“Hobbit themed dungeon synth From Athens, Georgia, USA”: questa definizione (tratta da Discogs) dice già molto, ma non tutto, sul progetto Hole Dweller. Scenderemo poi nei dettagli del suono, ma quello che possiamo dire è che “Flies the Coop”, debutto targato 2019, è un gioiellino che mette d’accordo un po’ tutti, difensori delle istanze della vecchia scuola ed amanti delle sonorità più recenti del dungeon synth, ossia quelle orientate alla perlustrazione di ambientazioni fantasy sui generis.
Questo grazie all’estro e all’ispirazione di Tim Rowland, l’uomo dietro al progetto, ma anche al recupero di certe ruvidità lo-fi che ci riportano alle origine del genere nella sua forma più pura e genuina.
Anche Tim Rowland (classe 1988) si è guadagnato la sua buona pagina su Metal Archives in quanto titolare di molti progetti gravitanti in area black metal (Cold Heart, Lothric, Walkiria) o death metal e derivati (Primal Gore, Peregrine, Alchemy of Flesh, Silent Vigil, Scupted Horror, Woccon). Il Nostro ha anche due progetti atmosferici, Bellkeeper e Hole Dweller, che intende tenere distanti stilisticamente come se fossero due dimensioni opposte e complementari. Se infatti con i primi egli non si pone limiti di sorta, quella di Hole Dweller è una musica più ragionata che si esprime tramite mezzi poveri (un unico sintetizzatore VST con quattro suoni che vanno dal flauto agli archi) e all’interno di un range espressivo ben delimitato.
Il suono professato sotto il monicker Hole Dweller, volutamente timido ed emotivamente cangiante, pesca tanto dall’universo del dungeon synth (Secret Stairways, Depressive Silence, Vindkaldr, Old Sorcery gli artisti citati) quanto dalle colonne sonore di videogiochi (Dark Souls, Final Fantasy VII, Silent Hill, Shenmue Donkey Kong Country). Va da sè che costituiscono una fondamentale fonte di ispirazione anche la letteratura di J.R.R. Tolkien e le colonne sonore di film horror del passato. Ad aumentare il tasso di “nerditudine” aggiungiamo il fatto che il Nostro è un appassionato giocatore di Lord of the Rings Online (dove egli opera nel ruolo di un hobbit) ed ama esplorare la Terra di Mezzo digitale (non chiedetemi cosa cazzo sia).
Nel 2019 il progetto Hole Dweller esordiva con “Flies the Coop” che si è ben presto guadagnato lo status di instant classic alla categoria “fantasy synth”. “Flies the Coop”, tanto per cominciare, viene distribuito in cassetta e si presenta con una bella copertina verdognola ritraente un hobbit (fra Bilbo e Frodo scommettiamo su Bilbo?) che si sfumacchia placidamente la sua erba pipa. Nemmeno 29 minuti per 10 tracce oscillanti fra 2 e 4 minuti: quel che è certo è che il Nostro non si muove nel modulo della suite infinita di mortiisiana memoria.
Del resto il tema prediletto del Nostro è la vita degli Hobbit, esseri minuti per eccellenza: per statura ma anche per abitudini ed ambizioni, salvo poi, loro malgrado, ritrovarsi protagonisti di mirabolanti avventure. La musica che si incarica di descrivere questi esseri, dunque, si fa comprensibilmente semplice, raccolta e priva di ogni pomposità eroica, senza però rinunciare alla grandezza di spirito e a quelle qualità che rendono gli Hobbit grandi nonostante la loro piccolezza fisica: onestà, rettitudine morale, ostinazione, una certa arguzia e, quando necessario, un coraggio sorprendente!
E queste in fondo sono le caratteristiche di queste brevi composizioni che, facendo leva principalmente sull’estro melodico del loro artefice, ci conquistano con la semplicità di intecci strumentali assai basici ma efficaci: quelli classici del dungeon synth in cui una mano costruisce melodie saltellanti e l’altra le accompagna con calorosi accordi. Sullo sfondo: suoni grezzi di tastiere in stile Casio anni ottanta (come è giusto che sia!), effetti ambientali e il fruscìo di registrazioni casalinghe probabilmente fatte con un otto piste.
Insomma, una sorta di “Terra di Mezzo” fra i Lamentation e Fief, se mi passate la semplificazione. Se infatti molto modern dungeon può essere tacciato di sofisticatezza per via di suoni cristallini ed arrangiamenti elaborati (pensiamo allo stesso Fief o al prodigioso Malfet), il buon Rowland mantiene una ruvidità di suono (un vero marchio di fabbrica, visto che questo aspetto persisterà anche nelle produzioni più recenti) che ci riporta a quella magia analogica, quel fascino artigianale che ha reso ammalianti quei lavori degli anni novanta che, incisi su cassette e distribuiti amatorialmente, hanno costruito il Mito del dungeon synth.
Per capire quello che sto dicendo, premete play (si far per dire) ed immergetevi ex abrupto nelle note sgreciolanti da vecchio vinile (anche in questo caso si fa per dire) di “With Dreams of Adventure, I Smoke from my Longpipe Beneath the Stars” (un titolo quasi più lungo del brano stesso!). Dico ex abrupto perchè la riproduzione sembra partire a brano già iniziato, fra il gracidar di rane ed un organetto che ricorda (anche qui si prenda il paragone con le pinze) certe atmosfere bucoliche dei brani più folkish dei Led Zeppelin se i Led Zeppelin fossero stati degli anni ottanta: una immagine grottesca che tuttavia potrebbe in qualche modo cogliere la peculiarità di questa musica.
Una musica che conserva da un lato un flavour settantiano, come se fosse stata composta, ma mai incisa, da qualche ignota e misteriosa occult rock/folk band degli anni settanta. Ma dall'altro è come se, ritrovati quegli stessi spartiti in uno scrigno misterioso, questa musica fosse stata portata in vita da un ispirato pianista di pianobar in una balera di periferia degli anni ottanta. Perchè alla fine l’effetto ottantiano finisce per prevalere, si pensi a brani come “Memories in Wildflower and the Setting Sun”, forte di bellissime melodie che si stampano subito in testa; la spettrale “Have My Eyes Seen a Phantasm in the Shadow of Camp?”, sconfinante nei territori della colonna sonora di film horror fra possenti accordi di organo e synth fantasmatici; “Morning Rain by the Overhill Yards, a Harvest of Wet Lumber”, la quale recupera quella epicità che è prerogativa del genere. Una epicità che, più che affondare le grinfie nella musica celtica o nel foclore medievale, sembra appartenere a colonne sonore di film fantasy o videogiochi (e non è un caso che a venire in mente più volte siano gli illustri predecessori Casket of Dreams).
Salvo qualche impennata, a prevalere è tuttavia un mood più intimo e commovente, quasi da pubblicità della Pasta Barilla (sempre degli anni ottanta!), ricordate? Con quel padre che, in viaggio per lavoro in posti lontanissimi, ritrova nella tasca della giaccia un fusillo messo lì dalla figlioletta per rammentargli il calore di casa.
Che la classe non è acqua si capisce ascoltando gli altri bei lavori del progetto, ad oggi sette in tutto. Fra questi troviamo ben due sequel del brillante debutto, “Flies the Coop II” (del 2020) e “Flies the Coop III” (del 2024), a rimarcare l’importanza di questo piccolo grande capolavoro del dungeon synth, o fantasy synth che dir si voglia!
