mente lucida e dotata di raziocinio, non solo per la bellezza delle costruzioni sonore, ma anche per il modo con cui i temi melodici si alternano, si incrociano e si ripetono; dall’altro, elementi inequivocabilmente dungeon synth, come il flavour fantasy conferito dai rintocchi di campane, le percussioni marziali che imprimono tensione e le minacciose spoken words che ricordano Varg Vikernes quando farfuglia e non strilla.
A parte questi fugaci e per nulla invadenti inserti vocali, il resto dell’album è totalmente strumentale. I tre pezzi che seguono ci forniscono altri tasselli importanti del mosaico: la title-track si discosta un poco dai reami del dungeon per mettere in mostra un approccio più elettronico e vicino alle scorribande cosmiche dei Tangerine Dream con note vorticose che in sottofondo pulsano ed innervano di un afflato metafisico i gelidi sentieri scavati nella neve dai possenti tappeti di tastiere. “Unohdetut Lumouksen Unelmat”, invece, spezza la tensione con un bell'incipit di pianoforte - seguiranno epici accordi di tastiere incalzati da basso e timpani a rinforzare la marcia implacabile di memorabili melodie. “Kauas”, invece, offre l’immancabile motivetto medievaleggiante con percussioni ed inserti di flauto, ribadendo l’aderenza ai cliché del dungeon synth.
Le caratteristiche riscontrate in questo primo poker di brani (dotati di tratti distintivi, ma anche atti a comporre un insieme coerente ed omogeneo) verranno ripresentati nella seconda metà dell’album: “Tulensinisen Hohto” imbastisce minacciosi scenari fantasy attraverso ampi accordi e contagiosi giri di tastiera; “Talvenkaltainen” si abbandona a divagazioni più dispersive - un passo meditabondo fatto di assenze, effetti ambientali e synth ondeggianti; “Hänen Jäätävä Katseensa” si impone fra i momenti di maggior pregio del lotto, forte di un solido pattern di clavicembalo; “Kohtalon Sinetti”, infine, pone il sigillo finale dell’opera con suoni pomposi ed auto-celebrativi che da un lato riprendono i toni trionfali della traccia di apertura e dall'altro si lasciano dietro un sentore di pura astrazione.
Gettando uno sguardo più ampio a quella manciata di anni, non sono tanti gli album che possono essere oggi etichettati come winter synth (ripeto: una definizione posticcia che raccoglie i contributi più disparati, accomunati dal tema del paesaggio invernale). Nel 1999 sarebbe uscito “Child of Cold” dei Cain, nel 2001 “Vinterdrøm” dei Mittwinter, nel 2002 “Winter Embrace” degli Altus, giusto per fare altri nomi. Ma allo stesso ritmo con cui un enorme ghiacciaio va a sciogliersi, prima in modo impercettibile, poi in modo più irruente e manifesto sotto forma di una valanga, anche il fenomeno del winter synth andrà progressivamente ad accrescersi, proliferando molto lentamente all'inizio per poi crescere in modo esponenziale nel corso degli anni con nomi come Jötgrimm, Vinterriket, Svardun, Yarner, Winter Sphere, Guild of Lore, Snowspire, Witan, Aindulmedir e molti altri, fra cui vorrei includere anche gli italianissimi (e prolificissimi) Winterblood ("Polar ambient from Florence"!).
Quanto a Mäkelä, il Nostro avrebbe continuato il suo cammino incurante del ruolo che il suo operato, almeno all'inizio, aveva giocato nella genesi del nuovo sotto-genere. Il secondo lavoro sarebbe uscito sulla lunga distanza, addirittura cinque anni dopo: “Uumenissa”, del 2004, pur conservando una impostazione essenzialmente minimal, già si sarebbe smarcato dalle caratteristiche tipiche del dungeon synth approdando alle eleganti forme di un sofisticato ambient che manteneva al centro del proprio sguardo i maestosi paesaggi invernali della madrepatria, la Finlandia. Con “Avarrus” (del 2006) si sarebbero rotti gli ultimi indugi pervenendo il Nostro ad una eterea ed atmosferica forma di post-rock: formula che poi si sarebbe ulteriormente perfezionata in occasione dei successivi “Voimasuo” (2009) e “Jääportit” (2018). In questi ultimi tre album, al suono tipicamente glaciale del progetto, si andavano ad aggiungere strati di beat elettronici, chitarre, effettistica e persino voci femminili, finendo per plasmare una proposta trasversale che potrebbe seriamente piacere a fan di artisti "fluidi" come Ulver, Fennesz, Sigur Ros e Porcupine Tree (quelli più astratti, elettronici ed ambient).
Quanto a noi, ci stendiamo seraficamente sul manto di soffice neve di queste lande metafisiche, specchio della nostra anima, e ci iberniamo per una decina di anni in attesa che le sonorità dungeon synth si risveglino all’alba degli anni dieci del nuovo millennio...