Marcellino Trouvé va alla guerra ("Marcellin s'en va-t'en guerre", 2016) : un viaggio che inizia sulla scia di una illusione entusiastica: E’ guerra! Senz’altro sarà gloriosa ("C'est la guerre"). Dopo di che, parte il percorso quasi iniziatico di Marcellin che crede di trovare nella guerra la propria realizzazione di uomo, a costo di una morte prematura, il battesimo del fuoco, letteralmente. Non fraintendiamo: la sequenza illusione-disillusione non è riferita tanto all’orrore della guerra che annulla l’entusiasmo per una guerra idealizzata e immateriale, ma proprio, letteralmente, la presa di coscienza che la sola spinta di volontà non è sufficiente a determinare la vittoria. Verdun sarà, in questo senso, l’inferno psicologico ("L'enfer de Verdun"): migliaia di volontà tese al massimo e allo stesso tempo impotenti. Il nemico ha volontà altrettanto ferree e né la storia, né il destino prendono le parti di uno dei contendenti: gli dei si dividono nel sostegno alle fazioni, come nella guerra di Troia, e le tengono in un esasperante equilibrio di offensive e controffensive. Se Dio non è, come dicono i soldati del Kaiser, con loro (Gott mit uns), neanche sta con i Francesi. Musicalmente, si susseguono brani che partono da una devozione infantile alla patria per approdare ad una adulta ricerca dell’ultima trincea.
Il secondo album, "Verdun!" (2018), è l’episodio più duro e indigesto che ben rende il senso di blocco
e di assedio reciproco. Siamo nel 1916, 200 Km da Parigi: un gruppo avanza, l’altro
retrocede, ma cerca anche, attaccando le retrovie, di chiuderlo in una sacca. Mid-tempo e cavalcate creano un
clima sospeso, quasi che in quel nodo si svolgesse una battaglia dalla furia inenarrabile,
continua. Verdun era un obiettivo “morale”, e come in altri casi in cui i
generali si fissano sul dover per forza passare da una città (vedi Stalingrado),
si entra in una mistica bellica in cui si ripone la speranza della vittoria in
uno scardinamento morale dell’intero fronte tramite un punto singolo. Più i
combattimenti si susseguono, più Verdun diventa una fortezza estesa, con un
sistema sotterraneo di servizi protetti e collegamenti, fulcro di azioni che però consistono di scommesse sull’efficacia
di attacchi a sorpresa, aggiramenti, etc. E’ l’album in cui sento maggiormente
echeggiare quella mancanza di speranza e di prospettiva degli scenari bellici
musicali dei Bolt Thrower, con la loro ronda infinita di schiacciasassi. La
sensazione è che siamo, a fine disco, inchiodati nello stesso punto iniziale,
nonostante movimenti che si sono susseguiti: infatti, anche storicamente fu così,
perché la battaglia di Verdun non segno una svolta nella guerra, nonostante il
milione di soldati che in 6 mesi vi persero la vita.
"Aisne 1914" (2022). Immagini stranianti, come quella del tempo di marcia che supera i momenti di guerra, degli assalitori che divengono prede nella ritirata, dei quartier generali che non riescono a stare al passo con l'avanzata delle prime linee. I soldati riconquistano il suolo francese, e mangiano pane dei sassoni invasori con lo champagne dei contadini liberati. Ma è tutta un'illusione, solo uno dei tanti momenti di un estenuante braccio di ferro sul confine franco-tedesco: di lì a poco l'equilibrio delle forze si ribalta e la ritirata lascia indietro i cadaveri, e la “forma della vittoria” si fa di nuovo confusa. Sono le gesta del 57° Battaglione, uno di quelli che resistette quasi come uno spasimo oltre il suo stesso annientamento: il battaglione è quasi l'ombra di sé stesso, ma dopo queste settimane di sforzi, è un'ombra determinata a resistere a ogni costo.
La narrazione musicale di questi sentimenti alterni di entusiasmo e di sconforto, sempre sul filo di una uguale tensione. Il pianoforte contrappunta ricordandomi gli arrangiamenti degli austriaci Angizia. L'orrore è visualizzato solo in squarci di riflessione, mentre il soldato cerca di concentrarsi sulle tattiche e sui calcoli da fare: il flusso di sangue impuro di tutti coloro che sono stati sacrificati, nel suo grande eccesso, inonda le trincee. Non mancano le critiche alla strategia dei generali, accusati di basarsi solo su un'offensiva totale, senza prevedere e organizzare una strategia difensiva, per evitare le decimazioni in fase di ritirata, o gli attacchi suicidi
I 1914, invece, si pongono in maniera diversa già dall’inizio. La loro guerra è mostruosa, disumana. Quell’elemento di fascinazione che negli FT-17 rimaneva a livello mistico-ideologico, qui è spazzato via già nelle premesse.
Voglio
dire: che due nazioni possano confrontarsi in maniera cruenta per decidere chi
debba prevalere è cosa umanamente inevitabile, ma il risultato di una guerra è
la decimazione di generazioni di persone più o meno partecipi delle ragioni del
confronto. Se i soldati degli FT-17 non esitavano, anche se spaventati, i 1914 raccontano
di una semplice inerzia del comando, del “così va il mondo”, anche quando si
tratta di un gregge che va al macello. Si tratta del resto di un “macello” come
alternativa a quello della sopraffazione da parte del nemico.
I
1914 guardano alla guerra da un punto di vista eccentrico: dall’Ucraina
contemplano i vari focolai di scontro, ovviamente con risalto particolare anche
in questo caso al fronte franco-tedesco.
Il primo album, Escatologia della guerra (“Escatology of War”, 2015), è una panoramica su vari quadri bellici: la guerra invernale nel gelo ("Frozen in Tranches"), i gas nervini ("Gasmask"), gli Arditi e la loro religione del sangue ("Arditi"), l’assalto degli Ottomani all’ordine di Ataturk ("Ottoman Rise") non di combattere, ma di morire. L’approccio 1914 è più death, sicuramente: un’elegante rappresentazione dell’assenza di vie d’uscita, di una fatale discesa dentro il destino autodistruttivo di un ingranaggio collettivo di morte.
Dove
non arriva la potenza delle armi, l’individuo stesso si fa bomba umana o
incursore che sprezza il pericolo. Dove non arrivano le baionette arriveranno i
cannoni, ma la morte utilizza anche vie nascoste, sia sottomarine, con gli
U-Boot tedeschi, sia chimiche, con i gas nervini. La fantasia sterminatrice produce
anche delle soluzioni pittoresche e grottesche, come gli attacchi delle cosiddette
“salsicce volanti”, i dirigibili Zeppelin ("Zeppelin Raids"). O anche il l’A7V tedesco ("A7V Mephisto"), un trattore
convertito a mezzo corazzato d’assalto, con l’agilità di uno di quei giocattoli
di latta d’epoca che si trovano sulle bancarelle degli antiquari, con l’aspetto
di enormi scarafaggioni, la versione pachidermica dell’FT17 francese.
Man a mano che il tempo passa, i paesi de mondo sembrano facciano a gara per versare il loro contributo di sangue, come poi avverrà anche nella Seconda Guerra Mondiale. La dimensione globale e collettiva della guerra è paragonata alla fine del mondo, con gli uomini che sono magnetizzati in maniera terribile verso il suo buco nero. Ognuno ci finisce per la via che crede valida e sensata: in questo, senza negare il fatto che alcuni potessero avere ideali, altri semplice devozione per la patria, altri ancora senso del dovere comunitario, ogni visione e movente dell’animo, dal più nobile al più materiale, sono equiparati dall’azione livellatrice della morte. Il generale e il soldato sono il cieco che guida il cieco ("The Blind Leading the Blind", 2018).
Da
qui l’augurio alle persone di “morire soli”, che sembra quasi paradossale, ma è
uno spontaneo grido di ribellione alla morte collettiva della guerra. È anche
uno spunto misantropico: l’uomo, per poter almeno morire in pace, bisognerebbe
che fosse solo: grazie ai suoi simili invece morirà magari in una pila di cadaveri
falciati da un mitra su un campo fangoso.
Va detto che la guerra death è inizialmente più pesante di quella black, ma l’eleganza stilistica degli 1914 consente di navigare in questo “bestiario” umano in maniera amorale e satura di sensazioni. In "Where Fear and Weapons Meet" (2021), chi dette la scintilla per lo scoppio delle ostilità, Gavrilo Princip, con la sua pistola semiautomatica FN 1910 380, è quasi un profeta della distruzione, investito dalla morte di un ruolo storico ("FN .380 ACP#19074").
I 1914 stanno alla guerra come i Carcass stanno al corpo umano: per loro, quel descanting the insalubrious (decantare il patologico) che era la poetica del death da sala settoria, è la narrazione in presa diretta della distruzione bellica.
L’umanità
è una malattia. La guerra è la disinfezione; dello spirito, per alcuni, dell’umanità
per altri. In entrambe le visioni, non ci sono vinti, vincitori e cause giuste,
ma solo lo slancio cieco e disilluso per una vittoria già mancata .E la storia
come percorso attraverso cicli di distruzione.
A cura del Dottore
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