“Signals” (09/09/1982): a ritmo sostenuto, i Rush battono il ferro e anche nel 1982 non lasciano a mani vuote i loro fan. Ma “Subdivisions”, opener di “Signals”, lascia subito spiazzati: la voce di Geddy è impostata su toni meno acuti, la chitarra di Alex è sovrastata dai synth e in generale si ha subito la sensazione di una ‘patinatura’, di una levigatura che sposta le coordinate sonore della band dal loro prog/hard rock verso lidi synth-rock/new wave densamente pomposi. Attenzione, la mano della band è ben riconoscibile tanto nei testi intelligenti quanto nel lavoro ritmico, come sempre hors categorie, di Lee/Peart. “The Analog Kid”, ad esempio, è una tipica Rush-song di alta qualità, seppur sottoposta ad un pesante restyling ottantiano. Ma non solo: gli immancabili assoli, sempre di gusto, di Alex costellano il disco mentre Neil fornisce il giusto groove ritmico ad ogni composizione, in particolare in quei brani che, come detto in precedenza, riprendono accenni di marca reggae (vedasi l’ottima “Digital Man” o “New World Man”).
Non cercate, però, nella tracklist una suite perché non la troverete. E, da questo punto di vista, va dato atto alla band di non essersi adagiata sugli allori di "Moving Pictures" e di non aver voluto comporre un album fotocopia al precedente, ma di aver usato il calco del precedente capolavoro per creare un prodotto in sincrono con gli umori di quegli anni (è di 5 mesi antecedente, la pubblicazione di “Hot Space” dei Queen, tanto per dire…).
Dopo diversi ascolti, si entra nel mood del
disco che risulta, alla resa dei conti, anche in una visione ‘retrospettica’,
sincero e, soprattutto, molto credibile. Un altro centro, non c’è che dire…
Voto: 7,5
“Grace Under Pressure” (12/04/1984): il successore del precedente album deve aspettare un anno e mezzo per vedere la luce (periodo di tempo fisiologico, in realtà, ma i Rush ci stavano abituando a ritmi più serrati). Oltre a un lungo tour di supporto a “Signals”, la causa fu dovuta alla separazione, pare non priva di traumi e di tensioni interne alla band, con il produttore Terry Brown, uno degli artefici del successo dei canadesi fino a quel momento (e di cui abbiamo già parlato). A sostituirlo un astro nascente dell’ingegneria del suono, l’inglese Peter Henderson che, nonostante la giovane età, vantava già collaborazioni con King Crimson, Frank Zappa, Jeff Beck e Supertramp. Risultato? Uno dei dischi migliori dei Rush dell’intera decade. "Grace Under Pressure" è un upgrade rispetto al precedente: rimane l’uso corposo, più dosato e “sapiente”, di synth e tastiere ma queste non sono più in primo piano, lasciandosi maggior spazio alla chitarra di Lifeson. Ritmiche reggae e a tratti ska (vedasi le ottime “Afterimage”, “The Enemy Within” e “Kid Gloves”) vengono innervate nel canonico rush-sound come se con queste cose i Nostri ci fossero nati. Ma a colpire è l’energia e la carica che sprigiona il disco fin dall’apertura di “Distant Early Warning”, uno degli highlight dell’album ed ennesima perla a tema fantascientifico partorita dalla mente di Peart (assieme a “The Body Electric”).
Però, quello che più di tutto rende questa grazia sotto pressione un
grandissimo album, è la tensione drammatica, di intensa epicità,
che attraversa tutti i 40’ di durata. L’apice lo ritroviamo in “Red Sector A”
con la quale i Rush danno lezione di classe a tutti, trattando peraltro il tema
dei campi di sterminio nazisti da una prospettiva di un protagonista non meglio
identificato. Il resto della tracklist è a livelli alti, (ancora senza suite e,
stranamente, senza neppure ballad) seppur l’utilizzo di percussioni sintetiche
in “Red Lenses” non ci esalti, va detto. Ma questo non va a intaccare il
risultato di un album essenziale per ricostruire la discografia rushiana.
Voto: 8
A cura di Mornigrise
(vai al resto della Rassegna)

