Brancolando nella nebbia: Fogweaver, "Spellwind" (2020)
Tessitore di nebbia: questa è la traduzione letterale del monicker scelto da Dylan Rupe per il suo progetto dungeon synth che, di diritto, si colloca fra le manifestazioni più convincenti che il genere abbia espresso negli ultimi anni.
Fogweaver, infatti, è fra i nomi di punta del dungeon contemporaneo: attivo dal 2019, il progetto offre una discografia ben nutrita che conta (ad oggi) ben sette uscite discografiche (di cui due sono split con altri artisti): una sequela di opere che si incastonano con autorevolezza nel panorama odierno del dungeon synth rappresentandone l'estrinsecazione più raffinata ed elegante.
Nonostante ciò, anche questo ragazzo originario del Colorado (conosciuto con lo pseudonimo Evergreen) possiede la sua buona pagina personale su Metal Archives con una "biografia" piena zeppa di black metal, cosa che a questo punto non ci stupisce più. Per curiosità io queste band le ho anche ascoltate e posso dire, per quello che ho avuto modo di sentire, di averle apprezzate.
Evergreen Refuge emerge senz'altro come il progetto più consistente visto che, fondato nel 2012, vede una discografia di ben undici full-lengh, più vari lavori minori. In esso il Nostro si occupa di tutto con esiti del tutto convincenti: si parla il linguaggio dell'atmospheric/post-black metal, una proposta per lo più strumentale e molto vicina agli umori professati da band come Agalloch e Wolves in the Throne Room: in altre parole un black metal tanto feroce quanto struggente ed intimo, con una quota consistente di folk ed eccezionalmente devoto alla Natura. Insomma, tutte quelle buone qualità che di solito ha chi suona cascadian black metal, ambito a cui la musica di questa one-man band può essere stilisticamente e concettualmente ricondotta.
Evergreen Refuge emerge senz'altro come il progetto più consistente visto che, fondato nel 2012, vede una discografia di ben undici full-lengh, più vari lavori minori. In esso il Nostro si occupa di tutto con esiti del tutto convincenti: si parla il linguaggio dell'atmospheric/post-black metal, una proposta per lo più strumentale e molto vicina agli umori professati da band come Agalloch e Wolves in the Throne Room: in altre parole un black metal tanto feroce quanto struggente ed intimo, con una quota consistente di folk ed eccezionalmente devoto alla Natura. Insomma, tutte quelle buone qualità che di solito ha chi suona cascadian black metal, ambito a cui la musica di questa one-man band può essere stilisticamente e concettualmente ricondotta.
Molto validi anche altri due progetti, purtroppo ad oggi accantonati: Arête e Cuscuta. Sotto la loro insegna il Nostro si è mosso entro coordinate stilistiche assai simili, confermando una chiara e solida visione artistica. A voler tracciare una caratteristica comune fra tutti questi monicker, potremmo individuare una pervicace avversione alla civilizzazione, all’operato dell’uomo su questo mondo. Ma piuttosto che abbandonarsi ad un nichilismo senza speranza, le note disperate di tutte queste band sembrano covare una luce in seno, sembrano coltivare l'utopia di un mondo migliore alternativo a quello esistente (una visione del mondo che si inasprisce nei toni anti-capitalistici ed anti-fascisti di un’altra band di cui il Nostro milita, i Bull of Apis Bull of Bronze, dove egli si occupa di chitarra, basso e tastiere).
Questi excursus nella dimensione metallica non sono tempo perso, ma anzi gettano luce sulle caratteristiche stilistiche ed anche ideologiche che fermentano nelle note messe in fila da chi parla l'enigmatico linguaggio del dungeon synth. La stessa identica visione delle band sopra menzionate, infatti, la ritroviamo nelle sinfonie senza parole allestite sotto l'insegna Fogweaver.
Tessitore di nebbia: non poteva esserci monicker migliore per marchiare i contorni evanescenti di questa musica. Impalpabile, immateriale, magica. Fra le opere targate Foeweaver, la più acclamata è la seconda, "Spellwind", uscita nel 2020. Nove tracce per 46 minuti da ascoltare e riascoltare avvolti dalla bellezza delle melodie ed alla caccia di dettagli sempre nuovi. Non è un suono stratificato, quello di Fogweaver, non aspettatevi le sontuose creazioni di un Malfet. La musica di Fogweaver, semmai, è diretta emanazione di un approccio minimale unito ad una discreta cura per il dettaglio. Qui il Nostro non ama erigere orchestrazioni sfarzose, si limita semmai alla scelta oculata di pochi suoni dal caloroso sapore vintage, tutti rigorosamente color pastello e dalle rotondità ottantiane: un cliché formale che abbiamo imparato ad amare mano a mano che ci siamo addentrati nel dungeon synth.
E' un immaginario fantasy quello rappresentato, un mesmerico soliloquio immerso negli elementi (il rumore delle onde, il soffiare del vento). Non a caso la musica è dichiaratamente ispirata alla letteratura di Ursula Le Guin ed in particolare al ciclo di "Earthsea" ("Terramare" nella traduzione italiana). In essa incontriamo la medesima vocazione naturalistica che abbiamo già rinvenuto nei progetti black metal capitanati dal Nostro e che qui assume le fattezze di un vero e proprio viaggio spirituale. Una dimensione mistica ed ascetica ben rappresentata dalla efficace copertina, tanto semplice quanto esplicativa degli umori della musica che si cela dietro di essa: una illustrazione stilizzata, marcata da un deciso tratto bianco su sfondo turchese. L'immagine rappresenta un figuro incappucciato (peraltro il Nostro si presenta in vesti analoghe nelle foto ufficiali scattate per il progetto) che a bordo di una barchetta naviga in un mare periglioso.
Le parole "mare", "onde", “spiaggia” ricorrono fra i titoli dei brani saldando concettualmente i nove brani che, anche da un punto di vista musicale, si susseguono in modo armonico ed omogeneo. Ed è proprio il rumore delle onde ad aprire l'album. Le prime due tracce sono esemplificative nell'illustrare il range espressivo entro cui si modella la visione artistica di Rupe quando decide di indossare le vesti del tessitore di nebbia: "Raising up the Magewind" è il volto dimesso di Fogweaver, un arpeggio ipnotico di tastiere dal sapore quasi prog che viene accompagnato con discrezione da ampi accordi in un incedere che potremmo quasi definire pinkfloydiano. "Like a Moth's Wing in the Fog" (bellissimo titolo!), invece, mostra il lato più medievaleggiante, sorretta da un tema melodico incalzante che vedrà il supporto ritmico di percussioni a mano e baldanzose tastiere.
Fra questi due poli oscilla l’estro intimo e misticheggiante del musicista americano. In questo range ben definito costituiscono gradite variazioni episodi come "A Wave on the Sea", impreziosita da una lontana voce narrante, e “The Twilit Waves”, candida ninnananna avvolta dal fluire placido della risacca notturna. Calza a pennello la definizione che campeggia nella homepage di Facebook del compositore: "A musical exploration of the concepts of dreams, death, insanity, and isolation".
L'ascolto procede in modo ordinato, senza particolari sussulti, per farsi apprezzare nel corso del tempo a beneficio dell'ascoltatore più attento. Solo i ripetuti ascolti infatti faranno sì che si potranno dischiudere autentici squarci di magia. La porzione finale dell’album, in particolare, riserverà i due migliori episodi del lotto. I quasi sette minuti di "Beyond the Wall" ribadiscono l’approccio minimalista, innalzando il metodo burzumiano a poesia pura: la composizione, sinuosa ed avvolgente, procede con calma, portando con sé il gelo dell'inverno attraverso singole note di tastiera, epici accordi e timide percussioni nel sottofondo, con esiti non così distanti da certo winter synth. Farà ancora meglio la conclusiva "And the Sound of the Breaking Sea", capolavoro nel capolavoro: i suoi otto minuti partono dimessi per crescere progressivamente fino ad acuirsi nel finale con un tema melodico da autentici brividi. Il tutto, coerentemente, si conclude come tutto era iniziato, ossia con il placido rumore delle onde.
Ad ascolto terminato ci si rende conto che, da un punto di vista delle mere sensazioni, "Spellwind" ha in sé l’intensità del black metal atmosferico che Rupe professa o ha professato in altri progetti, nonostante Fogweaver sia una delle estrinsecazioni meno cruente dell’intero dungeon synth.
Ad ascolto terminato ci si rende conto che, da un punto di vista delle mere sensazioni, "Spellwind" ha in sé l’intensità del black metal atmosferico che Rupe professa o ha professato in altri progetti, nonostante Fogweaver sia una delle estrinsecazioni meno cruente dell’intero dungeon synth.
Tessitore di nebbia e di magiche alchimie sonore: i lavori rilasciati con questo monicker sono ovviamente tutti belli, e a chi volesse approfondire consiglio vivamente l'ascolto di “In the Kingdom of the Fog”, sempre del 2020, uno split a tre rilasciato insieme ad altri due artisti patiti della nebbia, Fogcastle e Foglord. Si tratta di un’opera che gode di una straordinaria unità formale e concettuale, tanto che, ascoltandolo, vi sembrerà di brancolare nella nebbia.
Strano che a nessuno dei tre sia venuto in mente di avviare un nuovo filone nel dungeon synth: il fog synth....
