Ci siamo lasciati nella seconda puntata della Rassegna con il doveroso riferimento al primo live album della band.
Riprendiamo qui con gli album in studio, perché ora arrivano due carichi da 90…
“A Farewell to Kings”
(29/08/1977): per il sottoscritto, codesto è l’album dell’intera discografia dei
canadesi che ascolto con maggior gusto. Ci spingiamo a sostenere che in questi 37' troviamo, grazie ad una scrittura compatta
e totalmente a fuoco, la summa del Rush-pensiero.
Con maggior spazio dato alle
tastiere di Lee, il sound dei Nostri riesce a bilanciare in modo perfetto
l’approccio del prog settantiano di matrice britannica (Genesis su tutti) con
quel gusto radiofonico più marcatamente nordamericano. Ecco, quindi, che nella
tracklist troviamo sia le lunghe suite, (le mitiche “Xanadu” e “Cignus X-1_Book
1: The Voyage”) in cui le ambientazioni fantasy (nella prima) e sci-fi (nella
seconda) ci trasportano negli affascinanti concept come sempre opera di Peart;
che i brani, altri quattro, in forma-canzone.
In entrambe le modalità si toccano
vette che definirei, concedetemi la licenza, himalayane…
Due parole vorrei spenderle per la
title track, nonché opener: in poco più di 5’, per dirla con Neil, è una
canzone che incapsula tutto ciò che vogliamo i Rush rappresentino. Il
suo commovente intro di acustica + minimoog, seguito dallo scoppio elettrico,
fanno da preludio a un andamento sghembo, ricco di stop&go e cambi di
ritmo, con tanto di parte strumentale centrale tecnicamente complessissima (a
detta degli stessi autori). Pazzesco come tutto rimanga fruibile, immediato,
emotivamente coinvolgente. Un capolavoro nel capolavoro.
Il trittico centrale, “Cinderella
Man”, “Closer to the Heart” e “Madrigal”, conferma quello che scrivemmo
nell’introduzione: nessuno come i Rush, in meno di 3’, sono mai riusciti a
condensare fruibilità, gusto e tecnica su questi livelli qualitativi.
Disco imprescindibile...
Voto: 9,5
“Hemispheres” (24/10/1978): dice il motto: non
c’è due senza tre! Cosa si può pubblicare dopo due capolavori se non un
terzo capolavoro?! Detto-fatto: la sesta release dei Rush si spinge,
concettualmente e strutturalmente, ancora più avanti nel percorso progressivo
intrapreso. "Hemispheres" infatti è composto da appena 4 brani, in un ordine “incrociato”
(secondo lo schema poetico ABBA). E cioè: in prima e quarta posizione troviamo due lunghe suite che occupano ben
27’ dei 36 complessivi. Al centro, due brevi componimenti in forma-canzone.
I Rush decidono di partire da
dove avevano concluso A Farewell…cioè la seconda parte della suite Cignus
X-1, ”Book II: Hemispheres”. Sei movimenti che mettono in luce il consueto
gusto, con diverse soluzioni che si alternano nel corso dei 18’ di durata. Si
distacca per bellezza il quinto, “Cygnus (Bringer of Balance)". La rutilante e
inventiva batteria di Peart e le intricate linee di Lee consentono a Lifeson
ora di cimentarsi in riff corposi, ora in arpeggi lisergici, ora in fughe
solistiche, per un risultato da applausi a scena aperta.
A chiudere il cerchio con il
precedente album, provvederà poi l’ultimo movimento (titolato, appunto, “A
Farewell to Kings”) della storica suite di chiusura “La Villa Strangiato”,
audace composizione che, rispetto all’opener, raddoppia nei movimenti (da 6 a
12) ma ne dimezza la durata (da 18 a 9). I Rush sanno bene che l’accusa di
guardarsi l’ombelico, dall’alto della loro tecnica, gli sarebbe stata mossa (e
infatti così fu) e piazzano tra parentesi un rimando autoironico: “An Exercise
in Self-Indulgence”. Come a dire: sappiamo cosa facciamo e non state a fracassarci gli zebedei…
L’accoppiata “Circumstances” –
“The Trees” (due loro tipiche, splendide, composizioni in cui si spazia
dall’hard-rock al folk a brevi digressioni strumentali) fanno da interludio
alle due suite, rendendo l'ascolto più fluido e accessibile.
Se non lo conoscete, allora non
conoscete i Rush…
Voto: 9

