"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

4 giu 2026

QUEL MERAVIGLIOSO MONDO TRA L'HEAVY E IL PROGRESSIVE METAL - Parte II

Prosegue il viaggio nell'evoluzione/definizione del progressive metal!

Ci eravamo lasciati nel 1988 con la pubblicazione di una sequela di grandi capolavori, uno a pochi giorni di distanza dall'altro. Proseguiamo ora con il 1989...

                                          L’arte della tecnica

L’anno 1989 vide invece il rilascio del secondo e ultimo lavoro dei Watchtower, "Control and Resistance", primo effettivo modello di thrash metal tecnico e progressivo, definendo le basi tecniche del genere, pionieri nel fondere thrash tecnico e prog rock, creatori di un nuovo linguaggio musicale, influenzando band successive grazie a complesse strutture ritmiche.


Nello stesso anno, un’altra opera sensazionale atterrò dall’iper-spazio per sorprendere l’intero universo rock/metal. I canadesi Voivod avevano già rilasciato due album di grandioso techno-thrash (“Killing Technology” del 1987 e “Dimension Hatröss” del 1988) ma “Nothingface” riuscì a fondere in modo sublime e innovativo thrash metal, progressive rock, psichedelia e sperimentazione armonica e, per le sue sonorità e atmosfere, sembrava arrivare “dal futuro”. L’opera trasmutava chiaramente il thrash in qualcosa di cerebrale: se negli anni ’80 il thrash era dominato da velocità e riff aggressivi, “Nothingface” apportava accordi dissonanti, strutture irregolari, tempi non convenzionali, riff “fluttuanti”, aprendo ulteriormente la strada a moltissimo prog metal moderno, mostrando che il metal tecnico poteva essere anche atmosferico e alienante, non solo virtuosistico. Il chitarrista Denis D’Amour detto “Piggy” fu una figura chiave nel prog metal, reinventò il riff metal col suo stile che eludeva power chords tradizionali, utilizzava intervalli strani e aperti e creava tensione armonica continua. Molti chitarristi prog e avant-metal come quelli di Meshuggah a Gorguts hanno ripreso quell’idea di riff “geometrico” e dissonante. Ma non solo: Il basso di Jean-Yves Thériault detto “Blacky” con il suono “blower bass” contribuì enormemente alla sensazione meccanica del disco, mentre la batteria di Michel “Away” Langevin metteva in campo pattern quasi jazz/prog pur preservando l’energia thrash. E in generale, con la sua formula crossover tra prog rock e metal estremo e portando dentro influenze di Pink Floyd, King Crimson, Rush, fornì un suono che non era propriamente “prog metal elegante”, ma qualcosa di alieno, industriale e cosmico.

Avanzando solo di un anno, un’altra opera sorprendente disegnava già quel prog metal tecnico estremo del futuro che ascoltiamo ai giorni nostri. “From This Day Forward” degli Obliveon è un disco seminale poiché nel 1990 anticipava una quantità impressionante di idee che diventeranno centrali negli anni successivi. Pur non essendo famoso quanto "Nothingface" dei Voivod o "Focus" dei Cynic che arriverà tre anni più tardi, per molti musicisti underground rappresentò uno degli anelli mancanti tra thrash tecnico di fine anni ’80 e, udite udite, death metal progressivo. Applicando in modo organico il pensiero progressivo al thrash tecnico, adottando un songwriting dotato di sviluppo tematico, riff che si trasformano perpetuamente, continui cambi ritmici senza perdere coesione, venivano alla luce brani che sembrano sistemi in evoluzione, e soprattutto proponendo influenze death metal, un magistrale interplay tecnico fra strumenti, atmosfere cosmiche, e un senso “scientifico” della composizione, rappresentò uno dei primi veri esempi di progressive death/thrash metal. Se i Nocturnus con lo storico “The Key” nello stesso anno adottarono l’utilizzo di tastiere ed effetti elettronici per conferire una dimensione science fiction al technical death metal, gli Oblivion estesero questa applicazione attraverso i riff obliqui, le melodie fredde e futuristiche, gli intrecci ritmici, le progressioni strumentali narrative e dal senso di alienazione tecnologica, perfezionando  l’estetica “cosmica” nel metal tecnico anticipando Cynic, Obscura, Artificial Brain, Blood Incantation e tutte le band del filone spaziale.          

                                La metallizzazione del prog: I Rush

Se finora abbiamo trattato di come il metal ha acquisito caratteristiche proprie del rock, di uguale interesse e importanza è la percorrenza della strada inversa, ovvero l’adottamento di stilemi metal nel prog rock. I Rush sono stati fondamentali nello sviluppo del progressive metal soprattutto perché hanno creato un ponte tra il progressive rock degli anni ’70 e la pesantezza che poi sarebbe diventata tipica del metal tecnico e progressivo degli anni ’80 e ’90, grazie alla loro complessità tecnica senza rinunciare all’ energia più pura e autentica del rock. Prima dei canadesi guidati da Geddy Lee, molte band prog come  Genesis e Yes puntavano soprattutto su atmosfere sofisticate e orchestrali, mentre i riff potenti e aggressivi e la forte dinamica ritmica unita alla lunga strutturazione dei brani e al virtuosismo strumentale dei Rush, definibile come “heavy prog”, influenzò direttamente il progressive metal moderno. Di particolare rilevanza, la centralità della sezione ritmica. Il lavoro di Neil Peart alla batteria cambiò radicalmente il modo di concepire la batteria nel rock e nel metal. Difatti, molto batteristi prog metal come Danny Carey dei Tool e Mike Portnoy dei Dream Theater, lo menzionano come influenza primaria. In generale, i Rush resero canonici nel rock pesante lunghi passaggi strumentali, metriche irregolari, liriche filosofiche o fantascientifiche, e raffinata precisione tecnica.

L’album "2112" risalente al 1976, contenente l’illustre suite lunga di 20 minuti fu da ispirazione per molte band prog metal  che da qui hanno preso l’idea della “epic suite”; presentando inoltre una magistrale componente narrativa nel contest di un concept album perfetto, estrinsecandosi in riff molto più heavy rispetto al prog classico, in una sapiente alternanza tra aggressività e sezioni atmosferiche, ebbero una grande influenza come Dream Therater, Queensryche e Fates Warning.

Nel successivo "A Farewell to Kings" (1977) sviluppano maggiormente tempi dispari, arrangiamenti complessi, sperimentazioni fusion tra hard rock e prog, e il brano chiave: “Xanadu” può essere anche considerato un prototipo del progressive metal, con la sua  lunga durata, la tecnica elevata, la sua atmosfera epica, senza dimenticare i suoi riff pesanti. Eccoci a questo punto giunti al magnifico “Hemispheres” del 1978, probabilmente il loro album più tecnico e di puro prog. Elevandosi con strutture molto elaborate, virtuosismo estremo,  continui cambi di tempo, grande precisione esecutiva e regalando al mondo della musica la lectio magistralis intitolata “La Villa Strangiato” uno dei pezzi strumentali più influenti della storia del prog metal anticipando persino sonorità proprie del technical metal, del math metal e in generale del progressive shredding. "Permanent Waves" del 1980, si dimostrò comunque un album cruciale poiché mostrò come mantenere complessità prog adottando un songwriting più diretto ed una energia più tipicamente hard rock, col brano “Natural Science” ulteriore matrice del prog anni ’90 con le sue sezioni multiple, i riff intricati e la costruzione eccellentemente dinamica. "Moving Pictures" (1981), infine, fu l’opera che rese il loro stile accessibile ed universalmente influente: brani come “Tom Sawyer” e “YYZ”, con il loro incedere psicotropo e alienante, la tecnica estrema e la precisione chirurgica, poliritmie, tempi irregolari e disorientanti, strabilianti interplay strumentali, furono una via di collegamento decisivo tra prog rock e metal tecnico, una delle prime band a rendere “heavy” il progressive, tracciando il modello strutturale e tecnico per il progressive metal moderno.

                    Gli anni 90: il progressive metal nella sua purezza

Dopo ben sei anni di levigazione e raffinamento, il progressive metal nasce nella sua forma minerale più pura, spoglia da “impurità” di varie ibridazioni di presenta come genere definito e maturo, dove i rispettivi approcci, metal e prog, sono perfettamente complementari.


A Social Grace” degli Psychotic Waltz può essere considerato il primo album progressive metal della storia, adoperando una magnifica fusione organica tra metal e progressive, non più heavy con elementi tecnici e progressivi, o prog rock reso più pesante, ma costruttore di un linguaggio pienamente nuovo. I riff metal, le strutture lunghe e irregolari, cambi di tempo continui, le armonie complesse, l’atmosfera psichedelica, le dinamiche teatrali, la sensibilità melodica prog, i momenti emotivi, le perfettamente condensate in una nuova filosofia sonora e compositiva solida e coerente. Non sembra ad esempio un “metal tecnico con influenze prog”, è progressive metal nel senso moderno del termine. Brani come “I Remember” mostrano già quel tipo di sensibilità emotiva che poi diventerà fondamentale nel prog metal degli anni ’90. Da evidenziare inoltre un utilizzo pionieristico di elementi psichedelici e art rock, incorporando influenze allora molto insolite per il metal: flauti alla Jethro Tull, progressive rock settantiano, psichedelia, folk atmosferico, e questo lo rende diverso sia dal progressive/tech-thrash dei Watchtower sia dal power/prog più epico dei Fates Warning. Ovviamente l’opera è ricca di strutture compositive molto moderne con brani che evolvono per sezioni, introducono temi che ritornano trasformati, alternano aggressività e contemplazione, usano arrangiamenti “cinematografici”, armonizzazioni chitarristiche elaborate, orientandosi verso una progressività sia tecnica che emotiva. “A Social Grace” può dunque essere considerato il primo a presentare il prog metal nella sua forma pienamente sviluppata: tecnico ma emotivo, pesante ma atmosferico, complesso ma organico.

Il capolavoro intitolato “Images and Words” infine, da parte dei Dream Theater, è il primo album che definisce in modo canonico e universalmente codificato e riconoscibile il genere progressive metal. La massima espressione e resa di virtuosismo prog, precisione tecnica, riff metal, strutture complesse, melodie accessibili e produzione moderna, prende forma e sostanza nella secondo opera della band guidata da John Petrucci e Mike Portnoy rappresentando il punto in cui il progressive metal assume la forma “classica” che il pubblico identificherà col genere negli anni successivi. È la standardizzazione del linguaggio prog metal. Molte caratteristiche oggi considerate tipiche del prog metal vengono praticamente codificate da questo album: la chitarra di John Petrucci e la tastiera di Kevin Moore sviluppano un dialogo continuo tra riff e synth con un’estetica che oserei definire “conservatoriale”, armonizzazioni sofisticate, layering atmosferici, un substrato strutturale che diverrà uno standard per il genere. Le parti strumentali sono virtuosistiche, ma sempre funzionali al pezzo e il disco alterna intelligentemente, aggressività, introspezione, malinconia, epicità. Molti predecessori del prog metal erano tecnicamente impressionanti ma poco immediati, "Images and Words" invece introduce hook fortissimi e ritornelli riconoscibili in un songwriting molto raffinato. Il famoso brano “Pull Me Under” dimostra che un pezzo lungo, tecnico, pieno di cambi, può comunque funzionare su MTV e radio. Ma ovviamente, l’influenza della fusion, del jazz-rock e del prog classico viene integrata nel metal in maniera stabile e da qui nasceranno grandi band del genere band come Symphony XThresholdVanden PlasShadow Gallery e moltissime altre. Un album fondamentale dall’impatto storico incommensurabile, che ha creato la scena e ha definito l’estetica finale del genere. 

Un genere che con il passare degli anni, dei decenni, svilupperà in numerose ramificazioni e ulteriori impensabili mutazioni ed evoluzioni, e magari in future, anche queste saranno nuove storie da raccontare.

A cura di 'Rock with the Doc'